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I ladri rubano la bici del sindaco di Tel Aviv

Non è che siano giorni proprio indimenticabili, questi, per Ron Huldai. Il sindaco di Tel Aviv, laburista fino alle ossa, ha dovuto subire prima la scissione interna al partito. Poi, in meno di 24 ore, anche il furto della sua bici.

Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai (laburista, 66 anni), posa accanto alla sua bici. Ora rubata

Sì, perché Huldai è un primo cittadino ecosostenibile. Viaggia parecchio in macchina. Ma entro le mura cittadine lo si vede ogni giorno pedalare sulla sua due ruote. A sessantasei anni suonati. E comunque. Dopo una giornata di lavoro intenso, il sindaco è uscito dal municipio e si è avvicinato al posto in cui aveva lasciato la sua bici color verde elettrico.

Solo che, una volta lì, ha scoperto che la due ruote qualcuno gliel’aveva rubata. Proprio nel cuore politico della città. Nel luogo, per eccellenza, più sicuro. A denunciare il furto è stato lo stesso primo cittadino. Che continua nel ritorno a casa della sua “creatura”.

Una beffa, questo furto. Un fattaccio che colpisce uno dei più convinti sostenitori della diffusione delle bici nella città. Non solo perché così si ottimizzano i tempi di trasporto, ma anche perché si vive tutti e meglio. È grazie a Huldai se di fianco a ogni marciapiede di Tel Aviv si trova sempre anche una corsia riservata ai ciclisti. Tutti accorgimenti che, però, non hanno ancora fermato i ladri di biciclette.

Leonard Berberi

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Un’attivista denuncia: i soldati israeliani hanno usato la mia carta di credito

TEL AVIV – Katherine Sheetz aveva appena messo piede a Woods Hole, California. Ma migliaia di chilometri più a est, e nello stesso istante, la carta di credito «Bank of America» intestata a lei veniva fatta passare attraverso un lettore ottico di Tel Aviv per acquistare bottiglie di birra. Non solo quel giorno. Ma anche quelli successivi. Mentre lei, Katherine, raccontava a parenti e amici cos’era successo.

Sdoppiamento della personalità o clonazione della tessera bancaria? No. Secondo Katherine Sheetz, «semplicemente, sono stati soldati israeliani». Perché lei, Katherine, fotografa freelance di 63 anni, era un’attivista pro-Gaza che si trovava a bordo della nave “Challenger”. Anche lei faceva parte della flottiglia filo-palestinese. E quando è stata fermata, ha dovuto consegnare tutto quello che aveva addosso all’esercito israeliano.

La prova degli acquisti fraudolenti (Falafel Cafè)

Falafel Cafè è entrato in possesso dell’estratto conto che dimostra gli acquisti avvenuti con la carta di Katherine Sheetz nei giorni in cui lei si trovava all’altro capo del mondo.

Fermata il 31 maggio e riportata negli Usa il 2 giugno, Katherine ha scoperto che il movimento bancario della sua carta di credito riportava acquisti in Israele. Acquisti tutti avvenuti tra il 4 e il 7 giugno. Tutti ai distributori automatici. E per un valore di circa 800 euro.

«Visto quello che è successo alla mia scheda, mi viene il sospetto che non fossero soldati israeliani, ma pirati», dice Katherine. Un po’ ci scherza. Ma poi si fa seria. «Ci hanno abbordati – racconta –, poi ci hanno portato ad Ashdod. Lì mi sono rifiutata di firmare l’espulsione perché era scritto tutto in ebraico e io non ci capivo niente».

Il giorno dopo, lei e tutti gli altri vengono portati nel carcere nuovissimo di Be’er Sheva. Passano ventiquattrore e dalle sbarre si passa all’aeroporto internazionale di Tel Aviv. «Avevo tutto con me e non abbiamo fatto nessuna sosta», continua Katherine. «Mi sembra francamente impossibile che con tutto quello che era successo, avessi il tempo e la voglia di fermarmi per comprare della birra». Anche qui la 63enne scherza. Ma con molto sarcasmo.

La lista degli acquisti fraudolenti compiuti nei giorni successivi al rimpatrio di Katherine (Falafel Cafè)

Una volta scoperti gli acquisti fraudolenti, Katherine ha bloccato la carta di credito. Ma non rinuncia a dire la sua su quanto è successo. «La cosa che mi fa orrore è pensare che quegli stessi soldati che qualche ora prima avevano ucciso dei civili inermi, sono andati a festeggiare a suon di birra. E per di più birra comprata con i soldi degli altri».

Non sarà un po’ anti-israeliana, Katherine? «Niente affatto – risponde piccata –. Io mi sono sempre battuta e continuerò a battermi perché israeliani e palestinesi vivano in modo pacifico uno di fianco all’altro. Ma se penso che l’assedio di Gaza sia sbagliato e se penso che anche il muro che circonda la Cisgiordania sia un orrore ho il dovere morale di dirlo e di denunciarlo».

Interpellata sui troppi acquisti fraudolenti eseguiti con carte di credito degli attivisti fermati, la polizia di Tel Aviv non ha fatto altro che ricordare la procedura da effettuare: denuncia, tempo tecnico d’attesa, rimborso. Infine la condanna del colpevole. Con una precisazione: «Ammesso che si riesca a dimostrare chi sia stato».

Leonard Berberi

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