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INCHIESTA / Gheddafi, la Russia e la Global Cst: l’accordo miliardario e la punizione all’Italia

Non è una sorpresa, per il governo israeliano, leggere in questi giorni di rapporti di lavoro tra il governo di Gheddafi e la Global Cst di Petah Tikva. Ma non sarebbe piaciuto, al ministero della Difesa – almeno a parole – scoprire che, forse, la società di Israel Ziv avrebbe violato le disposizioni nazionali in materia di sicurezza portando armi e uomini alla causa del Colonnello sanguinario di Tripoli.

Sì perché, per quanto la Global Cst si sia affrettata a smentire al governo Netanyahu qualsiasi coinvolgimento, l’esecutivo israeliano ha deciso di non diramare nessuna comunicazione. «Gerusalemme non crede alla versione della Global Cst, altrimenti l’avrebbe detto a tutti usando qualsiasi canale ufficiale», spiega la nostra fonte. «Qui le cose sono due: o Gerusalemme non sapeva, oppure sapeva, ma ha taciuto per motivi ben precisi».

Negli ambienti diplomatici occidentali – soprattutto europei – ha preso piede il sospetto che dietro alle violenze libiche si nasconda il coinvolgimento del governo israeliano. Il perché è molto semplice: «uno Stato con una rete di controllo così capillare non poteva non sapere quello che stava succedendo in Libia e come si stava muovendo una sua impresa, la Global Cst», sintetizza un alto funzionario italiano di ufficio a Bruxelles. «Quindi è evidente che Israele ha il suo zampino in questo affare».

Ma perché lo Stato ebraico dovrebbe dare una mano a un dittatore? La ragione sarebbe una soltanto, legata molto alle ultime evoluzioni in Nord Africa: «Israele non vuole che le formazioni politiche di ispirazione islamica si mettano insieme – dall’Egitto al Marocco – e diano vita a un network politico-religioso molto pericoloso per Gerusalemme», continua la fonte israeliana.

E allora qui torniamo alla Global Cst. Tra novembre 2010 e fine gennaio 2011 Israel Ziv avrebbe fatto una serie di viaggi in Egitto, Libia, Kenya, Guinea, Ciad, Mali, Senegal, Darfur. A fare cosa? «Semplice: a ingaggiare soldati. O meglio: mercenari, tra i 10mila e 50mila, da portare in Libia e dare una mano a Gheddafi», rivela la fonte. Un’operazione che sarebbe stata compiuta anche per salvare Mubarak, ma i para-militari sarebbero stati fermati – dopo aver passato illegalmente il confine egiziano – presso l’aeroporto Shark el-Owainat, in mezzo al deserto. Da lì, molti sarebbero stati arrestati. Altri, invece, respinti verso il Sudan. Da dove si sarebbero diretti quasi subito verso Tripoli.

Stando così le cose, la voce del giornalista dello “Yedioth Ahronoth” sarebbe confermata. Ma nell’affare che vede coinvolta una società di sicurezza e spionaggio israeliana ci sarebbero anche altre imprese, tutte dello stesso settore e tutte ingaggiate da Gheddafi per difendere il fortino. E per spartirsi una torta da 7 miliardi di dollari, tanto avrebbe messo a disposizione il raìs per non soccombere di fronte alle proteste del popolo. Nessuno è in grado di dire quali sarebbero le altre società. In certi ambienti si parla di un gruppo francese e di uno italiano. Ma sono solo voci.

