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L’accusa del Libano: “Jet e droni israeliani hanno violato il nostro spazio aereo”

Un caccia militare israeliano F-15I (foto Flash 90)

Un caccia militare israeliano F-15I (foto Flash 90)

«Siamo entrati in una nuova fase». Da Gerusalemme non hanno dubbi. L’incursione aerea israeliana in territorio siriano agli inizi di febbraio «è solo l’inizio di una serie di misure per bloccare la minaccia chimica di Damasco». Minaccia che, per ora, nemmeno l’intelligence dello Stato ebraico è in grado di collocare in un punto preciso della mappa mediorientale. A dimostrazione che qualcosa, in questi mesi di caos in Siria, potrebbe essere sfuggita dalle mani.

Da alcune ore velivoli israeliani – caccia e droni – stanno sorvolando i cieli del Libano. La voce è stata confermata dall’autorità centrale di Beirut. Che ha reagito in maniera durissima a quella che chiamano una provocazione. «Gli aerei di guerra di Israele hanno violato più volte il nostro spazio aereo e anche la risoluzione 1701 delle Nazioni Unite», ha dichiarato il comando centrale dell’esercito libanese attraverso il ministero dell’Informazione. La 1701 è il documento che ha fatto finire la guerra tra Israele ed Hezbollah nel 2006.

«I velivoli israeliani hanno volato diverse volte nel nostro spazio e in diverse zone del Paese tra le 10.30 del mattino di giovedì 7 febbraio all’1.15 di notte di venerdì». Non solo. Secondo l’autorità militare libanese alle 18 di giovedì sarebbe stato intercettato anche un drone spedito dallo Stato ebraico e abilitato non al lancio di razzi, ma alla mappatura e al riconoscimento territoriale. «Il drone è passato sopra il villaggio di Nakoura», hanno spiegato da Beirut, «ha compiuto una manovra a U verso Baalbeck, Riyak, Hermel, Al-Arz e se n’è andato all’1.35 di venerdì volando sopra il villaggio di Alma Al-Shaab».

Un veicolo delle Nazioni Unite sul versante libanese del confine con Israele (foto Flash 90)

Un veicolo delle Nazioni Unite sul versante libanese del confine con Israele (foto Flash 90)

Israele, com’è successo nell’incursione – anzi: nelle incursioni – in Siria non ha né confermato, né smentito. Ha, più semplicemente, taciuto. Ma da Gerusalemme spiegano che per capire il quadro di questi giorni e dei prossimi, «bisognerebbe sommare alcune informazioni». Quali? La prima: «il tentativo di trasportare armi chimiche dalla Siria al Libano». La seconda: «l’installazione dei tre sistemi anti-missilistici Iron Dome installati nelle ultime settimane nel nord d’Israele». La terza: «la visita di Ahmadinejad al Cairo». La quarta: «i risultati dell’Europol sull’attentato a Burgas, in Bulgaria, contro il bus di turisti israeliani (6 morti, nda) e il dito puntato contro Hezbollah». La quinta: «i due responsabili dell’attacco di Burgas si trovano ora in Libano».

Il nervosismo di Beirut è confermato anche dal quotidiano arabo pubblicato a Londra, al-Quds al-Arabi. in un articolo si racconta che gli ufficiali di Hezbollah sono inquieti in questi giorni. «Temono in ogni momento – scrive il giornale – di essere attaccati dai caccia israeliani, con una modalità simile a quella messa in atto in Siria pochi giorni fa». Non solo. L’organizzazione terroristica teme che lo Stato ebraico mandi l’unità esperta nei sequestri di persona per rapire «un alto ufficiale». Per questo, anche nel versante libanese del confine tra i due Paesi, esercito e miliziani di Hezbollah hanno deciso di mandare più uomini da questa settimana.

