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Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 2

Quello che preoccupa di più di Lieberman è il suo ruolo nel Paese e nel mondo. «Molti esperti sono preoccupati per la sua gestione degli Esteri», continua Eldar. «Il capo di “Israel Beitenu” non ha mai partecipato a un incontro con la controparte palestinese per risolvere la questione decennale tra i due popoli. Una cosa che hanno sempre fatto tutti i precedenti di Lieberman da un quarto di secolo a questa parte».

Certo, qualche missione Lieberman l’ha pure fatta. Negli ultimi mesi è stato spesso in America Latina. Ha incontrato i massimi rappresentanti di Brasile e Argentina. Da questi paesi, con una voce trionfante, ha sempre dichiarato che «L’America del Sud è con lo Stato ebraico d’Israele».

Solo che, sarà pure un caso, ma qualche settimana fa proprio Brasile e Argentina sono stati i primi paesi sudamericani a riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese con i confini – che Israele nega – del 1967. Dopo di loro, è stato il turno di Bolivia ed Ecuador. Mentre venerdì e sabato, a cavallo tra il 2010 e il 2011, il presidente palestinese Abu Mazen poserà la prima pietra della prima ambasciata dell’Anp in Brasile.

«Lieberman dovrà andare fino alle Isole Fiji per trovare qualcuno d’accordo, tra le altre cose, con il suo piano di organizzazione dei confini israelo-palestinese», ha scritto ancora il commentatore di Haaretz.

Un’altra questione scottante è quella della rappresentanza israeliana alle Nazioni Unite. Dall’estate scorsa lo Stato ebraico è senza un vero e proprio ambasciatore. Lieberman e Netanyahu non riescono a mettersi d’accordo sulla nomina. Il primo vorrebbe mandare uno dei suoi, così da preservare la linea della fermezza in ambito internazionale. Il secondo, invece, vorrebbe nominare un personaggio di spicco della diplomazia mondiale e, possibilmente, lungimirante. Da allora, a New York, c’è un diplomatico pro tempore che, scrive Haaretz, «non ha le competenze per svolgere alla perfezione quel lavoro».

E lui, Lieberman, come si giustifica? Il ministro non lo fa. Anzi, fa orecchie da mercante di fronte alle critiche che gli arrivano da destra e da sinistra (e anche dal suo stesso partito). Ma ci tiene a ricordare ai commentatori (e all’elettorato) che da quando c’è lui a occupare il posto di ministro degli Esteri, «il sistema delle relazioni con il mondo è cambiato». «Abbiamo nuovi e più affidabili alleati», ha sempre detto Lieberman, «paesi come la Russia e l’India, continenti come l’Africa e regioni come l’Europa dell’Est. Paesi che non ci volteranno le spalle, come hanno fatto alcuni nostri alleati storici». (seconda e ultima parte; la puntata precedente la trovate nel post del 29 dicembre 2010)

Leonard Berberi

Leggi la puntata precedente: Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 1

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Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 1

Bibi, abbiamo un problema. Non uno piccolo, ma grosso così, quanto un ministero. Il fatto è che l’uomo in questione se n’era rimasto zitto per alcuni giorni. E, in questo tempo, la diplomazia israeliana aveva potuto respirare. Poi è successo che la Mavi Marmara, la nave della flottiglia su Gaza, è tornata in Turchia e lui, Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri e leader del terzo partito più forte d’Israele (Israel Beitenu), ecco Lieberman ha ripreso a tuonare.

«Non chiederemo mai scusa alla Turchia per il blitz del 31 maggio», ha urlato ai cronisti. Annullando, in questo modo, mesi di diplomazia (segreta) sull’asse Gerusalemme-Ankara e mettendo in imbarazzo il premier Netanyahu. Così in imbarazzo che in meno di 24 ore Bibi ha smentito Lieberman (un suo ministro), ha detto che chi parla al di fuori di lui lo fa a titolo strettamente personale, ma poi ha ufficializzato la posizione del governo ebraico sulla questione: «Niente scuse alla Turchia». Proprio quello che aveva dichiarato il ministro degli Esteri.

