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Israele, il governo è quasi pronto. I partiti ultrareligiosi finiscono all’opposizione

Il leader di "Yesh Atid" Yair Lapid (a sinistra) stringe la mano al primo ministro Benjamin Netanyahu durante l'apertura dei lavori della Knesset lo scorso 5 febbraio (foto Flash90)

Il leader di “Yesh Atid” Yair Lapid (a sinistra) stringe la mano al primo ministro Benjamin Netanyahu durante l’apertura dei lavori della Knesset lo scorso 5 febbraio (foto Flash90)

Ci siamo. O, almeno, così sembra. La rivelazione Yair Lapid andrà a sedersi al ministero delle Finanze. L’altra sorpresa del 22 gennaio, Naftali Bennett, guiderà il Commercio e l’industria. Fuori, ed è una gran novità, le formazioni ultrareligiose. Dopo aver ballato sul filo del tempo, dopo aver chiesto altre due settimane di tempo per formare il nuovo governo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe chiuso i lunghi, lunghissimi, colloqui per dare vita al nuovo esecutivo di 70 seggi (su 120).

Un esecutivo, a dire il vero, variopinto. E che, fino a quando non sarà ufficializzato, potrebbe andare incontro a sorprese dell’ultimo momento. Perché c’è ancora molto su cui accordarsi. Ma comunque dovrebbe essere formato dal ticket “Likud”-“Beitenu” (31 seggi), la formazione di Lapid “Yesh Atid” (19 parlamentari), quella di Bennett “Jewish Home” (12), la realtà di Tzipi Livni “Hatnua” (6) e “Kadima” (2). All’opposizione gli altri partiti: i laburisti di Shelly Yechimovich e gli ultraortodossi dello “Shas” e dello “United Torah Judaism”.

Il ministero degli Esteri dovrebbe essere ancora messo a disposizione di Avigdor Lieberman, già numero uno della diplomazia israeliana fino allo scorso dicembre, quando s’è dimesso dopo l’accusa di corruzione. La Difesa dovrebbe andare a Moshe Ya’alon (“Likud”), ex pezzo grosso dell’esercito. Tzipi Livni, primo leader di un partito a mettersi d’accordo con Netanyahu per il nuovo esecutivo, avrebbe chiesto per sé la guida dei negoziatori israeliani nei colloqui di pace con i palestinesi.

In tutto, nel nuovo governo dovrebbero esserci 23-25 dicasteri. Secondo la Radio militare otto dovrebbero andare al “Likud”, sei a “Yesh Atid”, quattro a “Jewish Home”, tre a “Israel Beitenu”, due a “Hatnua” e uno a “Kadima”. Stasera – sabato 9 marzo – l’ultimo giro d’incontri. Mercoledì l’annuncio ufficiale. E l’avvio di un esecutivo che dovrà risolvere tante questioni. Una su tutte: cosa fare con la Cisgiordania. Obama, in visita tra pochi giorni, lo dirà chiaro a Gerusalemme e Ramallah: bisogna riprendere i negoziati, subito.

© Leonard Berberi

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Scandalo amoroso nello Shin Bet, interviene Netanyahu

È una storia di nomi mozzati, tradimenti e sgambetti professionali all’interno dello Shin Bet, il servizio segreto di sicurezza interna. È una vicenda andata avanti per settimane, tra silenzi e imbarazzi, fino a quando non è sceso in campo addirittura il premier Netanyahu per risolvere il caso.

E allora. Netanyahu ha ordinato il reintegro in servizio di un ufficiale dello Shin Bet, denominato H, che era stato silurato da un suo superiore, A, risultato poi essere amante segreto della moglie, pure impiegata del servizio.

H era stato costretto a rinunciare all’incarico che svolgeva da una commissione presieduta da A a causa di presunte infrazioni disciplinari. Infrazioni in realtà mai verificate del tutto. Ma H aveva comunque accettato il siluramento, almeno inizialmente. La fine del rapporto con il servizio segreto era stato convalidato anche dal capo dello Shin Bet, Yuval Diskin.

Solo che qualche giorno dopo, H si era ribellato dopo aver scoperto che A non solo era l’amante della moglie, ma aveva pure in passato cercato di ostacolare le sue promozioni. H aveva perciò denunciato il caso al capo del personale dei dipendenti dello Stato. Un’inchiesta interna si era conclusa con la decisione di imporre ad A le dimissioni dallo Shin-Bet e di revocare la promozione dell’amante che ha poi rassegnato le dimissioni dal servizio.

