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La risposta (in musica) ai “rivoluzionari del budino”

Un frame del videoclip "Questa non è l'Europa" (YouTube)

Uriel Yekutiel, artista d’Israele, in un frame del videoclip “Questa non è l’Europa” (YouTube)

«Signora Rothschild è stanca di Tel Aviv? La spiaggia dell’Hilton è troppo affollata così è andata a Parigi. Quindi è tornata con addosso il profumo di Chanel, però non si confonda, è comunque in Ben Yehuda Street». E lei, hipster, «come l’ha trovata Berlino?». «E però questa non è l’Europa, questa è Israele, si rassegni. Questa non è l’Europa, qui è un casino, questo è il vecchio Medio Oriente».

È una trovata pubblicitaria. È cantata da Margalit Tzan’ani, voce famosa dello Stato ebraico (che compare alla fine del videoclip qui sotto) anche se a mostrarsi è Uriel Yekutiel, artista d’Israele. La canzone cerca di portare quante persone più possibili alla festa del 24 ottobre a Tel Aviv. E però è da molti giudicata come la prima risposta ai «rivoluzionari del budino», quelli che da giorni contestano i prezzi troppo elevati d’Israele e invitano a trasferirsi in Europa, soprattutto a Berlino, quella Berlino che per molti nonni ebrei è la culla del Male. Il tutto partendo, appunto, dal confronto dei prezzi sul budino.

Il dibattito, va da sé, è ancora in corso. Le due fazioni continuano a commentare e a ribattere. Il governo cerca di non assecondare la questione. Intanto a Tel Aviv si ascoltano questa canzone.

© Leonard Berberi

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Per Gaza arrivano 5,4 miliardi di dollari

Sono 5,4 i miliardi di dollari raccolti per la ricostruzione di Gaza. La cifra è stata raccolta – meglio: promessa – al Cairo, in Egitto, durante la Conferenza dei donatori. Una cifra che, stando ai calcoli dell’Autorità nazionale palestinese, dovrebbe coprire le spese (4 miliardi) per riportare la Striscia a com’era prima del conflitto estivo con Israele. Il Qatar spicca per la sua generosità (1 miliardo), l’Italia ha garantito 23,6 milioni. Nel grafico sotto i Paesi che hanno donato di più. (leonard berberi)

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Netanyahu rinuncia (per ora) alla risposta militare. Ma l’asse Beirut-Damasco-Teheran spaventa anche gli Usa

Tutto il supporto logistico americano in cambio della rinuncia a qualsiasi operazione militare. Almeno fino a novembre. Sull’asse Gerusalemme-Washington, dopo una serie di telefonate tra il premier israeliano Netanyahu e il presidente americano Obama, si sarebbe arrivati a un «accordo» di massima: lo Stato ebraico non sceglie lo scontro armato contro quelli che ritiene i responsabili dell’attentato di mercoledì a Burgas, in Bulgaria. In contemporanea gli Stati Uniti mettono a disposizione le migliori tecnologie per scovare gli autori dell’esplosione. E, in caso di prove sicure contro Hezbollah e Iran, tutto l’aiuto militare possibile per la guerra al terrore. Ma solo dopo le elezioni presidenziali oltre oceano.

Nelle stesse ore in cui compaiono i video e le immagini del presunto kamikaze (trovato in possesso di una patente falsa del Michigan) che si sarebbe fatto esplodere fuori dallo scalo bulgaro, uccidendo sette persone (cinque israeliani) e ferendone una trentina, i servizi di sicurezza israeliani cercano di fare il punto. L’attacco, per come si è configurato, ha spiazzato tutti. Anche se le avvisaglie c’erano state. Netanyahu chiede di fare luce il prima possibile.

Il falso documento identificativo del Michigan del presunto kamikaze ripreso dalle telecamere di sorveglianza dello scalo di Burgas, in Bulgaria, prima di farsi esplodere (da Abc News)

Le tv israeliane parlano di un ricorso all’opzione militare già tra agosto e settembre. Ma chi conosce il linguaggio del premier israeliano sa benissimo che dietro alle parole minacciose pronunciate subito dopo l’attentato in Bulgaria si nasconde, per ora, una tattica attendista. «Con la situazione che precipita ora dopo ora in Siria, Israele non può ancora permettersi di impiegare le forze militari su altri due fronti», è il ragionamento degli analisti.

E proprio sulla Siria si concentrano gli sforzi maggiori. L’attacco ai bus con turisti israeliani è avvenuto poco dopo l’attentato contro esponenti importanti del clan del presidente Bashar al-Assad. Per la prima volta un atto ostile al dittatore siriano riesce a penetrare all’interno delle mura fortificate del regime. E dietro, pensano a Gerusalemme, potrebbero nascondersi uomini e mezzi «made in Iran» o di Hezbollah. Gli unici di cui Assad si fidi per ora. Ma anche gli unici che potrebbero convincerlo della matrice «israeliana» dei due omicidi eccellenti a Damasco.

