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ANALISI / Quei dodicimila uomini della Nato e dei Paesi arabi pronti a invadere la Siria

Ufficialmente si tratta soltanto di un’esercitazione. Ufficiosamente, fanno trapelare da Gerusalemme, «siamo di fronte a una delle ultime tappe prima dell’intervento armato contro la Siria di Bashar Assad». Intervento che, per ora, dovrebbe avere come base di partenza un contingente di 12 mila soldati, di almeno diciassette nazionalità – dai Paesi membri della Nato agli Usa, dall’Arabia Saudita al Qatar –, e che in questi giorni si trovano ammassati lungo il confine sirio-giordano.

Il motivo ufficiale, appunto, è un’esercitazione su larga scala – nome in codice: «Leone ardente» – che dovrebbe iniziare il 15 maggio e durare una decina di giorni. Si tratta di soldati scelti, specializzati in interventi in zone di guerra particolarmente difficili e mutevoli. A gestire tutta l’operazione la Us Special Operations Command Central. Insomma: gli Stati Uniti.

Fuoco e macerie dopo l’attentato a Damasco

Elemento non insignificante. Secondo l’intelligence israeliana è il segno che Amman ha deciso di dare appoggio logistico a tutta la «coalizione di volenterosi» intenzionata a cacciare il dittatore Assad dalla Siria. Secondo elemento, non meno importante: «In questo modo – analizzano gli esperti del Mossad – gli Usa lanciano un messaggio sia ai russi, ora protettori del regime di Damasco, sia a quei Paesi europei e arabi che denunciano da mesi il lassismo americano sulla questione siriana». E ancora: non sono ormai un segreto le continue e insistenti telefonate dell’amministrazione Obama al presidente del Libano, Suleiman, perché faccia il possibile per interrompere il continuo flusso di armi da Hezbollah al regime siriano facendo così rispettare la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che vieta qualsiasi traffico militare sull’asse Beirut-Damasco.

Ma c’è di più. Il numero – dodicimila – non sarebbe stato scelto a seconda della disponibilità dei singoli Paesi partecipanti. Sarebbe il «contingente minimo» per entrare in sicurezza in territorio siriano, sbaragliare l’esercito di fedeli di Assad e cercare di puntare verso Damasco. Con l’aiuto, s’intende, di droni e caccia militari che, dal cielo, dovrebbero mettere fuori uso le postazioni militari della Siria.

L’intervento dei volontari subito dopo la doppia esplosione a Damasco lo scorso 10 maggio

La doppia esplosione del 10 maggio che ha provocato una cinquantina di morti nella capitale è sì un attentato, ma di quelli che il Mossad chiama «controllato». Da Gerusalemme, infatti, sostengono che a provocare la deflagrazione sarebbe stato un manipolo di ribelli siriani, aiutato da elementi dei servizi segreti giordani e dei Paesi del Golfo, con lo scopo di destabilizzare di più il regime e – soprattutto – di costringere Assad a richiamare le truppe d’elite della Guardia presidenziale nella capitale in difesa dei palazzi governativi, ma lasciando così il resto del Paese senza militari fedeli al regime. Cosa che, secondo più di un informatore, sarebbe stata effettivamente fatta.

In parallelo, però, Damasco avrebbe accettato l’aiuto dell’intelligence iraniana. Teheran avrebbe proposto al regime di Assad di dotare quasi tutte le vie principali della capitale di telecamere di sicurezza estremamente sofisticate. Non solo per rendere più efficace il controllo della città, ma anche per costringere i ribelli ad avere meno libertà di movimento. Soprattutto: per non farsi sfuggire le mosse degli osservatori delle Nazioni unite.

Intanto una mossa decisiva per lo scacchiere mediorientale arriva direttamente da Mosca. Il nuovo presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo iraniano Mahmoud Ahmadinejad si sono messi d’accordo per rafforzare la cooperazione tra i due paesi nel corso di un colloquio telefonico. A dirlo è stato lo stesso Cremlino che ha anche precisato che «l’iniziativa della telefonata è stata presa da Teheran».

© Leonard Berberi

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“Palestinian Airlines” torna a volare (dopo 7 anni)

Uno dei due Fokker della Palestinian Airlines

Certo, la flotta è piccina piccina: 4 aerei (due Fokker, un Boeing 727, un Airbus 320), poche hostess e pochissimi dipendenti. Niente a che vedere con i giganti dei cieli dei fratelli del Golfo Persico. Però. Però è un piccolo passo verso la normalizzazione della vita. E dei viaggi.

