attualità

Le accuse delle migranti etiopi: Israele ci ha dato di nascosto farmaci anticoncezionali

Donna etiope in arrivo in Israele nel 2012 (foto Jewish agency for Israel)

Donna etiope in arrivo in Israele nel 2012 (foto Jewish agency for Israel)

Farmaci somministrati senza consenso. Controllo delle nascite. Contraccettivi usati per lunghi periodi di tempo. E fasce demografiche che vedono dimezzato il tasso di fertilità in pochissimi anni. La notizia è rimasta nascosta per settimane. Sommersa dalla campagna elettorale. E da quella risposta, sdegnata, delle autorità governative: «Queste accuse sono infamanti». Ma quelle «accuse infamanti» ora rischiano di deflagrare. E di trascinare verso il fondo più di un politico.

Il ministero israeliano della Salute ha dato un contraccettivo e senza consenso alle etiopi migranti nello Stato ebraico? Prima partita come domanda, a dicembre è diventata un’inchiesta televisiva sul canale 23 (Israeli Educational Television). «Sono arrivata qui otto anni fa e allora mi hanno iniettato il Depo-Provera come requisito per mettere piede nello Stato ebraico», ha raccontato una delle donne etiopi. E la sua versione sta trovando conferma anche in altre decine di sue connazionali, tanto da muovere anche l’Acri, l’associazione per i diritti civili in Israele.

Il Depo-Provera è un farmaco per il controllo delle nascite di lunga durata. Farmaco che ora, scrive nero su bianco Roni Gamzo, direttore generale del ministero della Salute, «non deve essere iniettato sulle migranti». Donne soprattutto etiopi, calcolava in uno studio del 2010 Isha le’Isha, una ong che si batte per i diritti femminili. «È chiaramente una politica dello Stato d’Israele per ridurre il numero delle nascite in una comunità che è di colore e soprattutto povera, anche se ebrea», ha spiegato Hedva Eyal, una delle autrici dello studio. Il direttore generale del ministero della Sanità ha ammesso l’uso del farmaco? Ufficialmente no. Ma quelli dell’Acri sono convinti che con la direttiva di questi giorni è come se lo Stato ebraico l’avesse fatto.

Nell’inchiesta tv (sopra) andata in onda a dicembre e curata dalla giornalista Gal Gabbai, molti migranti hanno raccontato di aver ricevuto pressioni dalle autorità israeliane «per tenere il basso il numero dei figli». «Rappresentanti dello Stato ebraico della Joint Distribution Committee e del ministero della Salute ci hanno detto che in Israele è difficile sopravvivere se si ha una famiglia numerosa perché si trova difficilmente lavoro e perché quasi nessuno affitta una casa o un appartamento a chi ha tanti figli», hanno spiegato gli etiopi.

Negli ultimi dieci anni almeno 50 mila di loro hanno messo piede in Israele. La prima iniezione – secondo il racconto delle donne – sarebbe stata fatta ancora prima di arrivare nello Stato ebraico. «Ci hanno fatto la puntura nel campo di transito in Etiopia: ma non ci hanno mai detto che si trattava di farmaci per non rimanere incinta. Pensavamo si trattasse di vaccinazioni». Molte di quelle donne, racconta la giornalista Gabbai, hanno continuato a ricevere il farmaco anche dopo. «Nonostante molte di loro lamentassero da tempo i tipici effetti collaterali del Depo-Provera come forti mal di testa e dolori addominali».

Il risultato di questa politica? Negli ultimi dieci anni «il tasso di natalità è crollato del 50 per cento». Nell’inchiesta tv si vede anche una etiope andare in una delle cliniche dove si somministra il farmaco con una micro-camera. Qui un’infermiera le dice che l’iniezione viene fatta prima alle donne dell’Etiopia «perché loro dimenticano, non capiscono, ed è difficile spiegare a loro, così è meglio dare a loro il farmaco una volta al mese… di solito non capiscono nulla».

«Non è vero nulla», hanno replicato le autorità israeliane. Ma la Gabbai ha mostrato una lettera ufficiale in cui il ministero della Salute elogia e incoraggia il lavoro del dottor Rick Hodes, direttore del programma medico del Jdc in Etiopia. Grazie a lui, si fa intendere nella lettera, il 30% delle donne etiopi usa un farmaco anticoncezionale.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Tutto Israele (o quasi) in 5 notizie

Yair Lapid

MINACCE DI MORTE SU FACEBOOK A ANCHORMAN-CANDIDATO. FERMATO UN GIOVANE
Minacce di morte sono state indirizzate attraverso Facebook a Yair Lapid, popolare giornalista televisivo israeliano e stella nascente dalla scena politica, il quale nei giorni scorsi ha annunciato l’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni per sfidare l’attuale maggioranza di destra da posizioni centriste e laiche. «Sarà un peccato se scenderai in campo contro il signor Benjamin Netanyahu (premier in carica), perché potrebbe succederti qualcosa di molto simile a Yitzhak Rabin», si legge nel messaggio minatorio, che fa chiaramente riferimento all’assassinio di Rabin: l’eroe di guerra e premier laburista ucciso nel 1995 a Tel Aviv da un giovane colono dell’estrema destra nazionalista ebraica al termine d’una manifestazione in favore del processo di pace con i palestinesi. La minaccia è condita da insulti nei confronti del giornalista e di suo padre (il defunto ex ministro Tommy Lapid, superstite della Shoah e per anni campione degli ambienti più rigidamente secolari d’Israele). Essa include inoltre questa frase: «Credimi, Yair, se ti incontro per strada ti ucciderò, poiché tu sei un antisemita odiatore d’Israele e di te stesso». Nel tardo pomeriggio un giovane ebreo ortodosso si è costituito alla polizia israeliana sostenendo di essere il responsabile delle minacce di morte indirizzate ieri attraverso Facebook a Yair Lapid. Il sito ortodosso Behadrey-Haredim riferisce che si tratta di un «disadattato», di 16 anni circa, residente a Bnei Brak (un sobborgo ortodosso vicino a Tel Aviv).

