attualità, cultura

La guerra dei Festival

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua

E’ ancora guerra. Ma stavolta a colpi di festival. Così, se la cultura unisce i popoli – come vuole l’opinione comune -, dalle parti d’Israele e della Palestina, la cultura è diventata l’ennesimo fronte di guerra.

La conferma di questa sfida arriva dalle due kermesse letterarie svolte negli stessi giorni e chiuse entrambe giovedì sera a Gerusalemme. La città simbolo delle frizioni tra israeliani e palestinesi.  Perché da un lato c’è stato il tradizionale e prestigioso “Festival israeliano degli scrittori internazionali”. Dall’altro, il meno famoso “Palfest 2010”, la risposta palestinese più giovane, ma non meno vivace.

Per una settimana autori, giornalisti, critici hanno affrontato con seminari, dibattiti, letture e laboratori il tema della bellezza della parola. Sia nella rassegna israliana, sia in quella palestinese. Alla manifestazione israeliana ha partecipato anche il giovane torinese Paolo Giordano, il cui romanzo d’esordio, “La solitudine dei numeri primi”, è stato appena pubblicato in ebraico. Il festival itinerante palestinese, invece, patrocinato dal British Council e dal Fondo Arabo per la cultura e le arti, ha ospitato da parte sua artisti locali come la scrittrice palestinese Suad Amiry e qualche autore anglosassone.

“È ridicolo che ci siano scrittori da mezzo mondo nella stessa città e non s’incontrino”, ha commentato Anthony David, uno dei relatori del “Palfest” e docente all’Università al-Quds di Gerusalemme est. Ma c’è chi, come Adhaf Sueif, scrittrice britannica d’origine egiziana che ha contribuito a far nascere la rassegna palestinese, ne fa una questione politica oltre che di dignità: “la Palestina è un’entità a sè e ha diritto di avere un suo festival”, ha detto.

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Postcards from Middle East / 41

Due soldati israeliani pregano al Muro del Pianto, nella Gerusalemme vecchia. La polizia da qualche giorno è impegnata a contenere le violenze a Gerusalemme Est (dove vive la maggioranza araba) e per evitare che questa arrivi anche nei quartieri ebraici della città (Menahem Kahana / Afp)

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attualità, politica

50mila

Dichiarazione numero uno: “Costruiremo 1.600 nuove costruzioni per gl’israeliani a Gerusalemme Est”. Il vice-presidente Usa, in visita in Israele, s’incazza. E non lo nasconde. Ecco che arriva la dichiarazione numero due: “Figuraccia, non ci sarà nessuna costruzione di 1.60o unità abitative”.

Sospiro di sollievo. Soddisfazione dell’amministrazione Obama. Sorrisi e pacche sulle spalle. Salvo poi scoprire – come fanno i cronisti di Haaretz – che a Gerusalemme Est sono in progetto 50mila nuovi alloggi destinati ad ebrei. Per 20mila è già iniziato l’iter burocratico, mentre altri 30mila sono per il momento solo sulla carta.

Alla periferia meridionale, nel rione di Gilo sono in progetto 3.000 nuovi alloggi, altri 1.500 a Har Homà e 3.500 a Ghivat ha-Matos. Nella periferia settentrionale, 1.500 alloggi sono progettati a Pisgat Zeev, 450 a Nevè Yaakov e 1.200 a Ramot. Nella periferia orientale, il rione di Armon ha-Natziv dovrebbe essere esteso con altre 450 unità abitative.

Come la mettiamo Bibi?

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