Sull’asse Beirut-Damasco-Teheran l’intelligence israeliana cerca di trovare riscontri. Netanyahu, in una delle telefonate fatte ieri a Obama, avrebbe sintetizzato i dati dell’analisi dello Shin Bet e del Mossad: uomini vicini a Hezbollah, agli Assad e a Ahmadinejad si troverebbero da mesi negli Usa, in alcuni paesi dell’Europa (Gran Bretagna, Francia e Germania, in primis). Insieme a loro, decine di milioni di euro e dollari a disposizione per l’acquisto di tutto quel che serve per compiere attentati con esplosivo. In caso di attacco alla Siria o all’Iran, nel cuore del Vecchio Continente e in America potrebbero verificarsi «incidenti spiacevoli».

È anche per questo motivo che a Londra, dove tra poco partiranno i giochi olimpici, il Mossad ha deciso di rafforzare la presenza di agenti in difesa degli interessi israeliani: dagli atleti – per evitare un’altra Monaco 1972 – fino ai negozi.

«La situazione si è complicata», fanno filtrare da Gerusalemme. Lo scenario, prima chiarissimo, ora è diventato abbastanza difficile da decifrare. C’è persino chi ipotizza un ruolo russo negli attacchi – sventati e riusciti – contro gl’israeliani negli ultimi mesi. A dimostrazione che, ora come ora, può succedere tutto e il contrario di tutto.

© Leonard Berberi

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Siria, voci di assedio parziale al palazzo presidenziale: “Assad è rinchiuso nelle sue stanze”

Stanco, assediato, costretto a non uscire dal suo palazzo e triste, il presidente-dittatore Bashar al-Assad sente che il momento di cadere come Saddam, Mubarak e Gheddafi potrebbe essere arrivato. La Siria è a un punto di svolta? Pare di sì. Almeno a sentire le voci che, per ora non confermate, arrivano da Damasco.

Assad, dicono queste voci, vivrebbe rinchiuso con i suoi più stretti famigliari nel palazzo presidenziale. Obbligato da un battaglione della Guardia repubblicana a non muoversi dalle stanze dove abitualmente dorme e trascorre le giornate di relax.

La voce è rimbalzata nelle agenzie d’intelligence di mezza Europa e per ora non avrebbe incontrato smentite. Secondo le informazione raccolte dagli 007 europei – puntualmente rilanciate da ambienti israeliani – Assad, “dalla seconda metà della scorsa settimana”, sarebbe tenuto rinchiuso nel suo palazzo. Né lui, né la sua famiglia avrebbero la possibilità di lasciare l’edificio senza il permesso del comandante che guida la brigata. Resta da capire chi abbia deciso di prendere un provvedimento simile, considerato il reticolo parentale che governa tutti gli apparati sensibili della Siria.

Asma, la moglie del presidente siriano Assad, nell’ultima foto pubblicata qualche giorno fa mentre è intentata a giocare a badmington

Le fonti d’intelligence, mentre cercano prove a conferma della situazione, non parlano di un assedio vero e proprio al palazzo presidenza. Parlano, piuttosto, di “assedio parziale”, deciso “per evitare la fuga del presidente e della sua famiglia”.

Una condizione, questa, “di cui sono perfettamente a conoscenza sia Assad che la moglie Asma e, proprio per questo, il loro stato d’animo non è dei migliori”. Le foto della first lady siriana fatte circolare qualche giorno fa e dove si vede lei giocare felicemente a badminton sarebbero – secondo queste voci – soltanto il tentativo di mettere a tacere le notizie arrivate agli 007 europei.

Emergono anche le descrizioni della vita all’interno del palazzo. Frasi e gesti per ora impossibili da verificare. Ecco, le descrizioni. Raccontano di una famiglia Assad diffidente. Così tanto da aver ingaggiato – tra le file dell’Intelligence locale – veri e propri “assaggiatori”: persone di cui si fidano così tanto da far assaggiare il cibo e le bevande che riforniscono il palazzo. Assad e parenti temono di essere avvelenati. Cosa che sarebbe stata tentata almeno in un paio di occasioni. “Non beve nemmeno mezzo bicchiere d’acqua senza averla fatta provare prima a uno degli ‘assaggiatori’”.

