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Le miss di due Paesi in guerra e quel selfie finito sotto accusa

Lo scatto delle polemiche. Da sinistra: Doron Matalon (miss Israele), Saly Greige (miss Libano), Urška Bračko (miss Slovenia), Keiko Tsuji (miss Giappone) [via Instagram]

Lo scatto delle polemiche. Da sinistra: Doron Matalon (miss Israele), Saly Greige (miss Libano), Urška Bračko (miss Slovenia), Keiko Tsuji (miss Giappone) [via Instagram]

L’una, Saly Greige (miss Libano), dice che è stato un agguato. Ché, nella realtà, lei è sempre stata attenta a evitare ogni contatto come la legge impone. L’altra, Doron Matalon (miss Israele), si rammarica. Invita a tenere fuori qualsiasi ostilità. Loro – le rispettive popolazioni che da casa assistono alla scena – commentano e scrivono e suggeriscono e inondano i social media di parole e sentenze già scritte. Perché in quel pezzo di mondo di sangue ne scorre, ma non proprio buono.

Se non fosse per il fatto che stiamo a parlare di Medio Oriente, se non fosse per la tempistica – nello stesso giorno in cui un raid via elicottero decapita una parte dei vertici del nemico –, ecco, se non fosse per tutto questo ci si potrebbe pure fare una risata. Ma non è così. Perché lo scatto delle polemiche – meglio: un autoscatto – caricato su Instagram ha tirato fuori le rivalità, le divisioni e l’astio tra due popoli che vivono a un passo uno dall’altro.

Saly Greige, lo scorso ottobre, premiata come la più bella del Lbano (foto di Anwar Amro/Afp/Getty Images)

Saly Greige, lo scorso ottobre, premiata come la più bella del Lbano (foto di Anwar Amro/Afp/Getty Images)

Mettete i selfie nei vostri cannoni. E allora. Succede che a Miami c’è Miss Universo. Le ragazze più belle del mondo sono arrivate negli Stati Uniti e tra queste spunterà la più notevole di tutte. In un momento – uno dei tanti – di relax, alcune ragazze stanno parlando tra loro. Sostiene la libanese, 25 anni, laureata in Ingegneri: «Eravamo io, miss Giappone e miss Slovenia». A quel punto – è sempre la libanese a parlare – «miss Israele si è avvicinata di scatto, ha fatto un selfie con noi e ha caricato la foto sui suoi profili sui social media».

Lo scatto – pubblicato sull’account Instagram proprio da Doron Matalon – non lascia molto spazio alle interpretazioni. Ci sono lei, poi la libanese – che sorride, questo sì, sorride, non si capisce bene se sorpresa o è un vero sorriso –, quindi le colleghe slovena e giapponese. Lo stesso scatto si trova anche nel profilo di Saly Greige. Ma in questo account miss Israele è stata tagliata.

Lo stesso scatto di sopra come appare sul profilo Instagram di miss Libano: la collega israeliana è stata tagliata

Lo stesso scatto di sopra come appare sul profilo Instagram di miss Libano: la collega israeliana è stata tagliata

Una libanese con un’israeliana? Apriti cielo. «Ritiriamo la nostra concorrente da Miss Universo», attaccano da Beirut a Tripoli. «La legge dello Stato vieta qualsiasi contatto con il nemico israeliano», aggiungono altri. «Togliamole la fascia di più bella del nostro Paese», suggeriscono altri ancora. La polemica monta. La rabbia araba pure. E così, poco tempo dopo, la stessa Greige scrive un post su Facebook. «Adesso vi racconto la verità dietro a quella foto», esordisce miss Libano. E via con i dettagli. «Sin dal primo giorno sono stata attenta a evitare qualsiasi contatto con miss Israele (che ha tentato diverse volte di avere una foto con me)…». Insomma, un agguato vero e proprio.

«La reazione di miss Libano non mi sorprende, ma mi rende comunque triste», replica miss Israele, 21 anni, per due sergente nell’esercito. «È brutto non riuscire a tenere le ostilità fuori dal gioco, solo per tre settimane di un’esperienza unica nella vita che ti permette di conoscere ragazze di tutto il mondo e anche dei Paesi vicini».

