economia, politica

Palestina, parte il boicottaggio (legalizzato) dei prodotti dei coloni israeliani

Il primo ministro dell'Autorità Palestinese, Salam Fayyad, dà una mano a bruciare i prodotti realizzati nelle colonie ebraiche della West Bank

A volte basta un’immagine. Una soltanto, per dare il senso della politica in Medio Oriente. Nell’istantanea in questione c’è quest’uomo, Salam Fayyad, che tiene in mano una scatola. Davanti a lui un rogo in atto. Di lì a pochi secondi, quella scatola gialla finirà anch’essa nel rogo. E a buttarla sarà proprio Fayyad. Un uomo, un economista. Soprattutto: il primo ministro palestinese.

E’ così, con un gesto che più simbolico non si può, che è partita la caccia legalizzata al prodotto realizzato in una delle decine di colonie israeliane insediate in Palestina. Materiale che da qualche giorno è fuori legge. I controllori volontari, circa tremila, busseranno alle porte di tutti i palestinesi della Cisgiordania per scovare i prodotti sgraditi. “Di casa in casa”, si chiama la campagna, partita da Ramallah per estendersi a tutta la West Bank. Ma ad essere controllati sono anche i supermercati.

Controlli anche nei supermercati, alla ricerca di prodotti indesiderati realizzati nelle colonie israeliane nella West Bank

Nei prossimi mesi alle famiglie palestinesi verrà poi consegnato un vademecum che elenca oltre 500 prodotti da boicottare. I volontari dovranno sensibilizzare la popolazione sulla necessità di non acquistare i prodotti che arrivano dalle colonie, come prevede una legge varata di recente e che punisce severamente la circolazione di questi articoli.

Dopo la visita, i volontari attaccheranno sulla porta di casa un adesivo con la scritta “Qui non ci sono prodotti delle colonie”. Un marchio. Non dell’infamia, stavolta. Ma di bontà. E di fedeltà alla causa palestinese. Non solo. Perché pur di scovarli tutti i prodotti sgraditi, il ministero dell’Economia ha attivato un numero verde che i cittadini potranno contattare per segnalare la presenza di articoli sospetti nei mercati locali.

Il ministro dell’Economia Hasan Abu Labdeh ha tenuto però a precisare che la campagna di boicottaggio non riguarda le merci prodotte all’interno di Israele nel rispetto del protocollo di Parigi del 1994, che regola le relazioni economiche tra palestinesi e israeliani. No. L’iniziativa “mira a realizzare un’armonia totale tra le risoluzioni e il diritto internazionali e gli accordi di Oslo da un lato e la posizione politica adottata dall’Olp dall’altro”.

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Israle, sparisce Burger King. Gli ebrei preferiscono il marchio locale

Il logo del fast food israeliano "Burger Ranch"

Agl’israeliani il fasto food piace glocal. Va bene il panino fatto come lo cucinerebbero dal McDonald’s o da Burger King, ma il marchio deve essere rigorosamente “Made in Israel”. Lo dicono i sondaggi, lo dimostrano i conti.

Ed è così che i fratelli Eli e Yuval Orgad, proprietari della Orgad Holding, hanno preso una decisione che va contro il tempo: togliere i cartelli firmati Burger King (di cui hanno il diritto di franchising per tutto il Paese) e mettere quelli della meno famosa – all’estero – e più ebraica “Burger Ranch”, posseduta interamente dagli Orgad.

“I nostri test hanno dimostrato in modo inequivocabile che gl’israeliani preferiscono il marchio Burger Ranch Bull”, hanno detto Eli e Yuval. Spariranno così 55 punti di ristoro targati Burger King, che andranno ad aggiungersi agli altri 52 già firmati Burger Ranch, per un totale di 107.

“Entro agosto di quest’anno il processo di conversione sarà terminato”, ha aggiunto il CEO Moshe Gabay. Che ha poi aggiunto: “A partire da Tel Aviv attrezzeremo i nostri fast food con tv al plasma per i grandi e angoli giochi per i piccini”. Il tutto al costo di 1,5 milioni di dollari.

