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E Gaza organizza il suo mondiale di calcio

Quando l’Irlanda ha segnato il primo gol contro l’Inghilterra in tanti si sono alzati ad applaudire e a urlare “Olp, Israel no”. No, non è successo a Londra. E nemmeno a Dublino. Ma a Gaza City. E questi sono i campionato mondiali di calcio. Mondiali in formato ridotto, però. Perché la Palestina non ha una squadra di calcio. Perché Gaza è bloccata. Perché il mondo, anche se per qualche secondo, deve sapere che la Striscia c’è, vive e si diverte. Nonostante le tante difficoltà.

C’era anche l’Italia. Che ha vinto con uno striminzito 1 a 0 proprio contro i padroni di casa. Il torneo, iniziato sabato proprio con la partita Italia-Palestina, durerà due settimane e prevede la partecipazione di sedici squadre della Striscia di Gaza (la maggior parte formate nei campi profughi), oltre alle nazionali europee, oltre a Egitto, Giordania e Turchia.

“Con questo torneo vogliamo dire al mondo che gli abitanti di Gaza possono praticare il loro sport preferito – il calcio, appunto -, nonostante l’isolamento imposto da Israele e le sofferenze che questo ci provoca”, ha detto Ibrahim Abu Salim, direttore dell’Unione calcistica palestinese.

“Il campionato ha due obiettivi: mandare un messaggio di pace e chiedere aiuto al mondo per togliere il blocco israeliano sulla Striscia”, ha aggiunto Tamer Qarmoot, rappresentante dell’Undp, il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo.

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Massima vigilanza

“Cari viaggiatori, quando andate in Israele, tenete sempre sott’occhio il vostro passaporto”. L’annuncio – insolito, ma attuale – arriva direttamente dal Foreign Office di Londra. Sul profilo dello Stato d’Israele, infatti, c’è scritto che i cittadini britannici è bene che non perdano mai di vista il proprio documento di viaggio. Altrimenti – è il messaggio sottinteso – potreste finire per partecipare, a vostra insaputa, al prossimo omicidio mirato da parte del Mossad (vedi alla voce: Dubai).

“I dati sensibili del vostro passaporto – spiega la nota – rischiano di entrare in possesso di persone che potrebbero poi utilizzarli per un uso improprio”. Massima attenzione – continua il Foreign Office – “ai passaporti non biometrici (quelli senza microchip, nda), perché sono quelli più esposti al rischio duplicazione e furto d’identità”.

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Grosso guaio a Gerusalemme

 

Meir Dagan, 65 anni, capo dei servizi segreti israeliani

La banda degli undici. O, se vogliamo, la versione mediorientale di “Ocean’s Eleven”. Comunque sia, il gruppo che ha – avrebbe – soffocato il 19 gennaio scorso Mahmoud al Mahmouth, un noto esponente di Hamas in trasferta a Dubai, ha scatenato un putiferio in Israele, in Medio oriente e in Europa.

Primo: perché, stando agli ingressi della polizia di frontiera di Dubai, gli undici avrebbero tutti passaporto europeo. 6 britannici, 3 irlandesi, un tedesco e un francese. Secondo: perché s’è scoperto che “tra i 5 e i 7 nomi” in realtà non sono quelli che corrispondono alle fotografie dei passaporti (falsi) timbrati in aeroporto. Terzo: perché almeno cinque nomi e al massimo 7 corrisponderebbero a cittadini israeliani che esistono davvero, che abitano in Israele e che lavorano sul suolo guidato da Netanyahu. E che ora sono ricercati ufficialmente dall’Interpol.

Per dire: uno di loro, dopo aver letto il suo nome nell’elenco della polizia di Dubai s’è subito fatto vedere alla stampa israeliana e ha comunicato di non essere lui quella persona e di non essere mai stato nell’emirato.

Le cancellerie di mezza Europa si muovono, il premier britannico Gordon Brown ha chiesto di fare dei controlli e lo stesso faranno anche i ministeri dell’Interno di Germania, Francia e Irlanda. In Israele – paese non nuovo ai furti d’identità da parte dei servizi segreti – la stampa ha attaccato il numero uno dei servizi di sicurezza, Meir Dagan.

65 anni, Dagan è descritto come un personaggio particolare. Così particolare che – oltre ad amare la pittura e la musica, e oltre ad avere l’aria di bohemien – raccontano che nel suo ufficio si trova una grande foto con un anziano ebreo sull’orlo di una fossa mentre un soldato nazista gli spara alle spalle. “Quel vecchio era mio nonno”, andrebbe dicendo Dagan a chi va a trovarlo.

Ora tutti ne chiedono la testa. E c’è chi – come Amir Oren su Haaretz – consiglia al “pensionato Dagan di andare a rafforzare il mondo della pittura”. Evitando così altri imbarazzi in giro per il Paese. E per il mondo.

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