Poi, ovvio, c’è quel piccolo particolare di non poco conto: scali, da queste parti, non ce ne sono. E quel che c’era, lo Yasser Arafat International Airport di Gaza City, prima l’han distrutto le bombe degl’israeliani (nel 2001). Poi l’hanno cancellato del tutto gli stessi palestinesi. I quali, senza bitume per asfaltare le strade (materiale bloccato ai varchi proprio dagl’israeliani), han pensato bene di prendersi – pezzo dopo pezzo – l’intera pista di decollo/atterraggio. Vedere per credere. Così, oggi, non restano che le carcasse della hall dell’aeroporto e della torre di controllo. Più qualche rimasuglio di reticolato qua e là.

E comunque. A volte ritornano. Un po’ in sordina, a dire il vero. Ma comunque tornano. E, forse, è un segno di normalità. Perché il giorno dopo il primo decollo, il direttore generale Zeyad Albad ha annunciato che la «Palestinian Airlines» è tornata a volare. Sette anni dopo l’ultimo decollo, nel 2005. Diciassette anni dopo la creazione, fortemente voluta dall’Autorità nazionale palestinese. La base, ora, è in territorio egiziano, nello scalo di Al Arish, aperto proprio dopo la distruzione di quello di Gaza City. La prima destinazione è stata Amman, capitale della Giordania. Esattamente l’ultimo scalo servito prima dello stop. Il tutto grazie a un accordo tra l’Anp e le nuove autorità egiziane.

Quel che resta dell’aeroporto internazionale “Yasser Arafat” di Gaza

Albad ha spiegato che ci saranno due voli andata e ritorno settimanali con Amman per i viaggiatori che transitano per il terminal di frontiera di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, a circa 50 km da Al Arish. «Un decimo della distanza che erano costretti a percorrere per raggiungere gli aeroporti più vicini dell’Egitto», ci ha tenuto a precisare. Certo, non che Al Arish sia messa bene: nel 2011 i passeggeri totali sono stati 5.991, quasi la metà di quelli dell’anno prima.

Il direttore generale ha aggiunto che «avremo presto anche dei voli verso Gedda (Arabia Saudita), e pensiamo anche di allacciare dei contatti con la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti». Per il momento, però, piedi per terra. Il Boeing 727 e l’Airbus 320 restano in deposito. Voleranno soltanto i due Fokker. Velivoli vecchiotti e non sempre sicuri. «Ma abbiamo ancora pochi passeggeri, ci bastano gli aerei più piccoli», spiega Albad. Il realismo, prima di tutto. E le economie di scala. E l’analisi del mercato. Poi, si vedrà. Magari un giorno tutto diventerà più semplice. Più normale. Israele e Hamas, permettendo.

© Leonard Berberi

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Blitz di Hamas, morti gli assassini di Vittorio Arrigoni

È finita com’era iniziata. Nel sangue. Cinque giorni dopo il rapimento e l’uccisione dell’attivista italiano Vittorio Arrigoni, e dopo ore di guerriglia nel campo profughi di Nuseirat, al centro della Striscia di Gaza, la polizia di Hamas è riuscita a chiudere uno dei capitoli più brutti della storia palestinese.

Dopo un blitz durato ore, il ricercato principale, il giordano Abu Abdel Rahman Bereizt, ha lanciato una bomba a mano contro gli altri due miliziani, uccidendone uno, per poi togliersi la vita con un colpo d’arma da fuoco. Poco prima un altro ricercato, Mohammed al-Salafiti, si era consegnato alla polizia così come il proprietario dell’abitazione, Amer Abu Ghula, nella quale il commando si era nascosto.

Gli scontri sono iniziati poco dopo pranzo. Dopo una serie di soffiate, gli apparati di sicurezza di Hamas hanno circondato un’abitazione, si sono posizionati in quella vicina e con un altoparlante hanno chiesto ai salafiti di arrendersi. Ma questi hanno iniziato a sparare per evitare la cattura e da lì è partita una lunga serie di colpi da arma di fuoco.

Alcune ore dopo, il governo di Hamas ha riferito che al termine del blitz sono morti due salafiti. Nel blitz sarebbero stati feriti alcuni poliziotti e anche una ragazza, colpita a un piede.

Nel pomeriggio, intanto, s’era fatto sentire anche il padre di un giordano indicato come il “regista” del sequestro e dell’assassinio di Vittorio Arrigoni. «Mio figlio si trovava nella Striscia per motivi di studio, dopo aver ottenuto una borsa», ha spiegato Mohmmad Bereizt dalla sua casa nella città di Irbid, nord della Giordania. «Abdul Rahman era partito per Gaza per degli studi sulla sharia islamica, dopo aver vinto un concorso».

