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Il sospetto

Uno dei ragazzi sospettati di aver violentato per quattro anni una coetanea viene coperto dai flash dei fotografi (foto di Hagai Aharon / Ynet)

La noia? La frustrazione? La continua pianura fatta di appezzamenti agricoli? O l’ammasso di kibbutzim che, visto dal satellite, sembra a un agglomerato di atolli poco comunicanti?

Fatto sta che la regione di Amakin, nel nord di Israele, deve fare i conti con dodici minorenni – tutti dai 14 ai 17 anni – sospettati di aver violentato ripetutamente – e sodomizzato – una coetanea. Non per un giorno. E nemmeno per un mese. Ma per quattro anni. Le prime violenze sarebbero iniziate quando la vittima di anni ne aveva appena dieci. Le ultime, a quattrordici. Fino all’epilogo: l’arresto dei dodici il 31 gennaio scorso.

Ad occuparsi del caso è la Corte di Afula. I cui pubblici accusatori pensano che la ragazzina sia stata anche vittima di minacce ed estorsione. Ora i presunti violentatori sono a casa. Agli arresti domiciliari, dopo dieci giorni in cella.

“I nostri bambini sono normali, non hanno fatto nulla di sbagliato”, hanno detto i genitori degli accusati secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth. Anche se le accuse della ragazzina sono pesantissime. E i dettagli – “raccapriccianti” – sono stati prima raccontati ai servizi sociali di Afula. Poi ripetuti alla Polizia.

E ora, dopo l’ennesimo caso di bullismo che si trasforma in violenza contro il più debole, sono in tanti a chiedersi se è un caso o se c’è qualcosa che non va nei teenagers israeliani.

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L’uomo nero?

Avinoam Braverman (foto: Yaron Brener)

Violenza sessuale, tentato stupro, sodomia, rapporti sessuali proibiti, atti osceni, molestie e pubblicazione di materiale proibito. Avinoam Braverman, 34 anni di Tel Aviv dovrà rispondere a tutte queste accuse. Giustificandole una per una.

Brutta storia dalle parti di Rotschild Boulevard. Che spaventa i piccoli. Ma soprattutto i genitori di almeno mille ragazzine, tutte minorenni, contattate dal presunto pedofilo Braverman via chat. L’accusa della Corte israeliana è riuscita a provare la violenza fisica su almeno quattro vittime. Una di queste sarebbe stata violentata più volte nel corso degli ultimi mesi. Ma in ballo ci sarebbe sesso proibito con almeno un’altra dozzina di minorenni.

Negli ultimi quattro anni – secondo la ricostruzione della Procura di Tel Aviv – Braverman ha navigato tranquillamente sulle chat e sui forum utilizzati dalle adolescenti. E sempre con la stessa tecnica: presentandosi come un ragazzino timido di nove anni, facendo tanti complimenti sull’estetica delle ragazze e poi, dopo averle “abbordate”, le convinceva ad avere rapporti sessuali.

In un caso, gli investigatori sono riusciti a risalire anche alle parole. Dopo avergli dato il proprio numero di cellulare, una delle ragazze ha scritto a Braverman: “Se mi porti 200 shekel (40 euro circa) puoi farmi tutto quello che vorrai”. “Se ne porti la metà – continuava il messaggio – vedremo cosa fare…”. I due si sono incontrati a casa della minorenne. Dove hanno avuto rapporti sessuali frequenti.

E Braverman? Per adesso tace. E fa parlare il suo avvocato difensore, Bentzi Kovler: “Potremmo muoverci soltanto quando entreremo in possesso di tutte le prove a supporto dell’accusa”, taglia corto il legale.

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Abusi, violenze, pestaggi. Le soldatesse cattive dell’esercito israeliano

Ultima sigaretta - e bibita - prima della doccia (Rachel Papo)

Disposte a tutto. Pur di mostrare di essere come i colleghi maschi. Se non meglio. Anche a costo di uccidere un bambino. Senza motivo. O di spezzargli un braccio. Le confessioni choc di alcune soldatesse israeliane stanno facendo discutere. Perché, per la prima volta, tutto questo è nero su bianco nell’ultimo rapporto diffuso da Breaking the Silence, una ong di attivisti dei diritti umani impegnata a far luce sul comportamento delle forze armate.

Abusi, violenze ingiustificate, offese, atti di umiliazione, pestaggi. Sotto accusa tutte le unità femminili in Cisgiordania. Impiegate in misura crescente in azioni di combattimento o di prima linea, le soldatesse ammettono – in alcuni casi – di aver partecipato o assistito a episodi di cui oggi si vergognano e che contrastano con i loro valori e con gli stessi principi insegnati nelle scuole militari.

E tutto per mostrarsi «più dure» dei commilitoni maschi, per provare il brivido nello schiaffeggiare senza motivo un ragazzo arabo, ma anche di rompere una mano a un ragazzino fermo a un posto di blocco. Così come sparare senza motivo – ammette una ragazza che ha prestato servizio nelle Guardie di Frontiera –  a un bambino di 9 anni ferito poi a morte. Per il momento l’Idf ha respinto qualsiasi richiesta di chiarimento.

Leonard Berberi

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