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La crisi economica spaventa Hamas. In arrivo nuove tasse e tagli ai salari

(foto Ap)

Non sono solo i governi europei ad essere in crisi. Economica e di consenso. Ne sa qualcosa anche Hamas, l’organizzazione terroristica che da anni controlla la Striscia di Gaza. Negli ultimi due mesi non è riuscita a pagare gli stipendi di migliaia di palestinesi che lavorano per l’autorità politica non riconosciuta fuori dai confini.

Ogni mese – dicono i bene informati – Hamas ha bisogno di circa dieci milioni di dollari per coprire il pagamento degli stipendi. Ma negli ultimi tempi i soldi sono sempre meno, dall’estero gli aiuti latitano (l’80% del budget annuale di Gaza arriva da fuori) e la popolazione civile preme, stretta dalla politica d’isolamento attuata da Israele prima ed Egitto poi. Una situazione che potrebbe esautorare l’autorità di Hamas.

L’unica soluzione sembra quella di aumentare il gettito fiscale introducendo nuove – e impopolari – tasse. Dieci nuove imposte sulle sigarette. E qualche cosa da pagare in più nelle operazioni immobiliari: dalla compravendita di una casa alla costruzione di un palazzo.

Non solo. Sul modello Grecia, ci sarà un taglio pesante dei salari dei funzionari pubblici: dagli 800 euro circa al mese del 2009 – anticipa il tesoriere di Hamas, Ismail Mahfouz – ai poco più di 300.

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economia, politica

Un po’ di luce

Un aereo della compagnia israeliana El Al (foto Zvika Tishler)

Quel che non può la politica, lo fa l’economia. Turchia e Israele non si capiscono? Affari di chi governa i due paesi. Perché business is business e non c’è santo – pardon, politico – che tenga, quando si tratta di ottimizzare costi e benefici della propria società. E che società.

Chiedere alla più grande compagnia aerea israeliana, El Al. Che, negli ultimi giorni, ha perfezionato una partnership per far sì che i propri voli siano in code-share con quelli della Atlasjet, una società di volo turca. In questo modo, sarà garantito un volo al giorno per i cittadini israeliani che vorranno andare a Istanbul.

“Siamo amici di Israele e speriamo che questo accordo economico sia un modo per riavvicinare – politicamente – i due paesi”, ha detto il portavoce della Atlasjet, Murat Ersoy. “Questa partnership è un ponte che noi mettiamo a disposizione dei nostri politici per ritornare ai buoni rapporti di sempre e che oggi sono un po’ in crisi”, gli ha fatto eco Eliezer Shkedi, ceo dell’israeliana El Al.

Capito Bibi (Netanyahu) e Reçep (Erdogan)?

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Una vita ad alta tensione

(foto Ma'ariv)

Doveva essere un anfratto da usare per appoggiare scatolini oppure materiale pericoloso. Era diventato – da non si sa quanto tempo – un piccolo appartamento per una famiglia senzatetto. E quando una squadra speciale di elettricisti della società israeliana li ha scoperti, qulla casa improvvisata s’è dissolta all’improvviso.

E’ successo a sud di Tel Aviv. Pochi giorni fa, una squadra di manutenzione viene chiamata a fare un’ispezione a una stazione elettrica. La sala di controllo, infatti, aveva ricevuto molte segnalazioni che parlavano di intrusioni in questi luoghi pericoloso e sorvegliati.

Gli addetti si sono presentati convinti di trovare qualche futuro terrorista. Invece hanno trovato questi tre materassi con tanto di coperte, lampadine allacciate alla rete elettrica, spazzatura e anche un vaso di fiori. Lo choc è stato ancora maggiore quando poi sono state trovate oggetti di cartoleria (quaderni, fogli), bambole e altri giocattoli. Insomma, altro che terroristi: lì c’erano sicuramente dei bambini. Bambini poveri.