La “mente” dell’operazione, stando ai racconti del padre, ha studiato ingegneria in una università locale ma ha pensato di cambiare il suo corso di studi e approfondire la sharia islamica. Egli ha inoltre aggiunto di non sapere se suo figlio abbia deciso di unirsi ai salafiti a Gaza, ma di sapere che Abdel Rahman, che ha 22 anni, era impegnato in attività umanitarie nella Striscia mentre studiava per corrispondenza alla Università aperta di Gerusalemme.

«Aiutava le persone a fornire aiuti ai bisognosi. Dubito che sia responsabile dell’assassinio di Arrigoni», s’è detto sicura il papà. Fonti ufficiali giordane hanno riferito che un’indagine è stata avviata sulle informazioni secondo cui un salafita giordano sarebbe coinvolto nell’assassinio dell’italiano.

© Leonard Berberi

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Arrigoni, è caccia al giordano

Parte del referto medico che certifica il decesso di Vittorio Arrigoni

Ci sarebbe un cittadino giordano dietro al sequestro e all’uccisione dell’attivista e blogger italiano Vittorio Arrigoni. Lo confermano a Falafel Cafè fonti bene informate di Gaza City. La sicurezza di Hamas sta cercando ovunque, nella Striscia, l’uomo che si fa chiamare “Abdel Rahman il Giordano” e sarebbe uno degli esponenti della Jihad mondiale.

Il premier di Hamas, Ismail Haniyeh, avrebbe chiesto ai suoi apparati la massima attenzione per chiudere il caso in fretta e con l’arresto anche del terzo uomo. Il giordano – sempre secondo fonti bene informate – si sarebbe trasferito a Gaza negli ultimi anni. Sarebbe entrato nella Striscia attraverso uno dei tunnel di contrabbando con il Sinai. Ed è proprio per questo che Hamas ha chiuso tutte le vie d’uscita verso l’Egitto.

Nella Striscia avrebbe aderito a uno dei tanti gruppi salafiti palestinesi. Ora di lui s’è persa ogni traccia. Ma da Gerusalemme fanno sapere che l’uomo potrebbe essere coinvolto in almeno un altro paio di rapimenti conclusi con la morte della persona sequestrata, in entrambi i casi un occidentale.

A dare una svolta alle indagini è stata la confessione di Haitem Salfiti. In cella restano due dei tre presunti fiancheggiatori del sequestro e della morte di Arrigoni. Sono entrambi ragazzi minorenni, Farid Bahas e Tamer al-Hasasnah, di 16 e 17 anni, e sono stati arrestati poche ore dopo il rapimento. Bahar – secondo la sua testimonianza – avrebbe materialmente strangolato l’attivista italiano con un filo di ferro, in una casa abbandonata a nord di Gaza City. Ma Hamas ha precisato che i veri colpevoli, oltre al giordano, sono ancora in circolazione.

© Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: domenica 17 aprile, ore 05.47)

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I giornali israeliani: “Medio Oriente in fiamme e l’arte del non fare nulla di Netanyahu”

Ma Israele che sta facendo in questi giorni così caldi per il Medio Oriente? Se lo chiede la stampa nazionale. E, forse, anche l’amministrazione americana. Perché con Gaza sull’orlo del precipizio, l’Egitto ancora al bivio, la Siria in fiamme e il Libano e la Giordania sul punto di esplodere, ecco in mezzo a tutto questo c’è uno Stato, Israele appunto, che decide di non decidere. Meglio: sta zitta. Nessuna attività diplomatica, nessuna dichiarazione politica, nessuna mossa.

Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano e leader del partito di destra "Likud" (foto Oded Balilty / Ap Photo)

L’«arte del non far nulla», sintetizzano i commentatori israeliani. Soprattutto da parte di chi, come il premier Benjamin Netanyahu, da sempre batte il tasto della sicurezza. Bibi è preoccupato che i tumulti in atto possano produrre soprattutto instabilità, quanto meno nel breve e medio periodo. E che non garantiscano il rispetto degli accordi passati e futuri. Non solo con i palestinesi. Ma anche con gli altri Stati.

Il premier teme l’ingresso in campo politico – magari anche con il voto popolare – di forze radicali animate da propositi di distruzione dello Stato ebraico. Da quanto sta succedendo nel mondo arabo, analisti politici in Israele traggono tuttavia conclusioni divergenti.

Gli eventi in atto, ha scritto venerdì il commentatore Aluf Benn su Haaretz, marcano «gli ultimi giorni degli accordi Sykes-Picot della prima guerra mondiale che portarono alla divisione del Medio Oriente in Stati separati. È evidente che la carta geografica della regione negli anni a venire mostrerà nuovi o rinati Stati indipendenti come il Sud Sudan, il Kurdistan, la Palestina, forse la Cirenaica». Insomma: un panorama diverso e più articolato nel quale le carte risulterebbero sparigliate, offrendo spazi di manovra più larghi allo stesso Israele.

