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Le parole del segretario di Stato Usa e quelle speranze sui colloqui tra israeliani e palestinesi

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il sereno quando meno te l’aspetti. La luce che si accende quando ce n’è più bisogno. È presto per esultare. È ancora prematuro parlare di pace definitiva. Ma John Kerry, il segretario di Stato Usa e “arbitro” dei colloqui tra israeliani e palestinesi, ieri ha detto poche parole, ma accolte con un sospiro di sollievo. Per non dire di più. Perché, ha rivelato Kerry per la prima volta, «le due parti si sono incontrate già sette volte».

«I negoziati ora stanno cercando di raggiungere un accordo definitivo, non provvisorio, sullo status di entrambe le realtà», ha detto Kerry. «Tutte le questioni sono sul tavolo: i confini, la sicurezza, la sorte dei rifugiati palestinesi, Gerusalemme, lo status finale della Cisgiordania. Siamo tutti d’accordo che i faccia a faccia vanno intensificati e che ora servirà ancora di più la presenza americana per facilitare il confronto».

Poi è andato a un incontro, a porte chiuse, dove erano arrivati i principali donatori dei palestinesi. Non ha detto nulla di più. Non ha risposto alle domande dei cronisti. Non ha spiegato le sue parole. Ma è chiaro che, in uno dei pochi momenti di aggiornamento sui colloqui – messi sotto chiave proprio dagli Usa – sembra che tra Gerusalemme e Ramallah le cose si siano messe proprio bene.

Lo dimostra anche la decisione dello Stato ebraico, ieri nella tarda serata, di alleggerire alcune delle restrizioni imposte sulla Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Alla base proprio i negoziati che proseguono a passo spedito. Soprattutto: senza strappi. «Il nostro governo rilascerà ulteriori 5.000 permessi di lavoro per i palestinesi che vorranno lavorare in Israele», ha detto Yuval Steinitz, ministro delle Relazioni internazionali. Non solo. I punti d’ingresso di Allenby Bridge lavoreranno in fasce orarie più ampie e, soprattutto, «sarà permesso l’import nella Striscia di Gaza di materiali per l’edilizia».

Kerry ha fretta di chiudere. Obama cerca, a tutti i costi, un successo – storico – in Medio Oriente. L’Autorità palestinese aspetta quell’etichetta internazionale di “Stato della Palestina” che intere generazioni hanno immaginato, sognato, cercato, chiesto per anni. Israele chiede di poter svegliarsi, giorno dopo giorno, dovendo affrontare i problemi di un normale Paese, e non quelli di una nazione perennemente in guerra. Le prossime settimane saranno decisive: diranno se vedremo presto la Pace oppure se dovremo raccogliere le macerie – le ennesime – di colloqui avviati, esaltati e poi fatti saltare.

© Leonard Berberi

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Colloqui di pace, la solitudine del negoziatore Livni: “Troppi falchi dietro a Netanyahu”

«E alla pace con i palestinesi chi ci pensa?». La domanda proprio non se l’aspettava Tzipi Livni. Stava girando le bancarelle di Shuk Ha’Carmel, il mercato alimentare più grande di Tel Aviv. Le elezioni del 10 febbraio 2009 erano alle porte e lei, letti i sondaggi, doveva darsi assolutamente da fare per guadagnare ancora qualche voto. «Prima o poi qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di sedersi a un tavolo e parlare con Ramallah», continuò l’uomo. Livni non rispose. Abbozzò un sorriso. Ma non dimenticò.

Quell’anno la pupilla di Ariel Sharon vinse. Ma senza avere la maggioranza di seggi. Così il governo lo formò Benjamin Netanyahu, il secondo arrivato. Lo stesso che ora, nel 2013, le ha affidato il ministero della Giustizia. E soprattutto la nomina a capo della delegazione israeliana per i negoziati diretti con i palestinesi.

Tzipi Livni, 55 anni

Tzipi Livni, 55 anni

«È vero – confidò Livni ai suoi consiglieri politici – qui ci siamo tutti dimenticati della pace con i palestinesi. Prima o poi sarà la questione a travolgerci se non faremo nulla». Passarono i mesi. E anche gli anni. I colloqui di pace continuavano ad essere fermi dal 2008. E anche alle ultime elezioni la questione israelo-palestinese non fu affrontata da nessun partito. Nemmeno dai «comunisti» del partito Meretz.

