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Ex contro ex

Ex contro ex. Il primo ex è un rabbino. Che è stato anche un criminale. E per questo ha fondato un collegio religioso riservato alle pecorelle smarrite transitate – come lui – nelle galere israeliane. Un ex che però non è più ex visto che nei giorni scorsi è stato arrestato con l’accusa d’aver affrontato alla vecchia maniera un adepto (il secondo ex) che si stava allontanando di nuovo dalla retta via. Come? Sparandogli alle gambe.

L’episodio risalirebbe a tre settimane fa, ma finora era rimasto coperto dal segreto istruttorio. Il rabbino in questione, scrivono i giornali israeliani, svolgeva la sua missione a Gerusalemme, dove si era stabilito dopo aver scontato una condanna per tentativo di omicidio ed essersi votato alla vita religiosa.

Qui aveva aperto una scuola talmudica diversa dalle numerosissime altre perché si trattava di un collegio rivolto a pregiudicati ed ex malfattori in odore di pentimento. Procedeva tutto bene. Le sbarre erano soltanto un lontano – e cattivo – ricordo. Fino a quando uno degli studenti non ha pensato bene di mostrarsi – secondo il rabbino ex galeotto – “poco saldo nel cammino di conversione” e sarebbe tornato a delinquere.

Un tradimento. Peggio. Un affronto. Talmente tanto grave che – stando alla ricostruzione della polizia – il rabbino avrebbe provveduto a punire come ai vecchi tempi. O meglio: come si faceva nella precedente vita. Così il rabbino ex galeotto avrebbe preso una pistola e sparato al peccatore recidivo da una motocicletta in corsa. Un agguato in piena regola. Che gli è costato il ritorno in prigione.

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Abusi, violenze, pestaggi. Le soldatesse cattive dell’esercito israeliano

Ultima sigaretta - e bibita - prima della doccia (Rachel Papo)

Disposte a tutto. Pur di mostrare di essere come i colleghi maschi. Se non meglio. Anche a costo di uccidere un bambino. Senza motivo. O di spezzargli un braccio. Le confessioni choc di alcune soldatesse israeliane stanno facendo discutere. Perché, per la prima volta, tutto questo è nero su bianco nell’ultimo rapporto diffuso da Breaking the Silence, una ong di attivisti dei diritti umani impegnata a far luce sul comportamento delle forze armate.

Abusi, violenze ingiustificate, offese, atti di umiliazione, pestaggi. Sotto accusa tutte le unità femminili in Cisgiordania. Impiegate in misura crescente in azioni di combattimento o di prima linea, le soldatesse ammettono – in alcuni casi – di aver partecipato o assistito a episodi di cui oggi si vergognano e che contrastano con i loro valori e con gli stessi principi insegnati nelle scuole militari.

E tutto per mostrarsi «più dure» dei commilitoni maschi, per provare il brivido nello schiaffeggiare senza motivo un ragazzo arabo, ma anche di rompere una mano a un ragazzino fermo a un posto di blocco. Così come sparare senza motivo – ammette una ragazza che ha prestato servizio nelle Guardie di Frontiera –  a un bambino di 9 anni ferito poi a morte. Per il momento l’Idf ha respinto qualsiasi richiesta di chiarimento.

Leonard Berberi

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