© Leonard Berberi

Ultimo aggiornamento: ore 23.44 del 18 gennaio 2015

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I soldati israeliani contro i loro generali: «Non toccate David della Brigata Nahal»

Soldati israeliani in sostegno del loro collega David (foto Facebook)

Soldati israeliani in sostegno del loro collega David (foto Facebook)

Stavolta non ha una pietra, ma un fucile. Stavolta non è considerato un eroe, ma uno da rimproverare. Stavolta, però, rischia di essere il protagonista della prima, vera ondata di ribellione contro i propri capi. Ribellione che è iniziata su Facebook, Twitter e Instagram. Ma che oggi s’è concretizzata in carne e ossa. Perché «David, della Brigata Nahal non si tocca». O, se si vuole proprio toccarlo, «allora bisogna cambiare le regole».

Dai social network alla strada. Centinaia di ragazzi – militari e civili – si sono fatti vedere oggi davanti alla sede del ministero israeliano della Difesa. Qui hanno organizzato un picchetto di sostegno nei confronti di David, il militare israeliano sospeso dall’incarico dopo che alcuni giorni fa è stato ripreso con una telecamera a Hebron, in Cisgiordania, mentre caricava il fucile e lo puntava contro un adolescente palestinese.

(foto Facebook)

(foto Facebook)

Il video è stato pubblicato su YouTube. Ha fatto il giro della Rete. Ma questa volta non è passato inosservato lo sguardo di David. Occhi smarriti, spaventati. Un giovane isolato e circondato da palestinesi. In pericolo di vita. Lui. Ma anche i ragazzi di Hebron.

Una reazione, quella di David, che non è piaciuta ai vertici. E per questo hanno anche aperto un’inchiesta interna. Ma la sospensione prima e l’indagine poi hanno fatto reagire in modo inatteso migliaia di soldati. La sola pagina Facebook aperta in suo sostegno ha raccolto oltre 118 mila «mi piace» in poche ore. Su tutti i social, poi, in tantissimi si sono fatti fotografare con un cartello e la scritta «Anche io sono con David, della Brigata Nahal». E, forse anche per calcoli politici, ad appoggiare il militare sono scesi in campo anche Naftali Bennett, ministro dell’Economia (e leader del partito nazionalista «Focolare ebraico») e l’ex capo degli Interni, Eli Yishai, della formazione ultraortodossa «Shas».

(foto Facebook)

(foto Facebook)

La base contro i vertici. Le divise contro i comandanti. «I palestinesi ci insultano e minacciano ogni giorno, fanno di tutto per creare una situazione di pericolo per noi», hanno raccontato alcuni soldati alla radio militare israeliana. «David ha fatto bene a reagire così. Forse bisogna cambiare le regole d’ingaggio». Un portavoce dell’esercito ha tentato di tranquillizzare tutti. «David si è sentito in pericolo di vita e non può essere rimproverato per aver caricato il fucile». Ma in molti gli hanno replicato a muso duro: «La verità è che in Cisgiordania i nostri capi ci mandano allo sbaraglio. Prima o poi ci scapperà il morto tra di noi e allora che faranno i nostri capi?».

© Leonard Berberi

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IL CASO / La morte del piccolo Mohammed, il dossier d’Israele e quei commenti (nascosti) di alcuni giornalisti stranieri

Un fermo immagine del video trasmesso da France 2 nel 2000 con gli ultimi istanti di vita del dodicenne palestinese Mohammed Al-Durrah

Un fermo immagine del video trasmesso da France 2 nel 2000 con gli ultimi istanti di vita del dodicenne palestinese Mohammed Al-Durrah

Tredici anni dopo l’argomento scotta ancora. Brucia nei ricordi dei famigliari. Di migliaia di palestinesi. Degl’israeliani. E anche dei giornalisti che in quel periodo, in quel fazzoletto di terra c’erano. Hanno visto. Hanno sentito. Hanno raccontato. In modo imparziale, si spera. Anche se oggi, quella imparzialità, per qualcuno sembra essere venuta meno.

E allora. Succede che da tempo i corrispondenti stranieri in Israele, Libano e Cisgiordania parlino tra loro sempre più via social network. Uno dei canali di comunicazione è il gruppo su Facebook chiamato «The Vulture Club». È un gruppo chiuso. Si accede dopo essere stati accettati. Si entra se si è giornalisti o se si ha a che fare – in Medio Oriente – con chi opera nella comunicazione. Fino a ora quello che succede dentro il gruppo virtuale lo possono leggere in 3.500. Non uno di più.