Poi arrivò la chiamata da Washington. Nelle ultime settimane sono state rispolverate agende e telefoni diretti, consiglieri e diplomatici. Soprattutto: i lunghi incontri che finiscono a tarda sera. L’ultimo, ieri, s’è chiuso poco prima di mezzanotte. Bocche cucite. Nessuna dichiarazione pubblica. Zero strette di mano. Soltanto un tweet, di Mia Bengel, la portavoce di Tzipi Livni. «Il prossimo incontro ci sarà a breve», cinguetta Bengel. Senza dire quando, dove, come, con chi. E soprattutto: senza spiegare su cosa si sta discutendo.

È il nuovo corso della Storia? Lei, Livni, ne è convinta. E da giorni va dicendo ai suoi amici più intimi che sente un’enorme responsabilità sulle spalle. Un peso che vuole scrollarsi di dosso. «Quell’accordo deve essere assolutamente firmato, noi dobbiamo chiudere decenni di violenze e incomprensioni». Il ministro della Giustizia lo sa: se ci riuscisse questo la proietterebbe sicuramente nei libri di Storia di tutto il mondo. Per non parlare della sua carriera politica. Oggi e domani.

Non sarà facile. E questo Livni lo sa. Soprattutto perché nel governo suo, quello guidato da Netanyahu, «è pieno di falchi che non vedono l’ora di far saltare tutto e per questo mi stanno rendendo difficilissimo il lavoro». Parole che il capo dei negoziatori di Gerusalemme ha detto alla Radio israeliana. Ed è stata l’unica «rottura» del protocollo imposto dal segretario di Stato Usa, John Kerry, che ha speso un mese per convincere entrambe le parti non solo a tornare a parlarsi, ma anche a non rivelare nessun dettaglio degli incontri.

«Israele è chiamata a prendere delle decisioni drammatiche», ha continuato a diffondere nell’etere Livni, «perché l’obiettivo finale è quello di porre fine al conflitto con i palestinesi». E quando le hanno chiesto qualche informazione in più sui colloqui di ieri, il ministro della Giustizia non ha detto una parola in più: «più i negoziati stanno lontani dalla luce dei riflettori meglio è per tutti».

Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat (il primo da sinistra) insieme al segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro della Giustizia israeliana Tzipi Livni lo scorso luglio a Washington per annunciare la ripresa ufficiale dei colloqui di pace (foto Ap)

Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat (il primo da sinistra) insieme al segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro della Giustizia israeliana Tzipi Livni lo scorso luglio a Washington per annunciare la ripresa ufficiale dei colloqui di pace (foto Ap)

Nel 2008 i negoziati fallirono nel giro di poco tempo per due motivi: gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e la richiesta palestinese di avere un proprio Stato. E proprio i coloni sono stati al centro dei preparativi di questi mesi. Ramallah poneva come condizione base per la ripresa dei colloqui il congelamento delle nuove costruzioni israeliane nella West Bank. Diktat respinto da Netanyahu. Fino a quando John Kerry non mise d’accordo le parti su una soluzione più realizzabile nell’immediato: il rilascio di decine di palestinesi detenuti per aver ucciso civili e soldati israeliani in cambio di nuovi giri diplomatici tra Gerusalemme e Ramallah.

Ramallah che, oggi più di prima, è tornata a porre tra i punti principali dell’accordo la creazione dello Stato della Palestina. Richiesta che trova contrario almeno un partito al governo. «Non è un mistero – ha continuato Livni alla radio – che c’è una formazione che non condivide l’idea dell’esistenza di due Stati nell’area». Non ha fatto nomi. Ma il riferimento era a Naftali Bennett, capo del partito “Jewish Home Party”, ministro dell’Economia e alleato con una formazione di coloni.

Bennett non è l’unico a pensarla così. Decine di migliaia d’israeliani non vogliono lasciare pezzi della Cisgiordania e Gerusalemme Est. Soprattutto dopo aver mollato la Striscia di Gaza poi conquistata da Hamas che proprio da lì da anni tormenta lo Stato ebraico con missili e razzi e rapimenti. Cose che Livni sa, conosce, tiene in considerazione. Ma proprio quel «decisioni drammatiche» sembra voler preparare tutti gl’israeliani a quello che potrebbe – forse deve – succedere per stare tranquilli nella propria casa.

