attualità, economia

Israele: ok all’introduzione del materiale edile a Gaza. E’ la prima volta dal 2007

È un tira e molla. Se vogliamo drammatizzarla si può sostenere che è un grande, lungo ed estenuante telefilm. Dove gli attori cambiano, ma le dinamiche no, quelle restano sempre le stesse.

La politica del bastone della carota continua tra Israele e Striscia di Gaza. Il pugno notturno dei raid aerei di giorno si trasforma in carezze inaspettate. Come quella, dell’altro giorno. Quando Israele ha deciso di autorizzare l’ingresso nella Striscia di materiali da costruzione destinati a imprese private. È la prima volta da quando Hamas ha preso il controllo dell’enclave palestinese.

L’iniziativa era stata concordata la settimana scorsa durante un incontro al valico di Erez tra ufficiali israeliani e imprenditori palestinesi. L’intesa prevede che i materiali per l’edilizia vengano utilizzati per ricostruire una decina di fabbriche pesantemente danneggiate durante l’operazione «Piombo Fuso» lanciata alla fine di dicembre del 2008 dalle forze armate dello Stato ebraico per bloccare il lancio di razzi contro il territorio israeliano.

Il vice presidente dell’Unione degli imprenditori industriali palestinesi, Ali al-Hayek, ha fatto sapere che «l’allentamento del blocco permetterà anche l’esportazione di prodotti della Striscia in Israele, Cisgiordania ed Europa». Negli ultimi quattro anni, le autorità israeliane avevano autorizzato l’ingresso nella Striscia di materiale solo per progetti gestiti da organizzazioni e agenzie internazionali.

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Israele blocca la costruzione di Rawabi, la prima città-sogno palestinese

Il rendering di Rawabi, la nuova città palestinese

Costruisco anch’io. No, tu no. Ma perché? Perché no. La si potrebbe raccontare anche così la storia, citando – e adattando – la canzone di Jannacci. Altrimenti, ma stavolta c’è di mezzo un bel po’ d’ironia, si potrebbe sostenere che c’è il primo caso di blocco delle nuove costruzioni in Cisgiordania dopo la moratoria di dieci mesi appena scaduta. Peccato che sia tutto “made in Palestine”. E i coloni, stavolta, non c’entrano proprio nulla.

Siamo a Rawabi. Pochi chilometri a nord di Ramallah, nel cuore della West Bank. Un posto, Rawabi, che è anche un sogno. Perché è qui, in mezzo a questa terra che a tratti lascia spazio al verde, che sorgerà la prima città palestinese.

Tutto è pronto da mesi. Il progetto, i rendering, il sito, i prezzi. Solo che da Gerusalemme qualcuno ci ha messo lo zampino. Gilad Erdan (Likud), il ministro dell’Ambiente israeliano, ha fatto sapere che – per ora – a Rawabi non si costruisce più. Bisogna «chiedere un’approfondita analisi sull’impatto che le costruzioni avranno sull’ambiente», ha detto il ministro. Soprattutto per quanto riguarda la discarica dei rifiuti.

I critici hanno attaccato la decisione. «Ma che c’entra il ministro israeliano sul nostro territorio?», ha urlato Abir Kubty, una portavoce dell’Autorità nazionale palestinese. C’è chi poi ha tirato in ballo ragioni politiche. «La politica non c’entra nulla», ha replicato via radio locale Erdan. «È puramente una questione ecologica». Certo, alla fine, il ministro non ha negato la propria ostilità al progetto edilizio, ma ha anche detto che «costruire una città comporta conseguenze drammatiche per l’ambiente, bisogna sapere dove scaricare le fognature e i rifiuti».

Rawabi (collina, in arabo), secondo i progettisti, è stata concepita come città «moderna, razionale, tecnologica». Un luogo destinato a soddisfare le esigenze delle giovani coppie palestinesi per un totale di 40mila persone. Un “fiore all’occhiello”, insomma. Ma anche un casino. Perché l’area è sotto l’amministrazione dall’Anp, la cui sicurezza è affidata all’esercito dello Stato ebraico e le strade che portano in quello che sarà il centro abitato sono tutte sotto il controllo israeliano.

A dare il via al sogno formato mattone è stato un ricco uomo d’affari palestinese che vuole investire – grazie anche a contributi esteri – miliardi di dollari. Per ora, con i soldi qatarioti, sono stati spesi poco meno di 600 milioni. I lavori sono iniziati l’anno scorso e ad oggi risultano in costruzione poco più di 4mila unità abitative. Che, se le cose continuano così, rischiano di diventare vere e proprie cattedrali – pardon: moschee – nel deserto.

© Leonard Berberi

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Gerusalemme, nuovo progetto edilizio prevede l’allargamento a Est, ma solo per gli ebrei

Obama era stato chiaro: «Netanyahu deve assicurarsi che non ci sia nessun allargamento ebraico a Gerusalemme Est». E lui, Netanyahu, aveva annuito. Non aveva detto di sì, ma l’aveva fatto intendere.

Solo che poi, in silenzio, la Commissione di pianificazione e costruzione del distretto di Gerusalemme ha approvato un master plan dove è previsto l’allargamento dei quartieri ebraici proprio nella parte Est della città, dove vive una schiacciante maggioranza di arabi.

Un piano di costruzione non ancora operativo. Ma quasi. Perché c’è un tempo limite – sessanta giorni – per ricorrere alle aule di Giustizia e bloccare il master plan. Trascorsi i due mesi, il progetto edilizio pubblico a quel punto sarà impossibile modificarlo.

Secondo un dossier preparato dall’Ong Ir Amim, un gruppo nato con lo scopo di rendere Gerusalemme «una città più equa e vivibile», il piano di costruzione «non tiene conto delle esigenze della popolazione araba della città». E ancora: «Il master plan introduce tutta una serie di ostacoli burocratici per i palestinesi che vogliono costruire una casa o un negozio tra le mura di Gerusalemme».

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