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Gaza, sotto gli occhi di Hamas i ragazzi giocano a fare gli occidentali

Praticare il "parkour" tra le rovine di Gaza. E di nascosto (foto Ap)

Hamas qui non è ancora arrivato. O forse non ci vuole arrivare. Così, finché staranno alla larga da queste rovine, i giovani potranno continuare a sentirsi occidentali. Giocando a basket, ascoltando musica rap e praticando il parkour, lanciandosi da un muro all’altro.

I fantasmi dei campi profughi lungo la Striscia di Gaza tornano ad animarsi di ragazzi palestinesi che passano ore e ore lontani dalle pressioni dei militanti di Hamas. E fanno tutto quello che farebbero i loro coetanei che vivono a Parigi, a New York o a Londra. A partire dalla musica rap. Che l’autorità di controllo sulla Striscia stigmatizza, ma che va molto di moda a Gaza.

«Quando abbiamo iniziato a seguire la cultura rap – dice Ayman Mghamis, 25 anni – tutti ci hanno chiesto: “Ma perché vi mettete dei vestiti così larghi? Perché vi salutate così?”». Ayman non è uno qualsiasi. È un membro dei “Palestinian Rapperz”, «uno dei dieci gruppi rap più famosi della Striscia».

Una notorietà che, se da un lato ha finito con l’essere accettata dalla popolazione, dall’altro ha portato gli occhi di Hamas a seguire i movimenti di questi ragazzi. Intervendo, a volte anche in modo brusco. Com’è successo a marzo, quando i miliziani hanno fatto irruzione in pieno concerto, e hanno bloccato tutto. Per poi replicare il gesto un mese dopo. «Ci hanno detto che mancavano i permessi per l’esibizione», continua Ayman. «La verità è che era il loro modo per dirci di tenere un profilo basso e di non esaltarci troppo».

Giocare il più americano dei giochi, il basket, in mezzo ad "Hamastan" (foto Ap)

Altri ragazzi hanno trovato un modo tutto loro di divertirsi: il parkour. Ogni settimana, entrano di nascosto in una scuola e si mettono a saltare da un muro all’altro, da una finestra a un sottoscala. Rischiando pure di rompersi qualche osso. E di finire in prigione. «Qualche volta i vicini sentono i rumori e chiamano la polizia», dice Mohammed Irgayig, 19 anni, all’Associated Press. «Temono che si tratti di ladri».

Mohammed Ghreis, 23 anni, passa le sue giornae facendo altro: in un piccolo appartamento si esercita con la break dance. Insieme a lui ci sono altri otto ragazzi. Tutti giovanissimi. «L’abbiamo imparato guardando i video su Internet», racconta Ghreis.

Come i rapper, come i praticanti del parkour, come i ballerini di break dance la maggior parte dei ragazzi di Gaza non ha un lavoro. E questi momenti di svago sono gli unici che li tengono lontani dalla realtà. Racconta Irgayig: «Mi metto a saltare perché così dimentico la situazione in cui mi trovo, mi fa sentire libero».

Leonard Berberi

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Israele, il Parlamento vieta la vendita degli alcolici dopo le 23

Mai più ragazzi ubriachi di notte. Almeno è questo il tentativo del Parlamento israeliano con il divieto di vendita degli alcolici (Ynet)

Niente più alcolici di notte. La guerra israeliana alle bevande approda alla Knesset, il parlamento, e incassa l’approvazione unanime di una legge che ne proibisce la vendita dopo le 23 e prima delle 6 del mattino. Così, proprio quando inizia la movida, negozi, chioschi e esercizi vicini alle pompe di benzina non potranno più commercializzare alcolici. Dalla lista sono esclusi i pub – per ovvie ragioni – e i duty free.

Niente più scene d’inciviltà, insomma. Niente più vie di Tel Aviv – soprattutto – e Haifa sporche e maleodoranti. E niente più lamentele di semplici cittadini che, ogni sera, inondavano il centralino della polizia locale di telefonate, di denunce e di accuse di mancanza di sorveglianza.

La legge doveva essere ancora più restrittiva. Nello stesso pacchetto normativo, infatti, era previsto il divieto di vendita delle bevande negli esercizi vicini alle pompe di benzina per tutta la giornata. Ma, come fa notare il quotidiano on line Ynet, «la lobby dei benzinai e dei commercianti s’è fatta viva e il divieto è stato affossato» dalla commissione congiunta composta da quella degl’Interni, dell’Ambiente e della Giustizia.

Leonard Berberi

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Israele allenta il controllo su Gaza: alcuni prodotti banditi entreranno sulla Striscia

Bottiglie di Coca-Cola al confine con la Striscia di Gaza (foto Afp)

Ferro e cemento no, non ancora. Però bibite, marmellate, succhi di frutta, cibi in scatola, sapone da barba e patatine fritte, ecco tutto questo sì. Da ora può entrare.

Miracolo dei morti (nove, sulla Mavi Marmara, la flottiglia filo palestinese) o delle pressioni internazionali? Israele dice di no: quello che è successo negli ultimi giorni non c’entra niente. Però, intanto, qualcosa è cambiato. E il blocco su Gaza – che in tanti considerano ingiusto e illegale – un po’ s’è allentato. Così se prima le patatine o le marmellate non potevano passare, ora – anzi: dalla prossima settimana – passeranno. Sempre dopo i dovuti controlli, ovvio.

Le fonti governative israeliane hanno però tenuto a precisare «che la lista di prodotti permessi è andata continuamente aumentando in quantità e varietà nell’arco degli scorsi sei mesi». Insomma le agevolazioni non sono legate alle pressioni internazionali su Israele perché cessi l’isolamento di Gaza. Pressioni che si sono accentuate dopo il mortale arrembaggio della marina militare a una nave di attivisti filopalestinesi che volevano rompere l’assedio della Striscia.

«L’ampliamento della lista dei prodotti consentiti dalle autorità israeliane non è un alleviamento dell’embargo», smorza gli entusiasmi Raad Fattouh, responsabile dei valichi di confine a Gaza. Ancora più caustico Ziyad al-Zaza, ministro dell’economia e del commercio del governo di Hamas: «A Gaza ci sono già stabilimenti per la produzione di bibite e patatine fritte che soddisfano la domanda locale».

Propaganda o verità, Hamas chiede «ferro e cemento per la ricostruzione delle case distrutte durante l’operazione Piombo Fuso, la guerra lanciata da Israele a fine dicembre 2008». Ma Israele non ne vuole sapere: «Hamas vuole usare questo materiale per costruire piuttosto bunker e fortificazioni militari».

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