Malgrado i risultati dell’inchiesta, Diskin si era rifiutato di reintegrare H nel servizio, costringendolo a chiedere l’intervento del premier, responsabile politico dello Shin Bet. Netanyahu, sulla base dei risultati di una speciale audizione di H davanti alla consulente legale dell’ufficio del primo ministro, e dopo una verifica delle sue affermazioni, ha ordinato di reintegrare H nell’Agenzia, contro la volontà di Diskin che, comunque, tra pochi mesi passerà le consegne a chi sarà designato a comandare lo Shin Bet.

Leonard Berberi

Leggi anche: Lui, lei, l’altro. Il triangolo amoroso all’interno dello Shin Bet (dell’11 giugno 2010)

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La storia / Danny Seaman, l’eccentrico capo (ad interim) del press office di Netanyahu

Danny Seaman, il capo dell'Ufficio stampa del governo israeliano

L’hanno paragonato a Edgar J. Hoover. Lui, non contento, si vantava di essere anche peggio. Con la differenza che mentre il mastino americano guidava l’Fbi, il più grande servizio d’intelligence americano e nel mezzo della Guerra fredda, lui doveva semplicemente intrattenere buoni rapporti con i giornalisti stranieri. E, soprattutto, firmare gli accrediti stampa per far entrare nel paese i cronisti consentendo loro di fare il proprio mestiere. Un lavoro che, secondo molti, ha svolto «creando più danni di qualsiasi blitz militare».

L’uomo in questione si chiama Danny Seaman, è nato in una base militare Usa in Germania 49 anni fa e da dieci guida – ad interim – l’ufficio stampa del governo israeliano. Una carica che qualcuno vuole togliergli, sfruttando l’occasione del concorso pubblico. Anche se, come teme qualcuno, il fatto che Seaman abbia partecipato alla stessa gara potrebbe essere soltanto il modo più semplice per ufficializzare il ruolo e le funzioni dell’attuale capo del Press Office.

Il fatto è che sono diventate ormai troppe – alcune perfino imbarazzanti – le figuracce che vedono protagonista Seaman e che, di riflesso, coinvolgono lo Stato ebraico. L’ultima, in ordine di tempo, la mail provocatoria con l’elenco delle bellezze di Gaza da visitare, i ristoranti in cui mangiare e gli alberghi in cui dormire.

Per non parlare delle pubbliche manifestazioni di soddisfazione nel non aver concesso l’accredito stampa a una sessantina di giornalisti stranieri. Vuoi per motivi personali, vuoi per motivi strettamente politici. Ne sa qualcosa Joerg Bremer, giornalista della Frankfurter Allgemeine Zeitung che, dopo quindici anni di corrispondenza da Gerusalemme, s’è ritrovato privo di visto giornalistico perché Seaman non voleva firmargli la proroga. Per risolvere il caso si mosse la cancelleria di Berlino che fece pubbliche pressioni presso l’ambasciata israeliana in Germania.

Correva l’anno 2006. E le cose per il capo dell’ufficio stampa del governo di Gerusalemme non cambiarono. Anzi, la posizione di Seaman fu ancora più puntellata. Tanto che quando Lisa Goldman, una giornalista canadese, gli ha scritto per cercare di parlare con il superiore sulla mancata concessione del visto, lui, Seaman, le ha risposto: «Io sono il capo di me stesso, non rispondo a nessuno e detto legge al Press Office». Non contento, chiuse la risposta scrivendo alla giornalista che «il fatto di aver chiesto di parlare con il superiore voleva dire che non avrebbe mai ricevuto l’accredito stampa».

E tutti si ricordano la sua violenza nei confronti di una fotografa mentre Papa Benedetto XVI visitava la Spianata delle Moschee a Gerusalemme (sotto, il video). Per non si sa quale motivo, Seaman ha afferrato da dietro la giornalista, l’ha trascinata lontana dal Papa e l’ha spinta fuori. Sotto gli occhi increduli della sicurezza vaticana e dei tanti cronisti presenti.


I risultati del concorso pubblico arriveranno tra qualche giorno. Sono in tanti a sperare che il governo Netanyahu cambi corso alle relazioni con i media stranieri e che metta al capo di uno dei più importanti uffici di Gerusalemme un giornalista, non un «civil servant».

Leonard Berberi

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