Arrivare al palazzo presidenziale sarebbe quasi impossibile, dicono gl’israeliani. Che spiegano anche com’è organizzata la struttura. Si accede dal monte Qaisoun, periferia di Damasco, ed esisterebbero soltanto due ingressi sotterranei: strade rinforzate e capaci di resistere a quasi tutti i tipi di bombardamenti aerei e praticamente irrintracciabili dai satelliti e dai droni-spia. Le due strade non si incontrerebbero mai, servono ognuna una delle due entrate e verrebbero percorse soltanto da veicoli in dotazione ai servizi segreti siriani. Ma con un palazzo in stato di “assedio parziale” l’ossessione della sicurezza potrebbe ora ritorcersi contro.

© Leonard Berberi

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L’atto di accusa dell’Ue a Israele: state minando la nascita dello Stato palestinese

Più che uno schiaffo, un pugno. O un calcio, se preferite. Certo, manca il crisma dell’ufficialità. Manca il numero di protocollo. Manca la spiegazione. Però la sostanza resta la stessa. E l’accusa, non soltanto è grave, ma rischia di minare i rapporti tra Israele e Unione europea. Eppoi, alla fine, getta luce su un pezzo del conflitto mediorientale spesso lasciato in secondo piano. O trascurato.

A riportare la tensione sull’asse Gerusalemme-Bruxelles è l’anticipazione di ampi stralci di un report interno all’Ue sulla questione israelo-palestinese. Scrive il dossier europeo che «la presenza palestinese in buona parte della Cisgiordania è stata continuamente minata da Israele e da comportamenti che portano al fallimento della soluzione dei due Stati».

(clicca per ingrandire)

Il rapporto è stato approvato dagli alti funzionari di Bruxelles. E anticipa quella che potrebbe essere una linea di comportamento dell’Ue: maggiore sostegno comunitario ai progetti palestinesi e una maggiore protezione dei diritti della popolazione locale. Soprattutto – e qui sta la novità – la presa di coscienza che al centro del conflitto ideologico-religioso-politico-umano c’è l’Area C, pari al 62% dell’intera Cisgiordania, la zona “grigia” dove il controllo (civile e militare) è nelle mani d’Israele. La stessa porzione dove si trovano tutti gli insediamenti ebraici.

Insediamenti «illegali per il diritto internazionale», continua il dossier, «che occupano anche la terra più fertile e ricca di risorse». E che, a furia di gareggiare sul numero di figli, «ha portato la componente ebraica ad essere superiore a quella palestinese». «Se le cose non dovessero cambiare e se la tendenza non dovesse essere invertita (più palestinesi, meno coloni) la creazione di uno Stato palestinese entro i confini precedenti al 1967 diventa più remota che mai».

Parole come pietre. Parole sparse lungo sedici pagine di report pieno di dati, statistiche, analisi, citazioni, previsioni. E di cose che non vanno, soprattutto per colpa israeliana: «la demolizione sistematica di case e attività agricole», «l’impossibilità a creare un piano di pianificazione urbana», «l’espansione implacabile degl’insediamenti», «il muro di separazione a totale controllo militare», «i continui ostacoli alla libera circolazione di uomini e mezzi», «il divieto ai palestinesi di accedere alle risorse naturali vitali come la terra e l’acqua».

Un atto d’accusa così grave i funzionari europei non l’hanno mai scritto. Un elenco di lamentele, tutte (o quasi) rivolte allo Stato ebraico, drammatizzato da colloqui che da decenni non portano a nulla. E il timore, da parte dell’Ue, di dire addio alla creazione della Palestina.

E sull’Area C (decisa dagli Accordi di Oslo del 1993) il documento si concentra in modo particolare. Sottolinea che «la popolazione dei coloni è balzata a circa 310 mila persone», mentre quella palestinese «è scesa a circa 150 mila, quando nel 1967 si stimavano tra i 200 e i 320 mila». L’idea è semplice: uno Stato non può esistere 1) se al suo interno ci sono aree dove il controllo non è delle autorità locali e b) se la maggioranza demografica appartiene a un’altra identità nazionale.

Scrive ancora il dossier: «La finestra per una soluzione a due Stati si sta rapidamente chiudendo». E punta il dito anche contro le politiche israeliane di «trasferimento forzato della popolazione locale» e di «divieto di costruzione per i palestinesi sul 70% dell’Area C».

© Leonard Berberi

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Israele, “corriere” di parrucche arrestato con 10 chili di capelli

Dieci chili di capelli, due valigie e il figlio di un rabbino. Sono questi gli ingredienti di un arresto venerdì scorso all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv. L’uomo, la cui identità non è stata resa nota, era appena atterrato da un aereo proveniente da San Paolo, in Brasile.

Dopo il controllo passaporti cercava di guadagnare l’uscita con aria sospetta. Ma gli uomini di Rafi Gabai, il direttore dell’unità doganale dello scalo, non ci hanno pensato su e l’hanno fermato subito. È qui che, dopo avergli fatto un po’ di domande di rito, gli hanno chiesto di aprire le due valigie. Scoprendo i capelli femminili. Oltre dieci chili.