Domenica scorsa il governo israeliano ha pubblicato un voluminoso dossier. Decine di pagine in cui cerca di affrontare, una volta per tutte, una quelle questioni più delicate della storia israelo-palestinese: cosa sia successo a Mohammed Al-Durrah, il bambino palestinese di 12 anni, ucciso durante i disordini nella Striscia di Gaza in piena Seconda Intifada il 30 settembre 2000. Le immagini, tra le più conosciute al mondo, mostrano il piccolo Mohammed aggrappato alla vita e alle spalle del padre mentre insieme si difendono appoggiati a un muro. Il ragazzino, poco dopo, morirà, mentre il padre verrà ferito in modo grave. Non si è mai capito perché. Anche se un video dell’emittente France 2 sostiene che sia stato ucciso dall’esercito israeliano (sotto il filmato grezzo, così com’è stato fornito dall’emittente francese alle altre tv e che Falafel Cafè ripropone nella sua versione integrale).

Gerusalemme ha sempre negato un suo coinvolgimento. E per questo proprio domenica ha presentato il rapporto di una commissione d’inchiesta composta da rappresentanti di diversi ministeri, da esponenti della Polizia e della Difesa israeliana nominati lo scorso settembre dal premier Benjamin Netanyahu. Scrive il documento che «non ci sono prove evidenti per dimostrare che Mohammed Al-Durrah e suo padre, Jamal Al-Durrah, abbiano subito lesioni da arma da fuoco quel giorno». Secondo una fonte citata dal rapporto «non ci sarebbero state tracce di sangue nel punto in cui i due palestinesi si erano accucciati per proteggersi dai proiettili». Per il dossier, poi, «l’operato di France 2 ha avuto l’effetto immediato di danneggiare l’immagine internazionale di Israele, ha soffiato sul fuoco del terrorismo e dell’odio». Per questo, «da quel giorno le riprese di France 2 sono state fonte d’ispirazione e giustificazione per il terrorismo, l’antisemitismo e la delegittimazione di Israele».

Vero? Falso? La verità, forse, non si saprà mai. Anche se sulla Cnn il padre di Mohammed si è detto disposto a riesumare la salma del figlio «per accertare la verità». La questione, a dire il vero, in Israele non è percepita come una vicenda – una tra le tante – che vede lo Stato ebraico contro i palestinesi. È, la morte di Mohammed, una delle storie che ha danneggiato sensibilmente l’immagine del Paese nel mondo. Per mesi gl’israeliani sono stati dipinti come «pazzi», «scatenati», «assatanati di sangue e vendetta», «privi di qualsiasi sentimento umano tanto da uccidere anche i piccoli innocenti».

E veniamo quindi alle ultime 72 ore. A quello che nel frattempo ha iniziato a prendere piede all’interno del gruppo Facebook ad accesso riservato. «Io ho visto i filmati di quella vicenda, immagini che mi hanno convinta della veridicità dell’evento. Quello che mi da fastidio è che questo dossier (quello israeliano, nda) stia ricevendo così tanta attenzione mediatica». È Susan Glen ad avviare la discussione su «The Vulture Club» con questo post e un link all’articolo sulla vicenda del quotidiano inglese The Independent.

Il post e i primi commenti - tra i quali quello di uno dei dirigenti di Human Rights Watch - sulla copertura mediatica del dossier israeliano (da Facebook)

Il post e i primi commenti – tra i quali quello di uno dei dirigenti di Human Rights Watch – sulla copertura mediatica del dossier israeliano (da Facebook)

Nel giro di pochi minuti arrivano altri commenti. «Queste sono le tipiche bugie dell’Idf (l’esercito israeliano, nda) e come sempre ci vuole sempre tanto tempo per mettere in piedi una bugia», interviene Peter Bouckaert, uno degli alti funzionari di Human Rights Watch. Bouckaert se la prende anche con l’attenzione che il New York Times dedica al dossier del governo di Gerusalemme. «Questo non è proprio un buon giornalismo – attacca –, scrivere queste cose come se fossero vere, quando in realtà sono un mucchio di bugie».