La manifestazione dei falasha

EBREI ETIOPICI DENUNCIANO DISCRIMINAZIONI
Migliaia di ebrei immigrati dall’Etiopia hanno inscenato una manifestazione a Kiryat Malachi (Neghev) per protestare contro una serie di discriminazioni di cui si sentono vittime in Israele. La dimostrazione è stata organizzata sull’ondata di sdegno provocata da un recente servizio televisivo sulla consuetudine, radicatasi in alcuni condomini di Kiryat Malachi, di non vendere nè affittare appartamenti ad ebrei di origine etiope, nella persuasione che il loro ingresso potrebbe avere ripercussioni negative sul valore degli immobili nel quartiere. A Kiryat Malachi vivono circa 30 mila abitanti, e gli immigrati dall’Etiopia – che spesso versano in condizioni di indigenza – sono diverse migliaia. La questione è stata oggi discussa alla Knesset (parlamento), dove alcuni deputati hanno proposto di punire duramente quanti rifiutino di vendere o affittare appartamenti per pregiudizi di carattere razziale. Giunti in Israele con due grandi ponti aerei nel corso degli anno Novanta, gli ebrei di origine etiope (Falasha e Falash-mura) sono adesso 120 mila, su oltre sette milioni di abitanti in Israele.

LANCIA ACQUA CONTRO COLLEGA, DEPUTATA SOSPESA PER UN MESE
È costato un mese di sospensione dall’attività parlamentare il gesto della deputata ultranazionalista israeliana Anastassia Michaeli, che ha lanciato un bicchiere d’acqua in faccia ad un collega. Il comitato etico della Knesset ha preso un provvedimento particolarmente severo rispetto ai suoi standard. Ex miss Pietroburgo, convertita all’ebraismo dopo il matrimonio con un israeliano, la 36enne Michaeli ha inviato ieri sera una lettera di scuse. Anche il suo partito, Yisrael Beitenu del ministro degli Esteri Avigdor Liebermann, si è distanziato dal suo gesto, sottolineando che «nessuna circostanza giustifica questo tipo di comportamento». La Michaeli è nota per aver proposto una legge per vietare ai muezzin di usare l’altoparlante per richiamare i musulmani alla preghiera.

Un gay pride a Tel Aviv

TEL AVIV CITTÀ PREFERITA DAI GAY DI TUTTO IL MONDO
È Tel Aviv la meta preferita dai viaggiatori gay di tutto il mondo. Il responso, giunto al termine di un concorso indetto dalla America Airlines, è stato pubblicato sul sito gaycities.com. Nella speciale classifica delle città più “gay-friendly”, la metropoli israeliana si piazza al primo posto, con il 43% delle preferenze. Alle sue spalle, a parecchie lunghezze di distanza, New York con il 14%, Toronto con il 7%, San Paolo con il 6%, Madrid e Londra, entrambe con il 5% dei consensi. Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, ha accolto con piacere la notizia, annunciando che oggi, insieme agli attivisti della comunità gay cittadina, sfilerà per le strade su uno speciale bus scoperto per celebrare la vittoria.

HACKER ISRAELIANO SVELA CARTE CREDITO SAUDITE PER VENDETTA
Un hacker israeliano ha pubblicato online le presunte coordinate di 217 carte di credito intestate a cittadini sauditi, rivendicando l’azione come una forma di vendetta contro la recente pubblicazione dei dati riguardanti 20.000 carte israeliane da parte di un hacker-rivale che si definiva saudita. L’iniziativa, anticipata dall’edizione online del giornale Yedioth Ahronot, è stata presentata come «un atto di dissuasione». «Ehi sauditi, ecco le vostre carte di credito, tutte per voi», scrive il “pirata” israeliano in un messaggio che accompagna l’elenco. Messaggio nel quale egli afferma di essere «un agente» coperto degli apparati dello Stato ebraico. Non è ancora chiara in realtà la credibilità dei dati pubblicati, anche se risulta che i numeri di riferimento di 168 delle 217 carte carpite corrispondano effettivamente a carte di credito attive.

Standard
cartoline

Postcards from Middle East / 24

Ebrei arrivati dall'Etiopia mostrano le foto dei loro cari rimasti nel paese africano. In una manifestazione davanti all'ufficio del primo ministro Netanyahu, uomini e donne (chiamati Falash mura nel paese d'origine) hanno chiesto al governo di fare in modo di portare in Israele chi è rimasto in Etiopia per poter così riunire le famiglie (Kobi Gideon / Epa)

Standard