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ANALISI / Se tra Israele e Gaza scoppia anche la prima guerra “social” al mondo

La voragine provocata da un blitz aereo israeliano su Gaza City (foto Mahmud Hams/Afp)

La guerra annunciata con un tweet. E le minacce, ecco, pure quelle comunicate con un cinguettio. Per non parlare dei poster violenti, dei «most wanted» fatti fuori, degli attacchi hacker. Poi ecco Facebook, i video caricati su YouTube, le foto postate sul profilo Flickr. Mentre sullo sfondo, nel mondo reale, piovono razzi su Gaza e su Israele.

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Dallo spazio, le luci di Tel Aviv

Paolo Nespoli, l’astronauta italiano che in questo momento si trova a centinaia di chilometri dalla Terra, continua a inviare le immagini del nostro pianeta visto dall’alto. Dopo l’Italia, gli Stati Uniti e l’Europa, è la volta di Israele. In questa immagine si vede Tel Aviv di notte e le strade che la collegano al resto del Paese che sembrano dei vasi sanguigni. (l.b.)

(clicca sulla foto per ingrandire)

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Un giorno nel “commando Internet” d’Israele. Tra Twitter, Facebook e la lobby palestinese

Per capire quanto la guerra mediatica via web si sia fatta dura, basta farsi un giro attraverso Twitter, il servizio di micro-blogging più famoso al mondo. Una sfida, quella tra Israele e Palestina (o meglio: filopalestinesi) che si batte a colpi di cinguettii e di informazioni più o meno vere, più o meno rilevanti, più o meno indipendenti.

In questa battaglia speciale – che, per ora, non provoca vittime – Israele ha messo su un team di specialisti. Uomini e donne che ogni giorno e ogni ora monitora la rete e aggiorna il profilo Twitter d’Israele e non solo. A capo di questa speciale divisione – di cui non si parla quasi mai – c’è Haim Shaham di Beit Shemesh, una cittadina nel centro del paese. I suoi collaboratori gli hanno dato i nomi più svariati. Da «capo dei cinguettii» a «ufficiale capo dei cinguettii». Lui, formalmente, ricopre il ruolo di «capo del dipartimento dell’Informazione e di Internet del ministero degli Esteri».

Il ruolo di Shaham – scrive il quotidiano Yedioth Ahronoth – è molto importante. Perché su di lui cade l’onere – e l’onore – delle pubbliche relazioni sul web da parte delle autorità israeliane. Per questo, la giornata di Haim Shaham è abbastanza monotona e lunga, nonostante matrimonio e tre figli: oltre a navigare sul web dalla mattina alla sera, deve curare l’aggiornamento del profilo Twitter, di quello Facebook, aggiungere foto all’album su Flickr e inserire video sul portale YouTube.

Il suo “commando Internet” è composto da dieci persone. Scrive in cinque lingue diverse e mette in contatto – attraverso l’utilizzo di 90 lingue differenti – le ambasciate israeliane sparse per il mondo. Un lavoro enorme, tanto da classificare il social network israeliano, secondo Clout Index, al 76esimo posto al mondo. Due posizioni dietro al sito del presidente Usa Barack Obama.

Ma Shaham non è contento. «Dobbiamo ancora fare molto, dobbiamo allargare la nostra presenza ovunque nel web – ha detto allo Yedioth Ahronoth –. Dobbiamo farci trovare in tutti i luoghi virtuali che le persone frequentano per leggere le notizie e informarsi». Il perché è semplice: «La lobby palestinese – spiega il responsabile – è più radicale di noi. Pubblica messaggi che attirano l’attenzione per il loro forte impatto e le reti sociali virtuali, per loro natura, non fanno altro che dare a questi messaggi ancora più visibilità».

Leonard Berberi

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La nave, l’assalto e il bambino

C’è Ekrem Çetin, il capo macchina della Mavi Marmara, che posa rilassato con un bambino di pochi mesi (suo figlio?). Ci sono musulmani che – dalla nave – pregano in direzione della Mecca. Ci sono bandiere palestinesi svolazzanti. E imam che arringano la folla. E donne con il velo. E immagini di persone che sembrano compagni di viaggio. Anzi, di vacanza.

Poi ci sono le istantanee della notte tra il 30 e il 31 maggio. Si vedono i soldati israeliani che arrivano sulla barca. Due corpi senza vita coperti da bandiere. Volti smarriti. Buio pesto che diventa prima luce dell’alba poi giorno pieno.

Tutte queste sono le foto pubblicate sulla pagina Flickr dell’Ihh, l’organizzazione turca che ha organizzato i viaggi pro-Gaza. Ognuno dei lettori si può fare un’idea. Mi permetto di fare soltanto una considerazione: in tutto questo, quel povero bambino – in braccio a Çetin – che c’entra?

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Il turismo dell'”occupazione”

Dieci ragazzi di una scuola di fotografia di Roma. Uno studente giapponese con gli occhiali Gucci. Un pastore protestante di nazionalità francese. Tra di loro non si conoscono. Non sono “amici” su Facebook. Ma si trovano tutti nello stesso posto. E nello stesso istante. Bil’in. Palestina.

Cosa ci facciano in questo pezzo di terra che è sempre attraversata da manifestazioni imponenti e da scontri tra soldati israeliani e palestinesi non è chiaro. O meglio. Una cosa sola è certa: sono a Bil’in come turisti. Ma dell'”occupazione”.

E’ la nuova frontiera del turismo. Andare in un posto perché c’è qualcosa da vedere. Che non è un monumento o un museo o un fiume o una costruzione. Ma perché c’è lo scontro armato.

E, come ogni normale posto visitato, c’è un continuo scattare di foto. Con macchine professionali, digitali o – più semplicemente – con il cellulare. Un’istantanea alle madri che urlano. Un’altra ai giovani che lanciano pietre. Un’altra ancora alle divise dei soldati israeliani. Qualche primo piano di un bossolo rimasto per terra o del volto di un bambino e via, tutti a casa (in Italia, Giappone o Francia che sia) a pubblicare le foto su Facebook, su Flickr. A inserire i video su YouTube. E, soprattutto, a far vedere quel pezzo di realtà agli amici, ai genitori, ai colleghi di lavoro. Così, come se si trattasse delle Maldive o delle meraviglie di Sydney. E per dire a tutti i conoscenti “io ci sono stato”. A far cosa non si sa. Se non per vanto personale.

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