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Pronta una nuova flottiglia pro-Gaza. Ma stavolta si ferma in Egitto

(AP Photo)

Le acque tornano ad agitarsi al largo d’Israele. Una nuova nave – presa a noleggio da un’organizzazione di carità libica con capo un membro del clan Gheddafi – partirà oggi con l’obiettivo originario di arrivare sulla costa di Gaza. Ma dopo una notte di colloqui intensi e di telefonate estenuanti, la nave non arriverà più sulla Striscia, ma nel porto egiziano di Al-Arish.

All’interno ci sono duemila tonnellate di cibo e medicinali (frutto soprattutto delle donazioni greche) e 27 persone a bordo. La nave si chiama “Amalthea”, batte bandiera moldava e lascerà il porto di Lavrio, a sud di Atene, per arrivare in Egitto.

«Sono spaventato, ma le nostre vite sono nelle mani di Dio», aveva detto all’Associated Press il capo dei volontari libici, Abduraufel Jaziri, quando la destinazione finale era ancora Gaza. «Il nostro compito è quello di aiutare chiunque abbia bisogno di una mano. Non ci interessa la sua religione. Adesso cerchiamo di aiutare i civili di Gaza perché ne hanno bisogno».

E sul fatto che Israele sia poco disposta a far passare navi verso Gaza, Jaziri si mostrava disponibile: «Possono controllare la nave senza problemi, sono liberi di farlo. Se non ci permetteranno di portarli direttamente, allora si occuperanno loro di farlo».

Pericolo scongiurato. Il carico, stando alle ultime informazioni, dovrebbe essere fatto passare attraverso il valico egiziano per arrivare alla popolazione civile.

Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: 10 luglio, ore 11.53)

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attualità

Egitto, settimanale accosta Israele al Nazismo. E Gerusalemme si arrabbia

Passi l’accostamento tra Israele e una piovra. Passi pure la scena in cui c’è un vero e proprio atto violento dell’animale-Stato ebraico nei confronti di una nave civile zeppa d’indifesi. Ma quel simbolo, la svastica, proprio in mezzo alla bandiera israeliana e proprio al posto della Stella di Davide, ecco, la svastica no.

Così, l’ambasciata israeliana al Cairo, in Egitto, ha preso carta e penna per scrivere una protesta ufficiale contro una vignetta – quella di Carlo Latuff, che Falafel Cafè ha già pubblicato – che il 15 giugno Al-Watani al-Youm, un settimanale egiziano e organo ufficiale del partito del presidente Hosni Mubarak, ha deciso di pubblicare sulle sue pagine.

Nella vignetta c’è una grossa piovra con la bandiera israeliana sulla fronte, una svastica all’interno del drappo e i tentacoli che avvolgono una nave. Che, nelle intenzioni dell’autore, rappresenta la flottiglia pro-Gaza al centro del blitz israeliano del 31 maggio scorso.

La vignetta contestata

«L’ambasciata israeliana ha scelto di commentare questa vignetta e solo questa vignetta perché il nostro Stato viene paragonato al Nazismo», ha detto all’agenzia Reuters, la portavoce Shani Cooper-Zubida. «Ogni giorno sui media egiziani vengono pubblicati commenti e disegni anti-Semiti e noi non commentiamo mai. Ma questa vignetta non mostra una critica a Israele, piuttosto una vera e propria diffamazione», ha continuato Cooper-Zubida.

Il direttore del Al-Watani al-Youm , Mohammed el-Alfy, ha difeso la scelta del suo settimanale attraverso un editoriale appellandosi alla libertà di espressione.

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attualità

Un’attivista denuncia: i soldati israeliani hanno usato la mia carta di credito

TEL AVIV – Katherine Sheetz aveva appena messo piede a Woods Hole, California. Ma migliaia di chilometri più a est, e nello stesso istante, la carta di credito «Bank of America» intestata a lei veniva fatta passare attraverso un lettore ottico di Tel Aviv per acquistare bottiglie di birra. Non solo quel giorno. Ma anche quelli successivi. Mentre lei, Katherine, raccontava a parenti e amici cos’era successo.

Sdoppiamento della personalità o clonazione della tessera bancaria? No. Secondo Katherine Sheetz, «semplicemente, sono stati soldati israeliani». Perché lei, Katherine, fotografa freelance di 63 anni, era un’attivista pro-Gaza che si trovava a bordo della nave “Challenger”. Anche lei faceva parte della flottiglia filo-palestinese. E quando è stata fermata, ha dovuto consegnare tutto quello che aveva addosso all’esercito israeliano.

La prova degli acquisti fraudolenti (Falafel Cafè)

Falafel Cafè è entrato in possesso dell’estratto conto che dimostra gli acquisti avvenuti con la carta di Katherine Sheetz nei giorni in cui lei si trovava all’altro capo del mondo.