Cinquantacinque anni, Tzipora Malka Livni (vero nome di Tzipi) sa come destreggiarsi nella politica e nella diplomazia. Non a caso è stata anche ministro degli Esteri, durante il governo di Ehud Olmert. Seconda donna a ricoprire l’incarico dopo Golda Meir. Ma sa anche che, a differenza di Meir, oltre ai «falchi» del suo governo, oltre a quegl’israeliani che non vogliono nemmeno sedersi al tavolo con i palestinesi, oltre ai coloni da settimane sul piede di guerra con Gerusalemme, ecco, oltre a tutto questo, lei deve anche affrontare forse l’argomento più delicato di fronte agli ebrei ultraortodossi: l’essere una donna.

«È venuto il momento di prendere delle decisioni drammatiche», ha ripetuto ieri, quasi fosse un mantra. Consapevole, lei e milioni d’israeliani, che questi sono i mesi dell’«ora o mai più».

© Leonard Berberi

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Gaza, Arrigoni strangolato poco dopo il sequestro. Lo sdegno e l’orrore dei palestinesi

Non è mai andata a letto, ieri notte, Gaza. Centinaia di persone – soprattutto giovani – hanno voluto aspettare i risultati del blitz di Hamas casa per casa. Ma verso le due di venerdì mattina si sono dovuti arrendere tutti alla realtà: Vittorio Arrigoni morto, strangolato probabilmente poco dopo il sequestro con un cavo metallico o qualcosa di simile. L’uomo è stato trovato senza vita in un angolo, in una casa alla periferia di Gaza City con indosso un giaccone nero e la testa coperta.

È finita così, in tragedia, l’avventura dell’attivista filopalestinese e blogger italiano rapito giovedì mattina verso le 10 (le 9 in Italia) da casa sua. A sequestrarlo sarebbe stato un commando ultra-estremista salafita.

Il corpo di Arrigoni resta per il momento vegliato all’ospedale Shifa di Gaza. Quello stesso ospedale dove lui accompagnava le ambulanze con i feriti ai tempi dell’offensiva israeliana “Piombo Fuso” di due anni fa. Alle autorità consolari italiane di stanza a Gerusalemme giunti nella Striscia venerdì mattina è stata già affidata la salma del 36enne. Salma che non potrà uscire da Gaza prima di domenica, giorno in cui verrà riaperto il valico di Erez, quello che porta verso Israele.

L’uccisione di Arrigoni è stata condannata sia da Hamas sia dall’Autorità nazionale palestinese (Anp). Fawzi Barhum (Hamas), ha additato gli ultra-integralisti salafiti definendoli «una banda di degenerati fuorilegge che vogliono seminare l’anarchia e il caos a Gaza». Mentre il negoziatore Saeb Erekat (Anp) ha detto che si è trattato di un «crimine odioso che non ha niente a che vedere con la nostra storia e con la nostra religione».

Di fronte all’oltraggio generale nei Territori per la uccisione di un attivista che era noto per il suo sostegno senza se e senza ma alla causa palestinese, uno dei gruppi salafiti attivi nella Striscia, al-Tawhid wal-Jihad, ha emesso un comunicato in cui si proclama estraneo alla vicenda anche se i rapitori (le finora sconosciute Brigate Mohammed Bin Moslama) avevano indicato fra i detenuti da liberare in cambio di Arrigoni un loro capo, Abd el-Walid al-Maqdisi.

Secondo fonti locali, le indagini hanno portato all’arresto d’un primo militante salafita. Dopo qualche ora di interrogatorio è stato lo stesso uomo a condurre gli uomini di Hamas fino al covo: un appartamento nel rione Qarame, a Gaza City, che i miliziani delle Brigate Ezzedin al-Qassam (braccio armato di Hamas) hanno espugnato nel giro di pochi minuti conclusa con la cattura di un secondo salafita. Ma per Arrigoni era già troppo tardi.

Il cordoglio, nella rete dei giovani palestinesi, è unanime. Così come la condanna. Per la prima volta si registrano nella Striscia di Gaza un’ostilità e una rabbia che rischia di travolgere non solo le varie fazioni estremiste e violente, ma anche gli stessi vertici di Hamas.

