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Un libro racconta il blitz israeliano sulla Mavi Marmara

Costa sedici dollari (la versione cartacea) e sin dalla copertina ha una pretesa: raccontare tutto quello che è successo nell’assalto alla Mavi Marmara del 31 maggio scorso. Intanto, un obiettivo l’ha già raggiunto: diventare una sorta di best seller tra i pacifisti.

Il libro si chiama “Mezzanotte sulla Mavi Marmara” ed è scritto con il contributo di decine tra attivisti, volontari, testimoni oculari e giornalisti. È acquistabile qui nella versione cartacea, appunto, ma anche in quella digitale (10 dollari). Oppure tutte e due insieme (20).

L’opera presenta un filo conduttore tutto nuovo: l’attacco alla Freedom Flotilla potrebbe aver cambiato per sempre il corso del conflitto israelo-palestinese. Meglio: secondo buona parte dei contributors potrebbe diventare la versione ebraica di quello che è successo per i neri a Selma, in Alabama. La cittadina che, negli anni Sessanta, è stata al centro del movimento per la fine della segregazione basata sul colore della pelle. Così come Selma, quindi, «il blitz notturno potrebbe aver dato il via all’inizio della fine dell’apartheid dei palestinesi».

Leonard Berberi

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Postcards from Middle East / 49

Navi militari israeliane fanno ritorno al porto meridionale di Ashdod dopo aver abbordato un'altra flottiglia della pace, la barca battente bandiera irlandese "Rachel Corrie". Questa volta senza spargimento di sangue. Dalla spiaggia, cittadini israeliani prendono il sole (Oliver Weiken / Epa)

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Qui Israele. Tutti gli aggiornamenti in poche righe

Il presidente israeliano Simon Peres visita uno dei soldati feriti durante l'assalto alla nave dei pacifisti (foto YNET)

Voci da Israele. Raccolte dai quotidiani e dai siti d’informazione. Senza filtro.

Nome, cognome. Furkan Dogan, 19 anni. Nato in Turchia, cittadino americano. Sono queste le generalità di una delle nove vittime dell’assalto alla nave turca che portava a bordo viveri per gli abitanti di Gaza e pacifisti. Secondo i giornali turchi, il ragazzo sarebbe morto dopo “cinque colpi di arma da fuoco sparati a distanza ravvicinata”. Quattro l’avrebbero colpito alla testa. L’altro al petto.

Aplomb istituzionale. Il presidente d’Israele, Simon Peres, ha abbandonato il suo solito aplomb istituzionale, e ai parenti dei soldati feriti ha detto. “Il mondo è stato sempre contro di noi. E anche questa tragedia l’ha dimostrato”.

Closed. Il premier Benjamin Netanyahu ha ribadito la ferma decisione del suo governo: “Israele non consentirà a nessuna nave di avvicinarsi alla Striscia di Gaza. Faremo di tutto per fermare tutti gli accessi illegali”.

A volte ritornano. A Sderot e Ashqelon sono tornati i razzi Qassam. Nel pomeriggio ne sono piovuti quattro. Tutti lanciati dalla Striscia di Gaza gestita dall’organizzazione terroristica Hamas. Due ad Ashqelon. Uno a Sderot. L’altro è finito poco oltre il confine con Gaza. Nessuno è stato ferito.

Intrusi. Il presidente siriano Bashar Assad ha accolto come eroi i pacifisti siriani che si trovavano a bordo della nave turca Mavi Marmara quand’è stata assaltata. “L’attacco barbaro compiuto da Israele ha mostrato il vero volto degli ebrei. Un volto che non è mai cambiato da quando si sono insediati nella nostra regione”.

Manifestazione di fronte all'ambasciata turca a Tel Aviv per contestare le parole del premier turco Reçep Tayyip Erdogan (foto di Yoav Zitun)

Fascismi. A Tel Aviv, circa mille israeliani hanno manifestato di fronte all’ambasciata turca. Hanno condannato l’atteggiamento di Ankara, hanno mostrato foto ritoccate del premier turco. “Erdogan è un fascista”, hanno urlato. Lui, il primo ministro di Ankara, avverte: “Israele rischia di perdere il suo miglior amico in Medio Oriente”.