© Leonard Berberi

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I caccia, il Boeing e le otto tonnellate di esplosivo. Così Israele ha bombardato il Sudan

Si sono levati in volo – tra il 23 e il 24 ottobre scorso – nel cuore della notte e del deserto del Negev. Hanno viaggiato per quattro ore e per oltre 2.100 chilometri. Prima sorvolando la località turistica di Eilat, poi attraversando il Mar Rosso. A un certo punto hanno svoltato a destra. Sui cieli del «Triangolo Hala’ib», terra contesa tra l’Egitto e il Sudan. Poi eccoli sopra Khartoum, alle 00.31 del 24 ottobre. Una volta a Yarmouk, alla periferia della capitale sudanese, il botto. Quattro bombe da 2 tonnellate di esplosivo ciascuna giù su alcune decine di container che in pochi secondi vengono ridotti in cenere. Nel raggio di 700 metri, poi, vengono danneggiati tutti gli edifici. Alle 00.52, nel punto d’impatto, non resta praticamente nulla. Se non una grande domanda.

Ecco, la domanda. Chi ha compiuto quell’operazione militare «chirurgica»? Dopo ore di speculazioni – e accuse – fonti dell’intelligence israeliana hanno fatto intuire che si sia trattato di un blitz delle forze aeree dello Stato ebraico. Un blitz più che mai necessario «per almeno due motivi». Il primo: «A Yarmouk, in quei container, secondo le nostre informazioni avevano appena finito di inserire e si stavano preparando a inviarli a Teheran e a Beirut i missili a lunga gittata Shehab e i razzi Fajar». Il secondo: «Da quell’angolo della città vengono inviati nella Striscia di Gaza anche gli armamenti che Hamas usa contro il nostro Paese».

L’operazione ha coinvolto in tutto otto caccia F-15I, due elicotteri CH-53, un aereo da ricognizione Gulfstream G550 e un Boeing 707 tanker per il rifornimento in volo degli otto caccia. Rifornimento che è avvenuto sopra il Mar Rosso, un’ora e mezza dopo il decollo. Quattro degli otto F-151I hanno trasportato l’esplosivo. Gli altri caccia sono serviti come appoggio in caso di una risposta dei MiG-29 della flotta aerea sudanese. Risposta che non c’è stata.

L’area di Yarmouk nel 2011 e prima e dopo il bombardamento del 24 ottobre scorso (foto Associated Press / DigitalGlobe via Satellite Sentinel Project / Google Maps / Falafel Cafè)

Si è trattato di un blitz «tecnicamente perfetto». Così «perfetto» da preoccupare le agenzie d’intelligence dell’Europa e degli Stati Uniti. E il motivo è squisitamente geografico e tattico: «Se Israele è in grado di attaccare siti strategici a oltre 2.100 chilometri di distanza, allora può farlo anche contro l’Iran». Teheran, in linea d’aria, dista «soltanto» 1.620 chilometri dalla base militare israeliana nel deserto del Negev.

Dicono i bene informati che il blitz contro i depositi di Yarmouk è stato organizzato a partire dal 2010. Quando gli agenti del Mossad, dopo aver ucciso in un hotel di Dubai Mahmoud Al-Mabhouh – un emissario di Hamas – avrebbero trovato tra i suoi documenti il presunto accordo militare tra l’Iran e il Sudan: Khartoum, secondo il documento, avrebbe offerto a Teheran i suoi siti militari per costruire le bombe a lunga gittata.

«I nostri esperti hanno scoperto che a distruggere il sito di Yarmouk sono stati gl’israeliani», ha commentato il ministro sudanese dell’Informazione Ahmed Belal Othman. Nessuna indicazione, però, è stata fatta sugli «esperti». Anche se a Gerusalemme sono convinti si sia trattato di alcuni dei vertici militari iraniani. E fanno anche qualche nome. Hassan Shah Safi, capo delle forze aeree di Teheran: Amir Ali Hajizadeh, comandante delle forze aeronautiche della Guardia rivoluzionaria iraniana; Aziz Nasirzadeh, vice comandante delle forze aeree; Farzad Esmaili, comandante della base aerea di Khaam al-Anbiya.

E mentre in Israele si avvicinano le elezioni politiche fissate il 22 gennaio prossimo, aumenta il fronte degli analisti che non esclude un blitz aereo dello Stato ebraico – ma ricorrendo ai droni – su siti di stoccaggio iraniani qualche giorno prima dell’apertura delle urne. Non l’inizio di una guerra, dunque. Soltanto un assaggio.

© Leonard Berberi

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