In molti ricordano, poi, il primo contatto con il volontario italiano. Dice Mohammed Rabah Suliman, un blogger di 22 anni di Gaza City, che «uno come lui che ha lasciato il lusso italiano per starsene in questo posto dimenticato da tutti non può meritare che il rispetto, la stima e l’affetto di tutti i palestinesi». Mohammed ricorda anche il primo messaggio su Facebook che Vittorio “Vik” Arrigoni gli ha inviato: «Ween?» (dove, in arabo). «Da lì è iniziata una grande amicizia». Il ragazzo ricorda anche il più grande sogno dell’italiano: «Non vedeva l’ora della proclamazione dello Stato palestinese e di sventolare la sua bandiera».

Una tenda per il lutto per accogliere quanti desiderano esprimere condoglianze per la morte di Vittorio Arrigoni è stata allestita nel porto di Gaza, nel punto dove per la prima volta sbarcò alcuni anni fa da una imbarcazione che portava aiuti umanitari per la popolazione. Fra i molti visitatori vi sono sia esponenti del regime di Hamas, sia persone comuni.

In particolare spiccano pescatori e contadini con i quali Arrigoni aveva intrattenuto rapporti stretti e frequenti offrendosi loro come “scudo umano” in momenti di pericolo. Sul posto si sono notati inoltre esponenti di diverse Ong italiane e straniere.

Hamas ha anche voluto esprimere il proprio dolore per la uccisione del volontario italiano organizzando un corteo di protesta che, dopo aver attraversato alcune strade di Gaza, ha concluso il proprio percorso di fronte agli uffici locali delle Nazioni Unite.

Il cordoglio è forte anche sulla stampa locale. La associazione dei giornalisti di Gaza ha proclamato tre giorni di lutto e ha indetto una manifestazione di commemorazione in un locale – il Gallery – che Arrigoni era solito frequentare. «È il minimo che possiamo fare per il nostro amico», hanno detto gli organizzatori.

Nel frattempo i giovani del gruppo Gybo rilanciano in rete un video. C’è Arrigoni, in mezzo ad altri palestinesi di Gaza, che canta in favore dei giovani tunisini. Sembra uno di loro. Anzi, è uno di loro.

 © Leonard Berberi

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Gerusalemme Est, Netanyahu dà il via alle nuove costruzioni

«Ma Netanyahu ci è o ci fa?». La domanda – retorica – giurano di averla sentita dire nientemeno che dal presidente palestinese Abu Mazen. Arrabbiatissimo non solo perché «così non c’è più lo spazio per il dialogo», ma anche perché «in questo modo Netanyahu decreta la fine della mia autorità politica».

Mentre l’amministrazione Obama cerca di salvare il salvabile, mentre il mondo arabo non dà indicazioni all’Anp perché stavolta vuole davvero chiudere la questione con gl’israeliani, il premier dello Stato ebraico Bibi Netanyahu autorizza la costruzione di 238 nuove unità abitative oltre la linea di demarcazione in vigore fino al 1967, nei quartieri di Ramot e Pisgat Ze’ev.

Un’area, quella di Gerusalemme Est, che a dire il vero non è mai stata considerata nella moratoria di dieci mesi sulle nuove costruzioni, ma che – per ragioni diplomatiche – era comunque diventata zona off limits. Soprattutto dopo la visita del vice-presidente Usa Joe Biden.

Il quartiere di Pisgat Ze'ev, tra Gerusalemme e Ramallah

Il ministro dell’edilizia Ariel Atias (del partito ultrareligioso Shas) ha autorizzato la costruzione di 158 alloggi nel rione ebraico di Ramot (che conta 47mila abitanti) e di altri 80 a Pisgat Ze’ev (fra Gerusalemme e Ramallah) dove vivono 45mila israeliani.

Secondo il quotidiano Maariv, Netanyahu avrebbe avvertito Washington della novità lasciando intendere di essere stato obbligato, dopo mesi di inattività, ad autorizzare le costruzioni. «Si tratta di un chiodo ulteriore sulla bara dei negoziati», ha detto una fonte dell’Anp. Più diplomatico, ma comunque durissimo anche il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat: «Sembra che Netanyahu abbia fatto la propria scelta: meglio gli insediamenti della pace». Stavolta nemmeno gli Stati Uniti hanno nascosto la loro contrarietà.

Ora gli occhi del Medio oriente sono puntati sulla visita di Stato in Marocco di settimana prossima del presidente israeliano Shimon Peres. Peres spera di riuscire ad usare l’influenza di re Mohammed VI sulla Lega araba per dare una mano al dialogo israelo-palestinese. Nel frattempo a Gerusalemme Est quella di venerdì è stata l’ennesima giornata di scontri e violenze.

Leonard Berberi

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