L’angelo della Morte. Ankara. Ai funerali degli otto turchi uccisi durante il blitz israeliano sulla Mavi Marmara, migliaia di persone hanno criticato Israele. “Quel paese è l’angelo della Morte”. Il tutto mentre centinaia di bandiere palestinesi sventolavano senza sosta e molti presenti si spingevano a dire “siamo tutti soldati di Hamas”.

Flipper politics. Il quotidiano Haaretz scrive che, sotto la pressione americana, il governo Netanyahu potrebbe pensare di alleggerire – anche si di poco – l’assedio su Gaza. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton: “Stiamo pensando di aumentare il flusso di aiuti umanitari in entrata sulla Striscia. Il tutto difendendo gli interessi d’Israele”.

A mali estremi… Il ministro dell’Interno israeliano, Eli Yishai, starebbe pensando a un gesto senza precedenti: togliere la cittadinanza al deputato della Knesset, il parlamento dello Stato ebraico, a Hanin Zuabi, politico che ha preso parte al tentativo di forzare il blocco sulla Striscia.

Questione di numeri. La guerra delle cifre. Stavolta non dei morti e dei feriti. Ma delle visite sul web. I media israeliani danno un certo rilievo alla notizia che tra i video più visti di questi giorni tre siano targati Idf, l’esercito israeliano. Più di tre milioni di persone hanno visto le immagini relative agli incidenti sul Mavi Marmara. “Il video di Al Jazeera, sullo stesso incidente, viene solo al quarto posto, dopo i video israeliani”, hanno scritto.

(a cura di Leonard Berberi)

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Lettera da Tel Aviv / “Noi, i tanti ‘pacifinti’ e la stupidità umana”

di NADIA ELLIS / Tel Aviv

Basiamoci sui fatti: 6 navi dichiarate “pacifiste” si sono presentate al largo di Gaza qualche giorno fa, cercando di violare il blocco di sicurezza marittimo imposto da Israele. Cinque di queste avevano a cuore di passare degli aiuti umanitari a Gaza: e cosi e’ stato. Non ci sono stati ne’ scontri ne’ morti, e gli aiuti sono stati consegnati a Gaza (via terra) come voluto dai Pacifisti, e come offerto da Israele. Ma Hamas non li ha accettati, perché non ha affatto a cuore il benestare della popolazione palestinese.

Una di queste navi, invece, ospitava dei cosiddetti “Pacifinti”: delle persone che avevano a cuore solo la rottura del blocco marittimo stesso, e che hanno barbaramente aggredito dei soldati che, nel rispetto del diritto internazionale, si calavano a bordo della Mavi Marmara per bloccarne l’accesso nel mare di Gaza. Pacifinti che avevano come unico scopo quello di riportare Israele sulla bocca di tutti, naturalmente nel ruolo dell’assassino. Sui nove morti, poi, mi sembra inutile specificare che anche gli Israeliani, come tutto il mondo, ne sono dispiaciuti.

Questa è decisamente una settimana in cui si gioca a battaglia navale sui giornali del mondo. Come ci sentiamo, qui in Israele? Non abbiamo paura di girare per strada, o meglio non ne abbiamo ne’ piu’ ne’ meno di prima. Anche perche’, un occhio sulle persone che entrano, quando sei seduto in un bar di Tel Aviv o Gerusalemme, ce lo butti sempre. Non sia mai che…

Siamo arrabbiati? Un po’. Anzi, tanto. Siamo arrabbiati con il nostro governo, tanto per cominciare: perche’ avrebbe dovuto fermare in altro modo quelle navi. L’operazione dell’IDF ci pare un bel fallimento, soprattutto mediatico. Non pensiamo che Israele non avesse il diritto di andare a fermare Mavi Marmara & co., ne’ facciamo finta di credere (come troppa gente nel mondo) che a bordo di quella nave ci fossero dei poveri pacifisti inermi. Al contrario. Israele ha agito nel pieno rispetto del Diritto Marittimo Internazionale e ha provato a difendersi come qualsiasi stato ha il dovere, e il diritto, di fare.  Ma Israele non doveva cadere nella trappola cosi facilmente, e invece cio’ e’ accaduto. E gli organizzatori turchi della Flotilla hanno raggiunto il loro scopo: delegittimare Israele.

