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E il “Grande fratello” israeliano va avanti (anche sotto ai razzi)

Un pezzo della "casa" del Grande fratello israeliano, giunto alla sua sesta edizione (frame da Keshet Broadcasting/ Endemol Productions)

Un pezzo della “casa” del Grande fratello israeliano, giunto alla sua sesta edizione (frame da Keshet Broadcasting)

The show must go on. Anche sotto i razzi di Hamas. Anche nel bel mezzo delle sirene. Il colosso mediatico israeliano Keshet ha deciso di continuare con la sesta edizione di «HaAh HaGadol», il «Grande fratello» locale anche se là fuori c’è una guerra in corso.

Una decisione che ha provocato più di qualche malumore. Ma che cerca di contenere i danni di una crisi che in tre settimane – secondo i quotidiani finanziari israeliani – ha causato ai canali dello Stato ebraico perdite per circa 25 milioni di dollari.

«È stata una scelta sofferta – ha spiegato Ran Telem, vice presidente del palinsesto di Keshet, a Hollywood Reporter – ma alla fine il pubblico sta dimostrando di apprezzare la nostra scelta, soprattutto perché così possono distrarsi un pochino. Noi andiamo avanti in diretta, 24 ore su 24, anche se le difficoltà non mancano».

La «casa» è come quella degli anni precedenti ed è stata costruita a Neve Ilan, a ovest di Gerusalemme. Ma questa volta la produzione s’è dovuta adeguare ai tempi e ha installato un sistema di sirene e sensori e anche un rifugio anti-razzi dove i concorrenti possono nascondersi. Cosa che hanno fatto diverse volte (vedi il video sopra).

Keshet ha però spiegato che ogni volta che ci sono sviluppi importanti sul fronte bellico «interrompiamo la trasmissione e diamo priorità ai telegiornali». Un chiarimento che però non è piaciuto a tutti. «Non si fermano nemmeno di fronte alla guerra», hanno però contestato in molti. «Per loro è più importante il denaro che le vite dei nostri soldati».

© Leonard Berberi

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In Israele scoppia lo scandalo intercettazioni illegali

Piccolo o grande fratello, si vedrà. Resta il fatto che in Israele è scoppiato da qualche giorno il problema intercettazioni. Stavolta, a differenza nostra, non c’entrano né le Procure e nemmeno premier ricattati. Stavolta è tutta colpa della tecnologia. E di clienti – mogli e mariti, soprattutto – che per rispondere alla loro gelosia prendono strade al limite della legge. In tutto questo c’è un giallo vero e proprio: a un certo punto è stato tirato in ballo anche il gabinetto del primo ministro.

E allora. Si è saputo che centinaia di telefonini di cittadini israeliani potrebbero essere in questo momento spiati potenzialmente da chiunque. Quasi tre settimane fa la polizia ha arrestato 22 persone sospettate di aver prodotto, venduto e utilizzato un software in grado di spiare gli smartphone

La notizia, tenuta nascosta per qualche giorno, è piombata nelle redazioni dei giornali da una fonte interna alla polizia. Ad allarmare gli utenti di telefonia è stato il fatto che il dispositivo incriminato, SpyPhone, si poteva comprare tranquillamente via web. Il software costa da un minimo di 315 euro a un massimo di 600 e l’azienda produttrice promette «risultati altamente professionali». Tra le opzioni dell’utente c’è pure quella di ricevere via e-mail una copia di tutti i messaggi inviati e ricevuti da un determinato apparecchio, oltre alla lista delle chiamate.

Le indagini però hanno iniziato a prendere una piega diversa dopo un paio di giorni. Quando uno degli accusati ha raccontato che l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe ricevuto e installato SpyPhone per poter ascoltare le conversazioni dei cittadini. La polizia non ha né confermato, né smentito. Mentre dal gabinetto del premier è arrivata una smentita.

Israele non è però nuova a questo tipo di scandali. Tra vittime e mandanti, decine di compagnie erano state coinvolte sei anni fa in una vicenda di spionaggio industriale gestito da investigatori privati che si erano infiltrati nei telefonini della concorrenza dei propri clienti. L’anno successivo, nel 2006, scoppiò un nuovo scandalo quando venne fuori che il telefono del capo di gabinetto dell’allora primo ministro, Ehud Olmert, veniva tenuto sotto controllo.

Leonard Berberi

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Israele, ecco le spiagge “Grande Fratello”

A qualcuno, in un primo momento, è sembrato di stare sul set del “Grande Fratello”. Telecamere ovunque, inquadrature a 360 gradi, con tanto di zoomate e dettagli. Solo che tutt’intorno c’erano solo sabbia, mare e ombrelloni. E tante persone. Indifferenti, a dire il vero, di fronte alla presenza massiccia di quegli obiettivi.

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La Francia pensa a un “Grande Fratello” israelo-palestinese

Mohammed Ulad

Dopo quelli di Washington (1993) e quelli di Oslo (1995) ecco a voi gli “accordi di Marsiglia”, anno del Signore 2010. Accordi non politici – stavolta –, ma per una strana sintonia coi tempi che corrono, “accordi mediatici”. Da fare davanti alle telecamere.

Dodici diciottenni saranno ospitati per tre settimane in una casa all’arcipelago delle Frioul, vicino Marsiglia, con lo scopo di contribuire – nel loro piccolo – al processo di Pace tra israeliani e palestinesi. Processo da tutti invocato, ma da nessuno portato avanti per davvero.

I dodici ragazzi sono così composti: sei sono di cittadinanza israeliana, sei sono palestinesi. Con un occhio alle quote rosa: la metà di ogni “squadra” sarà composta da donne.

Sotto l’occhio delle telecamere, i partecipanti daranno vita alla trasmissione “Gli accordi di Marsiglia”. Non un vero e proprio Grande Fratello. Ma una sorta. Perché il regista e ideatore del programma, Mohammed Ulad, ha deciso che non era il caso di mandare in onda 24 ore su 24 un programma che affronta temi seri.

«Questi giovani, per poter davvero affrontare la questione tra i due popoli, hanno bisogno di farlo in un luogo neutro, lontani dai loro paesi e dai loro stimoli quotidiani», ha detto Ulad.

Le riprese, che dovrebbero partire in settembre, daranno vita a puntate da circa 25 minuti ciascuno che il canale France 5 intende trasmettere sulla sua piattaforma.

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