Il fatto è che le cancellerie di mezzo mondo non ne possono più di Avigdor Lieberman, sbeffeggiato con l’appellativo «Yvette». E non ne possono più nemmeno i suoi funzionari sparsi nelle cancellerie del pianeta. Un po’ perché l’uomo – a detta degli esperti – sa poco o nulla di diplomazia. Un po’ perché – sempre a detta degli esperti – l’uomo/politico/ministro non ha capito che ora è al governo e che qualsiasi cosa faccia o dica coinvolge la linea dell’intero esecutivo israeliano.

Un ebreo ultraortodosso guarda il poster elettorale con la faccia di Avigdor Lieberman (foto Afp / Getty Images)

«Quando Lieberman tuona contro le presunte bugie dei turchi», ha scritto Akiva Eldar in un commento su Haaretz, «i turchi farebbero meglio a prepararsi i rifugi». Perché, scrive ancora Eldar, «Lieberman, nella sua politica estera, sta attuando la filosofia dell’“occhio per occhio”». Una filosofia che «ha portato con sé sin da quando faceva il buttafuori in un bar».

Il giornale ricorda il precedente giudiziario di Lieberman. Nel 2001, il ministro era accusato dalla Corte di Gerusalemme di aver picchiato e ferito due ragazzini di 14 e 15 anni che avevano pestato suo figlio. Lieberman, per evitare la galera, ha patteggiato la pena ed è stato condannato a pagare una multa di 1.500 euro, più 2.000 a titolo di risarcimento danni nei confronti dei due minori picchiati. Il giudice, poi, aveva anche invitato Lieberman a stare alla larga dai comportamenti violenti per almeno due anni. Altrimenti, per lui, si sarebbero aperte le porte del carcere.

Nella sentenza, i giudici hanno dato anche un consiglio all’imputato, ricorrendo alle massime della Bibbia ebraica: «Cercate di non essere precipitosi nel raggiungere lo stato di rabbia, perché questa risiede in seno agli stolti», c’è scritto. «Il nostro ministro degli Esteri», ha commentato Akiva Eldar, «evidentemente non ha tenuto conto di quel suggerimento». Tant’è vero che i colleghi europei cercano di stare alla larga dalla «grande bocca di Lieberman» e tentano mediazioni con altri interlocutori. (fine prima parte, domani la seconda e ultima puntata)

Leonard Berberi

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Gli ebrei libici chiedono 400 milioni di euro a Gheddafi e Berlusconi. L’Italia dice sì

I conti con il passato si fanno abbastanza presto. Per quel che hanno combinato Mussolini e Gheddafi in Libia il risarcimento ha già un prezzo stabilito: 400 milioni di dollari. E mentre il secondo è vivo e vegeto e quindi può rispondere a titolo personale (si fa per dire), il prima è morto e sepolto. Così tocca a chi oggi tiene le redini del Belpaese rispondere – economicamente, s’intende – alle richieste di risarcimento.

Dicono i bene informati che qualche settimana fa, alla sede americana delle Nazioni Unite, c’è stato un incontro segreto «franco, cordiale e costruttivo». Seduti a un tavolo c’erano un fidato collaboratore di Gheddafi, un paio di parlamentari italiani e alcuni avvocati. Italia e Libia sono chiamati a rispondere di quello che hanno fatto agli ebrei nello Stato nordafricano. Perché, è l’accusa, sia i primi che i secondi hanno maltrattato la popolazione ebraica. «L’Italia, durante il colonialismo, ha mandato nei campi di concentramento molti ebrei. La Libia, salito Gheddafi al potere, li ha cacciati quasi tutti dal Paese (oltre 120 mila)».