I mercenari – armati con attrezzatura russa, americana, britannica e israeliana – sarebbero arrivati a Tripoli attraversando tutto il deserto a bordo delle jeep che poi si son viste nei filmati amatoriali. Alla fine del lavoro (cioè dopo la “liberazione” della Cirenaica), Gheddafi – secondo i bene informati – avrebbe promesso alle società di sicurezza privata, Global Cst in primis, non solo i compensi milionari. Ma anche (e soprattutto) altre due cose. Che, nel caso dell’azienda israeliana, si ripetono: la totale gestione della sicurezza degli impianti di petrolio e gas verso l’Italia e lo sfruttamento – a fini puramente commerciali – di una parte di questi. Israele, ora più che mai, ha bisogno di gas e petrolio. In cambio del via libera alle operazioni in terra libica, la Global Cst potrebbe diventare una sorta di ente energetico per lo Stato ebraico. Visto dall’Egitto non arriva quasi più nulla. E in questi giorni, Gerusalemme è costretta a elemosinare materia prima nientemeno che all’Autorità nazionale palestinese e dalla Giordania.

Qui bisognerebbe aprire un capitolo delicato per l’economia italiana: stando a chi dice di essere informato sugli accordi Gheddafi-Global Cst, una volta tornata la calma in Libia, il Colonnello sarebbe intenzionato ad annullare qualsiasi accordo con le aziende energetiche del nostro Paese, puntando a favorire i colossi russi. In cambio, Mosca si sarebbe impegnata a non votare nessuna opzione militare internazionale contro Tripoli. Per paradosso – e senza volerlo – Mosca e la Global Cst finiscono per avere una convergenza di interessi. Almeno in Libia.

Negli ultimi giorni, quando l’affaire Global Cst è scoppiato, nel quartier generale di Petah Tikva le bocche sono cucite. E non si trova conferma di quanto scritto da Al Jazeera, e cioè che l’autorizzazione a procedere in territorio libico sarebbe stata data, il 18 febbraio scorso, nientemeno che dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa, Ehud Barak, quello degli Esteri, Avigdor Lieberman, e il capo dell’intelligence militare Aviv Cochavi.

Ma nel rincorrersi di voci, l’unica certezza sembra essere una soltanto: il ruolo sempre più decisivo – in alcune parti del mondo – della società privata di sicurezza e intelligence Global Cst. E un futuro, per l’Italia, pieno di nubi. (fine)

© Leonard Berberi

GUARDA IL VIDEO PROMOZIONALE DELLA “GLOBAL CST”

Leggi la prima puntata: Fatti (e misfatti) dell’israeliana Global Cst: dalla Betancourt all’Ossezia

Leggi la seconda puntata: Vendita di armi e sicurezza degli impianti: la Global Cst in America Latina

Leggi la terza puntata: Controllo degli snodi energetici e delle miniere di bauxite: la Global Cst nel Caucaso e in Guinea

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INCHIESTA / Controllo degli snodi energetici e delle miniere di bauxite: la Global Cst nel Caucaso e in Guinea

Non c’è solo l’America Latina, negli interessi della Global Cst di Israel Ziv. Un altro fronte caldo – dal punto di vista strategico ed economico – è il Caucaso con tutte quelle tubature che dalle ex repubbliche sovietiche porta gas e petrolio verso l’Europa.

La guerra nel Caucaso. Gli snodi energetici sono quelle che attirano la Global Cst anche in Georgia. Il presidente Saakashvili ha urgente bisogno di fare due cose: respingere i russi oltre l’Ossezia del Sud e, soprattutto, allontanarli dall’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan). Con Mosca alla larga, infatti, la Georgia può spartirsi i proventi delle tubature che passano sul proprio territorio. Snodi importanti che, a differenza della Caspian Pipeline Consortium, non consentono alla Russia il controllo delle risorse dell’area.

Le cose, per la Georgia, non andranno proprio bene. Nemmeno per la Global Cst, marchiata dal governo russo come elemento destabilizzante. Però resta la capacità della società di addestrare in poco tempo e di organizzare l’invasione di una intera regione con pochi mezzi a disposizione. In caso di esito positivo della guerra, la Georgia avrebbe affidato tutta la sicurezza della parte di oleodotto che passa sul suo territorio e quella del presidente del Paese proprio alla Global Cst.