Per questa ragione siamo anche arrabbiati con il mondo: arrabbiati neri. Ancora, di nuovo, un accanimento senza senso. Tre giorni fa, prima ancora che si sapesse la versione di Israele, il mondo intero ne condannava le azioni. E perbacco! Il governo ci ha messo tanto (forse troppo) a farvi sapere che cosa e’ accaduto ai nostri soldati. Ma voi? Che fretta avete – di nuovo, ancora, un’altra volta, daccapo, uff! – di condannarci senza che l’imputato sia nemmeno arrivato al processo? E adesso che circolano video inconfutabili sugli eventi, perche’ nessuno ritratta le proprie posizioni anti-Israeliane delle prime ore?

Tristezza. Questo e’ il sentimento che prevale. Siamo tristi e stanchi. Perché anche Israele e’ un paese fatto di uomini. Di uomini, di donne, di bambini, di cani, gatti, pappagalli. Di pesciolini rossi, di criceti, di sole e di mare, di spiaggia. E di sangue. Sangue, troppo sangue, sangue che non vogliamo e non abbiamo mai voluto.

Il mondo crede che gli Israeliani si dilettano di questo ruolo di assassini che e’ stato loro (falsamente) conferito dalla stampa e dall’opinione internazionale negli anni. Ma la realta’ e’ un’altra. Qui in Israele ci sono solo donne, uomini, bambini, cani gatti e pappagalli che vorrebbero svegliarsi la mattina e uscire di casa senza aver paura di incrociare un kamikaze. Gente che vorrebbe una vita normale, come la vostra. E che da sessant’anni lavora per regalare questa vita anche agli stessi palestinesi che intanto intonano canti per la “morte del Regime Sionista”.

Siamo tristi perche’ gli uomini del mondo, esattamente come noi, non vogliono vedere la nostra umanita’. Il procedimento mi sembra lo stesso di settant’anni fa: demonizzare il nemico, anche se non e’ veramente un nemico. Perche’ un nemico ci vuole sempre, per poter sfogare i propri peggiori istinti. E questo e’ esattamente quello che fanno in tanti con Israele (Hamas in prima linea).

Ecco perche’ siamo stanchi. Quanto ancora andra’ avanti, questa farsa contro Israele? Quante altre risoluzioni passera’ l’ONU, quante altre condanne a questo Paese, mentre eccidi e genocidi veri sono perpetrati in varie parti del mondo, con il silenzio delle Nazioni “Unite”? Quanti altri articoli di giornale gonfieranno il numero di morti di uno scontro armato con Israele, per scrivere diciannove e poi scendere a nove (ma nove fa meno notizia)? Quante altre bugie saranno scritte su Israele, prima di essere smentite da tonnellate di documenti che sono reperibili ovunque, ma pubblicizzati da nessuno? (basti pensare alla presunta crisi umanitaria di Gaza). Quanti altri titoloni falsi, smentiti negli articoli stessi, solo per vendere qualche copia in più?

Alcune persone che vivono in Europa mi chiedono: ma secondo te, il mondo e’ tutto impazzito? Se la prendono cosi con Israele senza motivo? A queste persone io rispondo: quando i fratelli di mio nonno furono accompagnati nelle camere a gas di Auschwitz, qual era esattamente “la ragione”? Perche’ insomma, se tutta l’Europa partecipo’ allo sterminio di sei milioni di ebrei… “non credi che ci sia una ragione”?

No, non c’e’ una ragione: e’ solo che il mondo e’ fatto di uomini. Piccoli, deboli, insensibili, pazzi uomini. La malvagita’ umana non ha limiti, e la stupidita’ ancora di meno. Come diceva Einstein: solo due cose sono infinite, l’Universo e la stupidità umana, anche se sul primo nutro dei dubbi.

