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Mandato d’arresto per Dov Lior, il rabbino delle colonie

Desta grande fermento nelle colonie ebraiche della Cisgiordania il mandato di arresto spiccato ieri dalla polizia israeliana nei confronti del rabbino Dov Lior, uno degli ideologi religiosi del movimento dei coloni. «Si tratta di una dichiarazione di guerra ai coloni», hanno detto un migliaio di dimostranti che si sono raccolti stamane nei pressi della casa del religioso, nell’insediamento di Kiryat Arba (Hebron).

Il rabbino Lior ha assicurato loro che non ha intenzione di consegnarsi alla polizia. Ha aggiunto che le autorità israeliane si comportano «come i bolscevichi che nella Russia sovietica limitavano la libertà di espressione dei rabbini». «Occorre mettere fine alle persecuzioni dei rabbini da parte di impiegatucci governativi», ha esclamato.

All’origine della vicenda vi è una lettera di apprezzamento scritta un anno fa dal rabbino Lior agli autori di un controverso testo rabbinico che, in condizioni estreme di conflitto, autorizza l’uccisione di Gentili anche se non coinvolti direttamente in ostilità. Il testo, “La legge del Re”, è stato peraltro duramente condannato da altri autorevoli rabbini.

La polizia ritiene che in quella lettera ci possa essere una violazione delle legge che vieta l’incitazione all’odio razziale. Nei mesi scorsi la polizia ha convocato più volte il rabbino Lior affinchè desse spiegazioni, ma egli si è sempre rifiutato di comparire. Da qui la decisione di spiccare un mandato di arresto che – se fosse realizzato – rischia adesso di innescare incidenti.

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Cisgiordania, da nord a sud i coloni tornano a costruire

Il rabbino Dov Lior inaugura i lavori per una nuova costruzione nei pressi di Kiryat Arba

L’avevano promesso. Anzi: minacciato. «La nostra risposta agli attacchi palestinesi sarà riprendere a costruire dalle sei di mercoledì mattina». L’hanno fatto per davvero. Il congelamento delle nuove costruzioni in Cisgiordania non è più valido. I coloni ebrei hanno ripreso il cemento e la cazzuola, la carriola e le pale e hanno inizia a costruire. Non grandi edifici. Ma piccole cose. Per ora. Più del gesto conta l’intenzione. E il messaggio che viene lanciato a Washington.

L’unica cosa diversa da quello che avevano paventato ieri è stato il momento. Le prime operazioni sono iniziate alle sei del pomeriggio. Dodici ore dopo l’orario stabilito. Ventiquattro dopo il blitz terroristico. La prima pietra è stata posata nella Hill 16, a due passi da Kiryat Arba. A una manciata di metri dalla strada dove sono stati crivellati di colpi quattro coloni. A pochi chilometri da Hebron. E un po’ più lontano dall’incrocio stradale nel quale s’è registrato un altro attacco armato contro gli ebrei (solo due feriti, stavolta).

C’erano proprio tutti. I rabbini, i leader politici, le famiglie, i piccoli. E, ovviamente, loro: le telecamere e le macchine fotografiche. A testimoniare un gesto che è anche un affronto al parlamento israeliano. Il loro parlamento. Il rabbino Dov Lior ha preso una pala in mano e ha iniziato a buttare l’impasto di cemento ancora liquido laddove non si doveva – e poteva – costruire. Attorno a lui, scrive l’edizione online Ynet, circa duecento persone.

«Hanno portato un serbatoio pieno d’acqua, gli attrezzi del mestiere e si sono messi a costruire», hanno raccontato gli abitanti palestinesi delle case vicine. Spaventati di vedersi sottrarre le loro terre. Atta Abu Jabr ha tentato anche di allontanarli dalla sua terra. «Ma i soldati israeliani mi hanno consigliato di chiudermi in casa e tenere la luce spenta», ha raccontato l’uomo spaventato ai cronisti.

Non che nel resto della Cisgiordania gli altri coloni siano rimasti fermi. Nell’insediamento di Adam, nel nord-est di Gerusalemme, in pieno territorio palestinese, alcuni ebrei hanno posato la prima pietra di un nuovo centro comunitario. Più a nord, nei pressi di Kedumim, un trattore ha preparato il terreno per la costruzione di un nuovo asilo.

A migliaia di chilometri di distanza, tra gli sfarzi di Washington, il premier Bibi Netanyahu e il leader palestinese Abu Mazen avranno un problema in più da risolvere. Se mai avranno la voglia, la forza e il coraggio di mettere mano, una volta per tutte, al pasticcio mediorientale.

Leonard Berberi

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Il rabbino: “I giovani sono violenti perché le mamme vogliono far carriera”

Ragazzini ultra-ortodossi in una delle vie del quartiere religioso Mea Shearim di Gerusalemme

E ora sarebbe colpa delle donne. Meglio: delle madri. Colpevoli di voler uscire di casa per lavorare e di non fare per tutta la vita le casalinghe. Così se i giovani di oggi sono molto più violenti che in passato è solo (de)merito loro: delle mamme. Quelle che preferiscono la carriera alla famiglia. E per questo non hanno motivo di lamentarsi se poi il figlio si macchia di reati.

Il rabbino Elyakim Levanon fa proseliti. Non tra i suoi fedeli. Ma tra i colleghi religiosi. Perché dopo la frase del capo spirituale dell’insediamento di Elon Moreh, quella che diceva che le donne sono incapaci di gestire una comunità di persone, ci si mette pure un altro rabbino, Dov Lior, guida religiosa di Kiryat Arba (Hebron), a intervenire sulla questione femminile.

“La gente dice che i giovani hanno un problema perché sono molto violenti”, ha esordito il rabbino. “Ma la verità è che questi comportamenti adolescenziali sono conseguenza dell’assenza delle madri che, ai figli e alla famiglia, preferiscono il lavoro”. “Una donna che persegue la sua carriera – ha rincarato Dov Lior – non sta facendo la cosa ideale, visto che il suo lavoro, quello che Dio le ha assegnato, è quello di fare la casalinga”.

Tutte queste dichiarazioni sono state messe nero su bianco su un volantino poi distribuito nella sinagoga di Kiryat Arba per sostenere le parole del rabbino Levanon criticato dalle associazioni femminili israeliane per le parole pronunciate.

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