Fermata il 31 maggio e riportata negli Usa il 2 giugno, Katherine ha scoperto che il movimento bancario della sua carta di credito riportava acquisti in Israele. Acquisti tutti avvenuti tra il 4 e il 7 giugno. Tutti ai distributori automatici. E per un valore di circa 800 euro.

«Visto quello che è successo alla mia scheda, mi viene il sospetto che non fossero soldati israeliani, ma pirati», dice Katherine. Un po’ ci scherza. Ma poi si fa seria. «Ci hanno abbordati – racconta –, poi ci hanno portato ad Ashdod. Lì mi sono rifiutata di firmare l’espulsione perché era scritto tutto in ebraico e io non ci capivo niente».

Il giorno dopo, lei e tutti gli altri vengono portati nel carcere nuovissimo di Be’er Sheva. Passano ventiquattrore e dalle sbarre si passa all’aeroporto internazionale di Tel Aviv. «Avevo tutto con me e non abbiamo fatto nessuna sosta», continua Katherine. «Mi sembra francamente impossibile che con tutto quello che era successo, avessi il tempo e la voglia di fermarmi per comprare della birra». Anche qui la 63enne scherza. Ma con molto sarcasmo.

La lista degli acquisti fraudolenti compiuti nei giorni successivi al rimpatrio di Katherine (Falafel Cafè)

Una volta scoperti gli acquisti fraudolenti, Katherine ha bloccato la carta di credito. Ma non rinuncia a dire la sua su quanto è successo. «La cosa che mi fa orrore è pensare che quegli stessi soldati che qualche ora prima avevano ucciso dei civili inermi, sono andati a festeggiare a suon di birra. E per di più birra comprata con i soldi degli altri».

Non sarà un po’ anti-israeliana, Katherine? «Niente affatto – risponde piccata –. Io mi sono sempre battuta e continuerò a battermi perché israeliani e palestinesi vivano in modo pacifico uno di fianco all’altro. Ma se penso che l’assedio di Gaza sia sbagliato e se penso che anche il muro che circonda la Cisgiordania sia un orrore ho il dovere morale di dirlo e di denunciarlo».

Interpellata sui troppi acquisti fraudolenti eseguiti con carte di credito degli attivisti fermati, la polizia di Tel Aviv non ha fatto altro che ricordare la procedura da effettuare: denuncia, tempo tecnico d’attesa, rimborso. Infine la condanna del colpevole. Con una precisazione: «Ammesso che si riesca a dimostrare chi sia stato».

Leonard Berberi

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attualità

E il servizio segreto israeliano si mette a cercare volontarie anti-flottiglia

L'annuncio dello Shin Bet apparso sul quotidiano

«L’agenzia di pubblica sicurezza ricerca donne con grande forza fisica e forti motivazioni per evacuare le donne dalle flottiglie inviate da Hezbollah verso Gaza. L’adesione è volontaria». Firmato: Shin Bet.

I lettori del quotidiano più venduto in Israele, Yedioth Ahronoth, sono rimasti sorpresi nel leggere – nella pagina degli annunci – la richiesta della principale agenzia di sicurezza pubblica del Paese.

Una sorpresa tripla: perché l’annuncio è pubblico. Perché è rivolta soltanto alle donne. E perché sembra evidenziare una scarsa operazione di reclutamento da parte dello Shin Bet.

Ma l’attualità incombe. E il Libano ha dato l’ok alla partenza della prima flottiglia pro-Gaza. Anzi l’Hezbotilla, come l’hanno chiamata in molti.

Leonard Berberi

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attualità, economia

E i supermercati israeliani boicottano i prodotti turchi

Solo made in Israel. E magari anche made in Ue. Oppure made in Usa. Ma il made in Turkey no, non più. Anzi: mai più. Così, di boicottaggio in boicottaggio finisce che la faccenda – da un punto di vista economico – rischia di farsi maledettamente seria.

La pasta potrebbe essere una delle principali vittime del boicottaggio dei prodotti turchi adottato da poco dai supermercati israeliani

La Mavi Marmara, la flottiglia pro-Gaza assaltata dagl’israeliani il 31 maggio, continua a far danni. Da qualche giorno i più grandi supermercati dello Stato ebraico hanno deciso di non vendere più prodotti che arrivano dalla Turchia. E a pagarne le spese – per una confusione di etichette e di tipologie – potrebbe essere la pasta. Nata in Italia, ma prodotta copiosamente in Turchia. Distribuita, senza limiti, in tutto il Medio oriente e in parte dei Balcani.