La depurazione dell’acqua in Guinea. Quella del Paese africano è forse una delle pagine più oscure della società israeliana. Soprattutto perché sono ormai verificate le relazioni pericolose con Moussa Dadis Camara, ufficiale dell’esercito e autore del colpo di Stato il 23 dicembre 2008. Ora Camara si trova fuori dal Paese, ma pende su di lui l’accusa di crimini contro l’umanità firmata dalla Corte penale internazionale.

Moussa Dadis Camara, l'autore del golpe militare in Guinea

«Israele non vuole che le sue società d’intelligence privata vadano in giro per il mondo ad armare e a rafforzare regimi dittatoriali», racconta la fonte qualificata. E infatti alla Global Cst era stato il via libera a insediarsi a Conakry, capitale della Guinea, allo scopo di «verificare possibili fronti di investimento dello Stato ebraico». Solo che pochi mesi dopo, i servizi di sicurezza israeliani scoprono che gli uomini di Israel Ziv erano lì a fare tutt’altro: a vendere armi e bombe al regime di Camara.

Il 18 maggio 2010 Shlomo Dror, portavoce del ministero israeliano della Difesa, annuncia che «la Global Cst è stata multata per attività non autorizzate in Guinea». Il giornale Haaretz parlò di una «multa risibile» di 25mila dollari. Ma l’amministratore delegato Ziv ha sempre smentito la notizia. Anzi ha rilanciato dicendo che la sua società si trovava lì per fare del bene. E cioè: sminare il terreno e depurare l’acqua, in modo da renderla potabile per la popolazione.

Agli inizi di quest’anno, su YouTube è apparso anche un video, come a provare che la depurazione era davvero in atto. Ma la nostra fonte svela altro. «La Global Cst, stando alle informazioni in mio possesso, vuole accreditarsi anche in Guinea perché questo è il secondo produttore al mondo di bauxite (dopo l’Australia, nda), ma il primo per riserve stimate. Per non parlare dei giacimenti di uranio, ferro, diamanti, oro». L’obiettivo della società è sempre lo stesso: garantirsi l’appalto per la sicurezza degli impianti di estrazione.

Non solo. Secondo la fonte, è dalle campagne della Guinea e dalle file dell’esercito di Moussa Dadis Camara che arriva la maggior parte dei mercenari portati un po’ ovunque in Africa, a combattere soprattutto al fianco dei governi e contro i civili. Tra questi paesi ci sarebbe anche la Libia (fine terza parte)

© Leonard Berberi

Leggi la prima parte: Fatti (e misfatti) dell’israeliana Global Cst: dalla Betancourt all’Ossezia

Leggi la seconda parte: Vendita di armi e sicurezza degli impianti: la Global Cst in America Latina

Leggi la quarta parte: Gheddafi, la Russia e la Global Cst: l’accordo miliardario e la punizione all’Italia

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Israele, svanita nel nulla una squadra di cestisti della Guinea

A essere ottimisti è solo una fuga dal paese in guerra. A essere pessimisti, un gruppo di possibili terroristi sparsi per Israele. Ma alla domanda non sfugge nessuno: che fine hanno fatto i 15 cestisti, o presunti tali, arrivati a Tel Aviv con un volo partito dalla Guinea Bissau?

La formazione, tutta di giovani studenti, era arrivata in Israele per partecipare al torneo accademico di Eilat, nel sud del Paese, organizzato dall’associazione nazionale israeliana di basket universitario. Ma una volta atterrati al “Ben Gurion International Airport” e portati in un ostello di Tel Aviv gli atleti sono scomparsi. Con una scusa banale: «Non vogliamo dormire in un ostello, vogliamo vedere la città». Una volta usciti – con i loro bagagli –, non sono più tornati.

Secondo l’agenzia per l’immigrazione si tratta di una prassi comune: «Arrivano qui da noi con un visto regolare, poi spariscono dalla circolazione e iniziano a lavorare in nero». «Purtroppo sempre più africani fanno così – spiega il generale Amnon Ben Ami, direttore dell’Autorità per l’immigrazione –. Vengono muniti con un visto soprattutto turistico, poi svaniscono nel nulla».

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