Poi intervengono i giornalisti. Ed è qui che l’etica imporrebbe una presa di distanza. Un distacco professionale che serve non solo a salvaguardare la bontà del proprio lavoro (di ieri, di oggi, di domani), ma anche di quello di tanti altri che operano per la tua organizzazione. «È un problema serio perché la lobby (ebraica? Non è dato saperlo) usa tutta la sua forza e le sue capacità per pubblicare di tutto nei più grandi quotidiani britannici e sul New York Times». A scriverlo, a parlare di lobby, è Javier Espinosa, corrispondente dal Medio Oriente per il quotidiano spagnolo El Mundo dal 2002. L’ufficio di Espinosa non è più a Gerusalemme o a Tel Aviv, ma a Beirut, in Libano. Il giornalista non si limita a questo. E nello stesso intervento aggiunge: «Le ambasciate israeliane chiamano i loro contatti in tutti questi giornali che quindi accettano di pubblicare queste informazioni».

I commenti dei giornalisti sul dossier israeliano e la copertura mediatica (da Facebook)

I commenti dei giornalisti sul dossier israeliano e la copertura mediatica (da Facebook)

«Ho lavorato su quel caso per una settimana per Stern (rivista tedesca, nda) nel 2000», ricorda il fotogiornalista Bruno Stevens. «Mi ricordo tutto, conosco il posto molto bene e per me non c’è il minimo dubbio che le cose sono andate come le ha raccontate France 2», aggiunge. «L’Idf pensa che la Terra sia piatta…», interviene Jerome Delay, uno dei fotografi di punta dell’Associated Press ora responsabile dell’ufficio dislocato in Africa. Arrivano altri commenti. Alcuni attivisti pro-Palestina – anche loro membri del gruppo – accusano Israele di revisionismo storico, mentre il funzionario di Human Rights Watch continua a prendersela con le autorità israeliane e per la copertura mediatica. Il tutto, in un miscuglio che, forse, i giornalisti potevano e dovevano evitare.

A surriscaldare l’argomento, a dire il vero, sono anche le notizie arrivate ieri da Parigi. La Corte d’Appello ha annunciato che il 26 giugno dirà la sua sul caso di diffamazione che vede contrapposti il corrispondente israeliano di France 2, Charles Enderlin – il primo a diffondere il filmato della sparatoria in cui è morto il piccolo Mohammed – e Philippe Karsenty, fondatore di Media Rating. Poco dopo la trasmissione di quelle immagini Karsenty aveva pubblicamente dubitato della veridicità del filmato e parlato di una messa in scena della morte.

© Leonard Berberi

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Bibi, Recep e quel invito a giocare insieme che finisce in lite (per finta)

Meno male che ci sono i social network. E quell’ironia che, anche nei momenti più drammatici, riesce sempre a strappare qualche sorriso. L’ultimo esempio – in ordine di tempo – riguarda Israele e Turchia. O meglio: Benjamin Netanyahu e Recep Tayyip Erdogan. I due non si parlavano dal 2009. I Paesi non avevano quasi più rapporti diplomatici dal 2010. Ma ora che è scoppiata la pace – grazie a Obama – ecco che si è scatenata l’ironia.

Su Facebook è comparsa questa schermata. Tre profili taroccati per tre politici: Netanyahu, Erdogan e il presidente Usa. E una richiesta di giocare insieme a calcio virtuale. “Scusami”, scrive sul wall dell’account Facebook del collega turco, un finto Netanyahu. “Ho aspettato tre anni per questo momento… vuoi venire da me a giocare a Pro evolution?”, gli chiede Erdogan. “Cavolo, no, solo Fifa”, gli ribatte Bibi. “Odio te e la tua gente”, gli risponde arrabbiato il premier di Ankara. Ed ecco l’intervento di Obama: “No, ancora…” (l.b.)

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attualità, tecnologia

ANALISI / Se tra Israele e Gaza scoppia anche la prima guerra “social” al mondo

La voragine provocata da un blitz aereo israeliano su Gaza City (foto Mahmud Hams/Afp)

La guerra annunciata con un tweet. E le minacce, ecco, pure quelle comunicate con un cinguettio. Per non parlare dei poster violenti, dei «most wanted» fatti fuori, degli attacchi hacker. Poi ecco Facebook, i video caricati su YouTube, le foto postate sul profilo Flickr. Mentre sullo sfondo, nel mondo reale, piovono razzi su Gaza e su Israele.