Dice Zvi Williger, amministratore delegato della Willi Food: «Anche se sono contrario a qualsiasi forma di boicottaggio e anche se credo che i problemi tra i paesi debbano essere risolti a livello diplomatico, sto considerando di bloccare l’importazione di prodotti turchi».

La catena di supermercati “Mega” non è da meno. «Domani (domenica, nda) cesseremo l’importazione di pasta e farina proveniente dalla Turchia», hanno detto i titolari. Che, poi, hanno tenuto a precisare che i prodotti made in Turkey già presenti negli scaffali rimarranno lì, fino ad esaurimento scorte.

Aderisce al boicottaggio anche Rami Levy e la sua Shivuk Shikma. Che, anzi, rilancia con una proposta che potrebbe far piacere agl’italiani: «Tutti noi israeliani dovremmo smettere di importare prodotti turchi e iniziare a comprare la pasta italiana, anche se è più cara».

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politica

La mossa disperata di Simon Peres: anche la Livni nel governo Netanyahu

Simon Peres, presidente d'Israele

Chi l’ha visto e sentito negli ultimi giorni parla di un uomo «triste, indebolito e arrabbiato». La crisi di popolarità dello Stato ebraico va di pari passo con l’umore di Simon Peres, il presidente d’Israele. Il blitz alla flottiglia turca pro-Gaza, i nove morti, la condanna del mondo occidentale e le critiche sul modello di democrazia che regna a Gerusalemme hanno ammaccato anche un uomo ottimista come Peres. Per non parlare dell’assenza dei progressi nel processo di pace con i palestinesi.

Ed è così che, nel tentativo – disperato – di recuperare credibilità internazionale, il presidente israeliano pare stia pensando al colpo di scena: far entrare nel governo Netanyahu il partito centrista Kadima. Quel partito che alla Knesset ha la maggioranza relativa dei seggi, ma non i numeri per governare. Quel partito che è guidato da Tzipi Livni, ex premier e ora a capo dell’opposizione.

L’indiscrezione – pubblicata dal quotidiano Ma’ariv – non è stata smentita né dall’ufficio del capo di Stato, né dalle forze politiche. E per questo diventa più probabile ogni ora che passa. Peres – scrive il giornale – avrebbe già sondato il terreno con alcuni ministri del Likud, il partito di Netanyahu, e avrebbe ricevuto un sì preliminare.

Restano ora tre scogli. Il sì della Livni non è per nulla scontato. Così come il consenso dei partiti di ultradestra – ora al governo – come Shas e Israel Beitenu. E non è sicuro nemmeno che lo stesso Bibi Netanyahu dica sì all’idea. Una cosa è certa: Simon Peres vuol chiudere la partita il prima possibile. Anche a costo di elezioni anticipate. Magari facendosi aiutare dalle tre commissioni d’inchiesta appena insediate che dovranno indagare sul sanguinoso blitz del 31 maggio.

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attualità

Israele, uno striscione critica il basso numero di vittime del blitz sulla flottiglia

Sembrava uno striscione sportivo. Di quelli che scrivono i tifosi per salutare la vittoria della propria squadra. E infatti, quel pezzo di stoffa con grandi scritte rosse e nere svolazzava al vento lungo la Highway 6 attaccato alla parte anteriore di un pullman.

Ma a leggerlo bene, quello striscione, si scopre che il messaggio è un altro. «Vergogna Shayetet 13! Perché ne avete uccisi così pochi?». Uno slogan – di guerra – rivolto ai militari del blitz sulla flottiglia pro-Gaza per aver fatto poche vittime tra gli attivisti della Mavi Marmara. Dentro al bus di quel pezzo di stoffa non se n’era accorto nessuno. Perché a metterlo è stato l’autista che, nelle intenzioni, voleva sostenere in modo provocatorio l’operato delle forze navali.

Lo striscione incriminato (foto Ynet)

Peccato che i passeggeri non fossero uomini qualunque. Ma soldati dell’Idf, l’esercito israeliano. E quel messaggio molti l’avevano attribuito proprio ai militari. Così quando se ne sono accorti il comandante dei soldati ha spinto l’autista privato a rimuovere lo striscione.

Anche chi per caso passava sull’autostrada non ha apprezzato l’iniziativa. «È di cattivo gusto che in un momento in cui l’episodio è sotto indagine e gli occhi del mondo sono su Israele, che continua a subire critiche, succeda un incidente del genere con un autobus usato dall’esercito», ha dichiarato una donna intervistata al quotidiano Yedioth Ahronoth.

E loro, i soldati, cos’hanno detto? Molti si sono mostrati indifferenti all’iniziativa. Altri non hanno concordato con lo striscione. Ma tutti hanno ripetuto la stessa cosa: «L’operato dei nostri compagni sulla flottiglia è stato lodevole».

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