A dare la notizia è stato il quotidiano economico in lingua ebraica “The Marker”. Il figlio del rabbino – scrive il giornale – avrebbe dovuto denunciare alle autorità le lunghe chiome destinate alla produzione di parrucche e dunque tassabili dall’Erario. Ma non l’ha fatto. Cercando così di evadere tasse doganali per centinaia di euro.

Un vero e proprio mercato, quello delle parrucche. La loro richiesta è molto forte nelle realtà ultraortodosse dove i rabbini impongono alle donne di radersi il capo dopo il matrimonio e di coprirlo quindi con parrucche e foulard.

Data la grande espansione della comunità ortodossa (circa il 10 per cento della popolazione totale), si è sempre alla ricerca di nuovi paesi produttori per rispondere quasi subito alle tante richieste. Ed è da qui che parte anche il traffico illegale di capelli, con tanto di “staffette”, uomini che viaggiano da un capo all’altro del mondo, si camuffano e poi tentano in tutti i modi di importare il materiale. Un po’ come per i corrieri della droga.

Il Brasile viene considerato una fonte promettente, soprattutto perché registra alti tassi di povertà. Secondo “The Marker”, le chiome «più quotate» sono quelle che vengono dalle donne europee, mentre quelle latinoamericane sono considerate di media qualità e quelle asiatiche sono viste come scadenti.

Di norma il loro prezzo sul mercato israeliano è di alcune centinaia di euro. Anni fa fece scalpore il verdetto di un rabbino secondo cui tutte le parrucche confezionate con il crine di donne indiane dovevano essere inappellabilmente bruciate perché fra di esse molte avevano peccato di «idolatria».

© Leonard Berberi

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Accordo Iran-Siria, così l’esercito della Repubblica Islamica mette piede nel Mediterraneo

L’accordo, passato in silenzio in Europa, è di quelli che cambiano la geopolitica mediterranea. Perché, nave dopo nave, l’Iran costruirà la sua prima base navale nel Mediterraneo. Non è più un timore dei servizi di sicurezza israeliani. E non è nemmeno l’ennesimo allarme di Gerusalemme.

Dal 25 febbraio c’è un patto formale, in cui i due paesi, Iran e Siria, si impegnano a lavorare nei prossimi mesi alla costruzione di un porto di appoggio per la marina – militare – di Teheran. A pochi metri di distanza da quello di Latakia.

La base, stando a quanto previsto dall’accordo, avrà anche un deposito di armi che sarà gestito dalla tecnologia usata dalla guardia rivoluzionaria iraniana. Si partirà dall’allargamento del porto di Latakia, per passare poi all’abbassamento del fondo marino dell’area e all’installazione di tutta la strumentazione necessaria a trasformare la zona in area militare. In questo modo potranno attraccare non solo le navi della marina, ma anche i sottomarini.

La notizia è importante per almeno due ragioni. La prima: in questo modo l’Iran mette piede in modo stabile nel Mediterraneo (così come anticipato, sempre su Falafel Cafè, il 16 febbraio scorso). La seconda: la Repubblica islamica, con una postazione fissa in Siria, sarà in grado di gestire da nord e da est un eventuale conflitto in Medio Oriente. Ahmadinejad, ora, è a soli 287 chilometri da Israele.

A tutto questo si aggiunge anche dell’altro. Per esempio, l’accordo russo-siriano che prevede la vendita a Damasco di missili da crociera (cruise) “Yakhont” che non sono rintracciabili dai radar militari e con un raggio d’azione di trecento chilometri. Quanti ne basterebbero, in una eventuale guerra contro Israele, per colpire il porto più settentrionale del Paese, Nahariya. Che si trova, appunto, a 287 chilometri. E ancora: all’esercito siriano saranno consegnati anche i “Bastion”, le piattaforme di lancio, capaci di tenere 36 missili ciascuna.

I movimenti degli ultimi giorni hanno un loro senso, nello scacchiere mediorientale. Il punto d’appoggio siriano dell’Iran e la vendita di missili russi a Damasco chiudono un giro di accordi, nascosti e non, in cui Russia, Siria e Iran si alleano contro l’asse Usa-Israele per depotenziare – come prima cosa – la Sesta flotta della marina americana che si trova in pianta stabile nei pressi dell’area.

Così, mentre Europa e Usa guardano al Nord Africa, e mentre Israele alza la voce (ma resta inascoltata), a poche centinaia di chilometri dell’Ue si apre un nuovo fronte diplomatico e militare per la comunità internazionale.

© Leonard Berberi

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