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politica

E i laburisti accusano Netanyahu di essersi comprato i “mi piace” su Facebook

L'annuncio su Facebook dei 200.000 "mi piace" della pagina ufficiale di Netanyahu

Ma non è che pure lui, il primo ministro, alla fine ha ceduto alle lusinghe del mercato degli amici su Facebook? Non è che, pure lui, s’è comprato i contatti? La domanda se l’è posta Shelly Yehimovich, ex volto del tg di Canale 2 e, soprattutto, leader del Labour, il partito israeliano di centrosinistra. Quindi l’opposizione all’attuale governo.

Ecco, scrive Yehimovich che grazie a un suo attivista ha fatto una scoperta molto interessante. Scoperta che, in sintesi, si potrebbe scrivere così: Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele, ha un sacco di “amici” su Facebook che in realtà con lui non avrebbero nulla a che fare. Ergo: se li è comprati.

Tutto è iniziato quando Noga Katz, portavoce del Likud (il partito di centrodestra del premier), ha comunicato che «la pagina Facebook di Netanyahu ha raggiunto i 200mila “mi piace”». Non l’avesse mai fatto. Nel giro di poche ore ecco l’annuncio – sul sito ufficiale – della Yehimovich: Netanyahu? «Un primo ministro sì, ma a vedere i contatti dell’Indonesia e degli Stati Uniti».

Shelly Yehimovich, leader del Labour

E qui bisogna fare un passettino indietro. Un blogger, elettore laburista, ha scoperto che più di metà (52%) dei “mi piace” di Netanyahu è di utenti americani, il 17% è di simpatizzanti israeliani e il 3% di iscritti al social network indonesiani.

Ecco, a parte il fatto – secondo Yehimovich – che sembra improbabile che il primo ministro di un Paese abbia più preferenze in un altro Paese, com’è possibile «che ci siano tutti questi indonesiani a tifare per lui quando l’Indonesia è il più grande Stato musulmano e con il quale noi, Israele, non abbiamo nessun tipo di relazioni diplomatiche?». Scrive ancora, sarcastica, Yehimovich: «Mi sembra poco probabile che il nostro caro premier abbia fatto breccia nei cuori degl’indonesiani». A proposito: di “mi piace” sulla sua pagina Facebook, la leader laburista ne ha circa 20mila.

Dall’ufficio di Netanyahu non hanno ancora replicato alle insinuazioni. Ma è chiaro che questo post, sul web, segna l’inizio della campagna elettorale per le prossime elezioni politiche. Elezioni che dovrebbero svolgersi nel 2013 (nei primi mesi del prossimo anno, quindi), ma che – secondo molti – potrebbero essere anticipate, Iran permettendo, per permettere a Netanyahu di approfittare dei sondaggi che lo danno – ancora oggi – favorito per la rielezione.

© Leonard Berberi

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Tutto Israele (o quasi) in 5 notizie

Yair Lapid

MINACCE DI MORTE SU FACEBOOK A ANCHORMAN-CANDIDATO. FERMATO UN GIOVANE
Minacce di morte sono state indirizzate attraverso Facebook a Yair Lapid, popolare giornalista televisivo israeliano e stella nascente dalla scena politica, il quale nei giorni scorsi ha annunciato l’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni per sfidare l’attuale maggioranza di destra da posizioni centriste e laiche. «Sarà un peccato se scenderai in campo contro il signor Benjamin Netanyahu (premier in carica), perché potrebbe succederti qualcosa di molto simile a Yitzhak Rabin», si legge nel messaggio minatorio, che fa chiaramente riferimento all’assassinio di Rabin: l’eroe di guerra e premier laburista ucciso nel 1995 a Tel Aviv da un giovane colono dell’estrema destra nazionalista ebraica al termine d’una manifestazione in favore del processo di pace con i palestinesi. La minaccia è condita da insulti nei confronti del giornalista e di suo padre (il defunto ex ministro Tommy Lapid, superstite della Shoah e per anni campione degli ambienti più rigidamente secolari d’Israele). Essa include inoltre questa frase: «Credimi, Yair, se ti incontro per strada ti ucciderò, poiché tu sei un antisemita odiatore d’Israele e di te stesso». Nel tardo pomeriggio un giovane ebreo ortodosso si è costituito alla polizia israeliana sostenendo di essere il responsabile delle minacce di morte indirizzate ieri attraverso Facebook a Yair Lapid. Il sito ortodosso Behadrey-Haredim riferisce che si tratta di un «disadattato», di 16 anni circa, residente a Bnei Brak (un sobborgo ortodosso vicino a Tel Aviv).