Israele non e’ perfetto. Israele non ha sempre ragione. Perche’ anche in Israele ci sono degli uomini. In Israele a volte si fanno cose stupide, come in tutto il resto del mondo. Israele ha fatto bene a bloccare la Mavi Marmara, anche se l’ha fatto in modo stupido (a mio umile avviso). Ma il linciaggio mediatico che ne e’ seguito e’ totalmente sproporzionato ed e’ figlio di una lunga, lunghissima tradizione di demonizzazione dello Stato Ebraico.

Sono tre giorni che vivo incollata ad internet e televisione. Nelle strade di Tel Aviv, in queste ore, si vede gente triste e stanca. Ma come in ogni momento di difficolta’ di questo Paese meraviglioso, si respira molta energia. E’ l’energia di quelli che, come me e come la maggioranza degli israeliani, non si danno per vinti. Un giorno ce la faremo ad avere la Pace! E a vivere senza l’incubo di leggere i titoli dei giornali stranieri.

Nadia Ellis è nata e cresciuta in Italia. Ha vissuto, studiato e lavorato a Parigi
per sei anni prima di trasferirsi, nel 2008, a Tel Aviv. “Alla soglia dei miei
30 anni – racconta -, non c’e’ nessun altro posto al mondo in cui vorrei essere”

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attualità, politica

Israele discute sull’inchiesta. Ma l’esecutivo Netanyahu rischia l’implosione

Il primo ministro israeliano Netanyahu alla prima conferenza stampa dopo l'incidente alla nave dei pacifisti (foto di Amit Shabi)

L’inchiesta. È su questa parola che si stanno concentrando i media e i politici israeliani. Perché l’organizzazione dell’indagine, di chi dovrà accertare la verità e di chi dovrà entrare in possesso di report delicatissimi per la sicurezza dello Stato ebraico non sono aspetti di secondo piano.

Israele teme un Goldstone-bis, un altro dossier – dopo quello, della commissione Goldstone, appunto, sull’operazione “Piombo Fuso” su Gaza – dove si accusa Gerusalemme di aver violato le regole internazionali.

Su questo punto, gl’israeliani sono stati molto chiari con l’alleato americano: “non intendiamo dare l’ok al sequel del gruppo Goldstone”. Ed è qui che gli Usa, insieme a Italia e Olanda, hanno dato parere negativo all’Onu sull’avvio dei lavori d’inchiesta sotto la guida di osservatorio internazionali. Un no americano che, però, teneva conto della promessa: alla commissione d’inchiesta israeliana sarà affiancato un pool di esperti statunitensi.

Ma i problemi restano comunque sul tavolo. Perché l’Idf, l’esercito israeliano, esporrebbe malvolentieri la sua versione dei fatti sul blitz alla nave dei pacifisti. Il ricordo di una commissione simile, sui fatti di Jenin nel 2002, è ancora vivo: allora il corpo militare toccò il punto più basso di popolarità dopo che non era riuscita a giustificare le violenze in territorio palestinese.

Alcuni analisti fanno però notare che, a sorpresa, il governo Netanyahu potrebbe dare l’ok alla commissione internazionale. E la ragione sarebbe semplice: un dossier negativo del gruppo indipendente straniero non avrebbe conseguenze politiche immediate. Cosa che succederebbe con una commissione interna, forte a tal punto da chiedere le dimissioni dell’esecutivo.

Intanto Benjamin Netanyahu deve evitare che la sua coalizione imploda. Nelle ultime ore, è scoppiata una crisi seria tra il ministro della Difesa Ehud Barak (laburista) e il collega degli Esteri, Avigdor Lieberman (Israel Beitenu, ultradestra). Dopo le parole di un ministro del partito di Lieberman che chiedeva le dimissioni di Barak, oggi quest’ultimo ha pubblicamente denunciato che gli attacchi e le critiche della comunità internazionale a Israele sono il risultato di una politica di pubbliche relazioni fallimentare da parte del ministero degli Esteri.

I QUOTIDIANI. Il progressista Haaretz aumenta la pressione sul governo. Attraverso gli articoli e i commenti denuncia le violenze e l’incapacità dell’esecutivo Netanyahu di gestire situazioni delicate. Ha scritto Ari Shavit su Haaretz: «Invece di spingere palestinesi, siriani e turchi contro l’Iran, Netanyahu li sta portando dalla loro parte. Invece di portare europei e americane a sostenere le nostre ragioni, il primo ministro ce li sta mettendo contro». Un commento che segue quello ufficiale del quotidiano: «Il nostro esecutivo si sta comportando come un robot privo di giudizio e impostato su un percorso predeterminato».