“E’ stato incredibile e triste allo stesso tempo”, ha dichiarato Ofer Sulamit, uno dei responsabili della squadra di manutenzione. “Purtroppo abbiamo dovuto mandare via chi ci viveva perché è un luogo dove proprio non si può stare”.

La polizia non ha ancora detto chi ci viveva là dentro, ma questo rischia di offrire uno spaccato preoccupante di una società che sta diventando sempre più occidentale. In tutti i sensi

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Israele, il nord è a maggioranza araba

Nazareth, una delle città israeliane a maggioranza araba

Nel 2030 – tra vent’anni esatti – un quarto di Israele sarà abitato dagli arabi. A scriverlo è l’Ufficio centrale di statistica di Gerusalemme che certifica un’altra realtà: gli arabi sono maggioranza nel nord del Paese (53%), ad esclusione di Haifa. Alla fine del 2008, erano stati registrati 1,5 milioni di arabi sul suolo israeliano. Diventeranno 2,4 milioni nel 2030.

Nel bollettino ufficiale (qui i dati dettagliati nell’articolo dello Yedioth Ahronoth), l’Ufficio centrale di statistica registra che l’aspettativa di vita è differente per arabi ed ebrei. Questi ultimi vivono di più: 79,9 anni contro 75,9 per gli uomini, 82,7 anni contro 79,7 per le donne.

Nello specifico delle città, il 31% dei residenti a Gerusalemme è arabo, il 24% ad Haifa, il 16% nel sud del Paese e soltanto l1% a Tel Aviv. Nazareth, Umm al-Fahm, Baqa-Jatt, Tayibe, Rahat, Shaghur e Shfaram le città a maggioranza araba.

Infine, il reddito: la media degli introiti di un cittadino arabo – nel 2008 – è stata di 1606 euro. Quella degli ebrei 2.789 euro. (leonard berberi)

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Studiosi divisi sull’immigrazione russa

“Hanno dato una mano importante all’economia del Paese”. “No, a conti fatti, nulla è cambiato”. Economisti divisi sull’incidenza dell’immigrazione sovietica degli anni ’90 in Israele. 950mila persone, il 15% della popolazione.

Lo Yedioth Ahronoth ha intervistato due esperti per capire se, due decenni dopo, qualcosa è cambiato nell’economia del Paese.

Da un lato c’è Shlomo Maoz – capo dell’Excellence Nessuah, una società d’investimenti – che si dice “estremamente entusiasta” sul contributo che gli immigrati russi hanno dato all’economia nazionale. “I russi hanno salvato Israele più e più volte”, dice Maoz. “Hanno migliorato la nostra situazione sotto ogni punto di vista. Hanno aumentato il numero dei consumatori e hanno dato vita a centinaia di imprese in più, da quella elettrica a quella dei biscotti”. L’import e l’export ne hanno tratto vantaggio – continua Maoz – e anche l’industria high tech.

Dall’altro lato, c’è Joseph Zeira, professore della Hebrew University. “Nonostante il contributo positivo – sostiene Zeira – gli immigrati russi non hanno portato a una rivoluzione economica”. Perché? “Nel breve periodo, è vero che i russi hanno aumentato la domanda di beni di consumo mettendo fine, nel 1989, alla recessione causata dalla prima Intifada. Ma nel lungo periodo, non è facile dire cosa hanno fatto gli immigrati all’economia israeliana. Penso che, anche senza loro, la situazione sarebbe stata la stessa di oggi.

Zeira, poi, smentisce la tesi di Maoz sul contributo all’high tech: “Il grande salto tecnologico è avvenuto prima dell’arrivo dei russi – dice il professore -, alla fine degli anni Ottanta, quanso il governo tagliò il budget alla Difesa e molti ingegneri furono costretti a reinventarsi e a trovare un nuovo lavoro”.

A vent’anni di distanza, l’ondata di immigrati russi continua a far discutere. E a dividere.

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