La manifestazione dei falasha

EBREI ETIOPICI DENUNCIANO DISCRIMINAZIONI
Migliaia di ebrei immigrati dall’Etiopia hanno inscenato una manifestazione a Kiryat Malachi (Neghev) per protestare contro una serie di discriminazioni di cui si sentono vittime in Israele. La dimostrazione è stata organizzata sull’ondata di sdegno provocata da un recente servizio televisivo sulla consuetudine, radicatasi in alcuni condomini di Kiryat Malachi, di non vendere nè affittare appartamenti ad ebrei di origine etiope, nella persuasione che il loro ingresso potrebbe avere ripercussioni negative sul valore degli immobili nel quartiere. A Kiryat Malachi vivono circa 30 mila abitanti, e gli immigrati dall’Etiopia – che spesso versano in condizioni di indigenza – sono diverse migliaia. La questione è stata oggi discussa alla Knesset (parlamento), dove alcuni deputati hanno proposto di punire duramente quanti rifiutino di vendere o affittare appartamenti per pregiudizi di carattere razziale. Giunti in Israele con due grandi ponti aerei nel corso degli anno Novanta, gli ebrei di origine etiope (Falasha e Falash-mura) sono adesso 120 mila, su oltre sette milioni di abitanti in Israele.

LANCIA ACQUA CONTRO COLLEGA, DEPUTATA SOSPESA PER UN MESE
È costato un mese di sospensione dall’attività parlamentare il gesto della deputata ultranazionalista israeliana Anastassia Michaeli, che ha lanciato un bicchiere d’acqua in faccia ad un collega. Il comitato etico della Knesset ha preso un provvedimento particolarmente severo rispetto ai suoi standard. Ex miss Pietroburgo, convertita all’ebraismo dopo il matrimonio con un israeliano, la 36enne Michaeli ha inviato ieri sera una lettera di scuse. Anche il suo partito, Yisrael Beitenu del ministro degli Esteri Avigdor Liebermann, si è distanziato dal suo gesto, sottolineando che «nessuna circostanza giustifica questo tipo di comportamento». La Michaeli è nota per aver proposto una legge per vietare ai muezzin di usare l’altoparlante per richiamare i musulmani alla preghiera.

Un gay pride a Tel Aviv

TEL AVIV CITTÀ PREFERITA DAI GAY DI TUTTO IL MONDO
È Tel Aviv la meta preferita dai viaggiatori gay di tutto il mondo. Il responso, giunto al termine di un concorso indetto dalla America Airlines, è stato pubblicato sul sito gaycities.com. Nella speciale classifica delle città più “gay-friendly”, la metropoli israeliana si piazza al primo posto, con il 43% delle preferenze. Alle sue spalle, a parecchie lunghezze di distanza, New York con il 14%, Toronto con il 7%, San Paolo con il 6%, Madrid e Londra, entrambe con il 5% dei consensi. Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, ha accolto con piacere la notizia, annunciando che oggi, insieme agli attivisti della comunità gay cittadina, sfilerà per le strade su uno speciale bus scoperto per celebrare la vittoria.

HACKER ISRAELIANO SVELA CARTE CREDITO SAUDITE PER VENDETTA
Un hacker israeliano ha pubblicato online le presunte coordinate di 217 carte di credito intestate a cittadini sauditi, rivendicando l’azione come una forma di vendetta contro la recente pubblicazione dei dati riguardanti 20.000 carte israeliane da parte di un hacker-rivale che si definiva saudita. L’iniziativa, anticipata dall’edizione online del giornale Yedioth Ahronot, è stata presentata come «un atto di dissuasione». «Ehi sauditi, ecco le vostre carte di credito, tutte per voi», scrive il “pirata” israeliano in un messaggio che accompagna l’elenco. Messaggio nel quale egli afferma di essere «un agente» coperto degli apparati dello Stato ebraico. Non è ancora chiara in realtà la credibilità dei dati pubblicati, anche se risulta che i numeri di riferimento di 168 delle 217 carte carpite corrispondano effettivamente a carte di credito attive.

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