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Israele, tensione alta e guerra mediatica

Sono due giorni che sulle più importanti emittenti tv israeliane passano in continuazione i video resi pubblici dall’Idf, le forze armate di Gerusalemme. Video che riguardano la flottiglia della pace attaccata.

La sensazione, per le strade di Tel Aviv e quelle di Gerusalemme, è che gl’israeliani si siano convinti della versione dell’esercito. Lo dimostrano le manifestazioni nelle piazze delle città più importanti, ma anche negli insediamenti in Cisgiordania. Insomma, dagl’israeliani arriva un appoggio incondizionato. Ai marine. Ma anche al governo. Che, in questo momento, sembra godere di picchi di popolarità mai raggiunti dalle elezioni a questa parte.

Il video di un pacifista: manovre di disturbo

Ma è un appoggio mediatico. Perché i video lasciano sul campo tutta una serie di interrogativi. Che i giornalisti cercano di decifrare, ma ricevendo dai vertici militari – e politici – solo sorrisi di circostanza e risposte evasive. Quarantotto ore di video che hanno cancellato qualsiasi domanda sull’operazione che ha provocato nove morti e decine di feriti.

Non sappiamo nulla sulla modalità d’attacco alla Mavi Marmara. Se non quello che abbiamo visto nei video diffusi dall’Idf: soldati che scendono sulla nave e vengono bastonati o presi a calci e pugni. Soprattutto: non sappiamo i nomi e le nazionalità delle vittime (aggiornamento delle 11.00: si tratterebbe di otto cittadini turchi e un turco-americano). Non sappiamo dove siano state uccise, quando, come. Ignoriamo se le nove persone uccise siano morte sul colpo o nonostante un’adeguata assistenza medica.

Capitolo a parte meriterebbero i video registrati dalle telecamere di sicurezza interne alla nave. Tutto questo materiale è stato sequestrato dall’esercito israeliano. Sulle tv israeliane non c’è traccia dei video realizzati dai pacifisti che si trovavano a bordo quando c’è stato il blitz.

Lo scontro al parlamento israeliano

La tensione resta molto alta nelle zone ad alta densità musulmana. Clima teso a Jaffa, a sud di Tel Aviv, così come a Haifa, Gerusalemme Est e Nazareth, Umm al-Fahm. Sorveglianza e controlli rafforzati nei luoghi pubblici affollati: le stazioni dei pullman, i centri commerciali, alcune scuole.

In serata, dal Knesset, il parlamento israeliano, uno scontro tra deputati arabi e della destra israeliana (video sopra) non ha contribuito a rasserenare il clima nel Paese.

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Gli investigatori israeliani: almeno cento pacifisti hanno legami con la Jihad

Un frammento del video del blitz girato dalla marina israeliana

Legami – diretti e indiretti – con la Jihad globale. Secondo le rivelazioni dei cronisti del quotidiano Yedioth Ahronoth – domani in edicola – almeno cento persone a bordo della nave turca assaltata sarebbero legate a formazioni terroristiche.

Le prime conclusioni sarebbero emerse dopo gli interrogatori fiume che la polizia israeliana sta effettuando soprattutto in un capannone allestito appositamente nel porto di Ashdod, dov’è stata portata la Mavi Marmara. Gli investigatori avrebbero in mano le prove necessarie per dimostrare che un centinaio di persone si sono infiltrate nel movimento pacifista per poi attaccare deliberatamente i soldati israeliani.

La maggior parte dei sospettati sarebbe di origine turca. Ma sarebbero tanti anche i “pacifisti” yemeniti e indonesiani sospettati dall’antiterrorismo israeliano di avere rapporti con Al Qaeda. A bordo della nave sono stati trovati migliaia di dollari in contanti, maschere anti-gas. La maggior parte di questi uomini sarebbe senza documenti d’identità e non starebbe collaborando alle indagini.

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