Un altro giornalista, Avi Issacharov, si chiede se il potere del presidente Bashar al Assad in Siria – «un nemico di confine che Israele se non altro conosce e con il quale ha stabilito alcune tacite regole del gioco» – non sia anch’esso alle ultime battute. Ma avverte pure che l’esperienza insegna come «regimi regionali, davanti a sommovimenti interni, siano ricorsi in passato, talora con profitto, alla strategia della tensione con un nemico esterno».

Proteste in Siria (foto Ap)

È ciò che in questo momento – continua Issacharov – sta già facendo l’Iran, intensificando l’invio di armi in Siria, agli Hezbollah in Libano, ai movimenti islamico-radicali di Gaza. Ed è ciò che pare tentato di fare Hamas, riaccendendo la miccia al confine con Israele, per distogliere forse l’attenzione da qualche inedito problema di consenso interno nella Striscia di Gaza.

Secondo altri commentatori, proprio le rivolte dimostrano però – almeno per il momento – che questa strategia potrebbe non pagare più. «In Medio Oriente – analizza l’orientalista Guy Bechor – è successa una cosa sconvolgente: il solo collante che univa le sette, le religioni, le tribù, le nazionalità e le minoranze, che si odiano reciprocamente, era l’ostilità verso Israele. E questa colla non funziona più».

(leonard berberi)

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E la compagnia “Egypt Air” fa sparire Israele dalle sue mappe

La prima versione della cartina: il Medio Oriente secondo "Egypt Air". Israele non c'è, al suo posto c'è la Giordania (foto ynet.co.il)

La notizia, visto il mercoledì tragico, è passata un po’ in secondo piano. Però contribuisce – nel suo piccolo – ad accentuare la tensione che accerchia Israele. Il fatto è che a voler fare le pulci all’incognita Egitto, si scoprono cose interessanti.

Come quella notata dai giornalisti del quotidiano ebraico online“Ynet”: “Egypt Air”, la più grande compagnia aerea egiziana, ha rimosso Israele dalla sua mappa. Non solo come rotta, ma anche come Paese. Per cui, anche se ci sono quattro voli alla settimana verso lo scalo internazionale di Tel Aviv e anche se la compagnia gemella, Air Sinai, fa altrettanto, chi volesse prenotare via Internet i biglietti con destinazione lo Stato ebraico farebbe molta fatica.

Anche dopo la correzione, i confini d'Israele sono comunque imprecisi (Falafel Cafè)

A vederla bene, nella “route map” della compagnia il Libano è grande il doppio è arriva praticamente fino a inglobare Haifa e Tel Aviv. E prima che la segnalazione diventasse pubblica nella cartina la Giordania finiva sul Mediterraneo. Con la capitale Amman che, secondo la personalissima idea di mappamondo, sembrava posizionata dove oggi si trova Gerusalemme.

Poi qualcuno, nel giro di poche ore, ha fatto una piccola modifica: ha spostato la città entro i confini giordani. Ma ha comunque lasciato intatti le nuove frontiere d’Israele: lo Stato ebraico è quasi la metà, ed è un tutt’uno con Gaza e la Cisgiordania.

Leonard Berberi

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Dal Belgio verso Israele tutto in bicicletta. Dopo Schuster, ecco il viaggio di David e Iris

Sembra sia diventata una mania. O una moda. E il merito si deve, forse, a Stephen Schuster, il 45enne tedesco che sopra alla sua bicicletta ha percorso quasi 6mila chilometri dalla casa di Monaco di Baviera fino ad Haifa.

Lo stesso viaggio ora l’ha fatto un altro. Anzi, altri due: David Verlinden e la sua amica olandese Iris Baijens. Stavolta son partiti dal Belgio, hanno pedalato verso Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Serbia, Romania, Bulgaria, Grecia, Turchia, Siria, Libano, Giordania. In tutto: 5.778 chilometri lunghi tre mesi.

«In Bulgaria e Turchia ci hanno considerato dei pazzi», racconta David, 31 anni. E a chi gli chiedeva come fosse andato il tratto di strada lungo l’asse Siria-Libano, il ragazzo è stato sincero: «A parte i poster onnipresenti del presidente siriano Bashar al-Assad e a parte i servizi segreti, ci siamo sentiti al sicuro e siamo stati trattati bene». Certo, non hanno dovuto dire alla polizia dove erano davvero diretti: cioè in Israele.

Ancora qualche giorno di vacanza, poi i due amici ritorneranno a casa. Ma stavolta, come ha fatto anche il tedesco Schuster, il viaggio sarà a bordo di un aereo.

L.B.

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