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REPORTAGE / Altro raid xenofobo a sud di Tel Aviv. La polizia: situazione al limite

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da TEL AVIV

È stato un petardo, dice, alla fine, la polizia. E sembra quasi voler chiudere lì la questione. Spaventata di dover dare un nome (“xenofobia”) a un fenomeno che da metà maggio divampa a sud di Tel Aviv. Soprattutto qui, nel quartiere di HaTikva, strade strette e spesso sporche, illuminazione non sempre sufficiente e vicoli che appaiono scompaiono e s’intrufolano in un reticolato di vie da perdersi pure con un navigatore satellitare.

È in questo quartiere che nella notte tra sabato e domenica qualcuno ha acceso per l’ennesima volta la miccia della xenofobia. Sperando, chissà, di far esplodere la rabbia sociale già provata dall’aumento del costo della vita. Vittima, ormai fissa, Aminey, trentacinquenne eritreo gestore di un bar, già al centro delle violenze ben più estese del 23 maggio scorso. Sempre qui, in questo pezzo buio di Tel Aviv dove vivono rabbia e frustrazione, crisi economica e centinaia di migranti richiedenti asilo politico.

Il petardo è stato lanciato proprio dentro al bar. In mezzo alle sedie e ai tavoli tutti rossi messi a posto a fatica dopo il raid di maggio. E in mezzo a quegli eritrei sempre meno desiderati e accettati. Una persona, un cliente, è rimasta ferita all’addome. Mentre un pezzo di parete porta il segno giallastro di quel raid.

Aminey non sa dire quanti fossero. Sa solo di aver paura. E pare abbia chiesto alle associazioni dei migranti di tornare a casa con i mille dollari messi a disposizione dal governo israeliano per il rimpatrio volontario e assistito. “Temo per la mia vita”, spiega Aminey mentre indica ai fotografi il luogo esatto dello scoppio del petardo. “Sono giorni che mi minacciano. Non hanno mai smesso e la polizia questo lo sa, ma non fa nulla. Se non vado via uno di questi giorni mi ammazzeranno davvero”.

Gli occhi gonfi, la bocca impastata, le mani tremolanti, Aminey ha il volto di chi, domani, al risveglio, non sa cosa farà. E cosa gli succederà. E non bastano le rassicurazioni della volante arrivata sul posto. “La verità è che come lui ci sono altri eritrei nelle stesse condizioni”, mi spiega uno dei poliziotti. “Riceviamo ogni settimana decine di segnalazioni di migranti che denunciano di essere stati offesi, inseguiti, minacciati anche picchiati e pestati dalla gente del quartiere. Ma non possiamo fare più di tanto, anche se qui le cose stanno precipitando”.

Alle due di notte la situazione torna alla normalità. Aminey è seduto a un tavolo. Osserva prima il muro rovinato dal petardo. Poi guarda nel vuoto. Pensando a chissà chi e chissà cosa. Poi scuote la testa. Mentre poco fuori, quando pure i connazionali se ne sono andati a casa, qualcuno, da una delle decine di finestre, dice in inglese stentato “Nigger go home”, negro torna a casa.

© Leonard Berberi

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Israele, ok alla costruzione di un centro di detenzione per i clandestini

Le autorità israeliane hanno approvato un piano per la costruzione di un centro di detenzione per immigrati clandestini al costo previsto di 250 milioni di shekel, pari a 51 milioni di euro. Il ministero della Difesa ha precisato che l’edificio sarà costruito nel sud del Paese e diventerà operativo a partire da metà anno. Inizialmente potrà accogliere 3mila persone, a pieno regime circa 11mila.

Israele sta innalzando una gigantesca barriera di sicurezza lungo i 240 chilometridi confine con la penisola egiziana del Sinai e si accinge a costruirne un’altra dello stesso genere alla frontiera giordana, altri 238 chilometri. Secondo i dati del governo israeliano, 16.816 africani sono entrati illegalmente in Israele dall’Egitto nel 2011. Negli ultimi cinque anni il bilancio parla di oltre 50 mila clandestini, arrivati soprattutto dall’Eritrea.

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Il viaggio degli africani verso il Paradiso (israeliano)

C’è chi l’ha chiamata “la terza via verso l’Eden”. Dopo quella degli africani verso Spagna e Italia. E dopo quella dei latinoamericani verso gli Stati Uniti. La “terza via” – più silenziosa, ma anche più drammatica delle altre due – è quella che percorrono gli africani (etiopi, somali, eritrei) ogni giorno. Parte dal Corno d’Africa, passa attraverso il deserto egiziano e finisce in un altro deserto: quello israeliano.

Ed è qui che, sempre se la Morte non li ha assaliti prima, la maggior parte dei clandestini trova la fine della propria esistenza. Vuoi per colpa del caldo, vuoi per colpa dei rispettivi eserciti di frontiera (egiziano e israeliano), fuori perché le forze sono così poche che non consentono più di liberarsi nemmeno del filo spinato. E per chi ce la fa, per chi arriva in un centro abitato, inizia un nuovo tormento.

Quello che vedrete qui sotto è un reportage fotografico a cura di Jonathan Weitzman. Il fotografo ha passato settimane lungo la frontiera israelo-egiziana e ha scattato centinaia di foto. Poi, ha seguito quelli che ce l’hanno fatta. E la loro vita non è poi cambiata di molto. Un reportage che Falafel Cafè pubblica perché certe realtà – come questa – hanno il diritto di essere conosciute. E perché – con almeno un morto al giorno – questa sta diventanda una mattanza. Silenziosa.

Leonard Berberi

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