Muammar Gheddafi e Silvio Berlusconi (foto Afp)

A gestire la battaglia legale è stato chiamato Alan Gershon. Non è un legale qualsiasi Gershon. Fino a oggi è stato l’unico avvocato ad aver costretto Gheddafi a sborsare dei soldi per la strage di Lockerbie del 1988, dove l’esplosione dell’aereo Pan Am 103 ha provocato la morte di duecentosettanta persone.

Gershon è assistito dall’ex deputato israeliano David Mena e da un team di colleghi italiani che stanno lavorando sulla disputa per il risarcimento dei danni. Nel tavolo dei “negoziati”, data la complessità, ci sarebbero anche un ex ministro degli Esteri del nostro Paese (si fa il nome di Renato Ruggiero, ma la notizia non è confermata) e un parlamentare italiano di religione ebraica del governo Berlusconi.

Al momento la richiesta non è stata ufficializzata e nemmeno depositata presso qualche cancelleria. «Preferiremmo arrivare a un accordo con il governo libico e quello italiano senza dover ricorrere alle aule dei tribunali», ha chiarito Meir Kahlon, portavoce dell’Organizzazione internazionale degli ebrei discendenti dai libici. E rivela anche la posizione del nostro Paese: «L’ambasciatore italiano ha detto che Roma è disponibile a risarcire gli ebrei libici, ma la richiesta di accordo deve venire da Tripoli».

Da Roma, per ora, non confermano. Ma nemmeno smentiscono. Dalla Farnesina si limitano soltanto a dire che per quel che è successo in Libia deve risponderne Gheddafi.

In tutto questo, non risulta ancora chiara la divisione del risarcimento: Libia e Italia dovranno pagare 200 milioni di euro a testa? O uno dei due dovrà sborsarne di più dell’altro? Domande. Dubbi. Che a Roma, a sentire chi sta seguendo la vicenda, in questo momento provoca solo un grandissimo fastidio.

© Leonard Berberi

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Lo Yedioth Ahronoth: “Quei soldati sono i nostri migliori ambasciatori”

«I nostri migliori ambasciatori». Sima Kadmon, editorialista dello Yedioth Ahronoth, analizza così gli effetti dei novanta secondi di filmato pubblicati su YouTube dove sei soldati-ballerini. «Era da un po’ di tempo che non provavamo così tanta gioia – scrive Kadmon –. Il video della brigata Nahal, i sei soldati danzanti per le strade di Hebron ci hanno riportato a quei tempi».

«Il mondo ha improvvisamente visto da una diversa prospettiva i soldati dell’esercito israeliano. E non solo. Perché anche noi, cittadini dello Stato ebraico, abbiamo visto i nostri militari da un altro punto di vista». Kadmon parla di un «ritrovato senso di normalità», del ritorno a «una giusta prospettiva di vita».

Poi si chiede. E chiede. «Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo visto un nostro soldato in situazioni diverse dal combattimento vero e proprio? Eppure in quel video noi abbiamo visto gli stessi militari, le stesse divise, gli stessi elmetti e le stesse armi. Solo che stavolta ballano. Mostrandosi in tutta la loro giovinezza e voglia di vivere e divertirsi. Abbiamo visto che c’è vita oltre i vicoli di Hebron».

Poi il commento lancia una provocazione ai vertici dell’esercito che non solo hanno chiesto di rimuovere il video da YouTube, ma hanno anche minacciato di punire i responsabili. «Se fossi un funzionario del ministero degli Esteri – continua Kadmon – recluterei subito questi sei soldati nel mio dicastero. Sempre se non sono stati già presi dalla compagnia di ballo Bat Sheva».

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Israele, il premier Netanyahu chiede scusa al suo ministro in diretta tv

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri di Gerusalemme e capo del secondo partito più votato, Israel Beitenu (ultradestra)

A memoria d’uomo non s’è mai visto: un primo ministro che chiede pubblicamente scusa a un suo ministro. Eppure è successo a Gerusalemme. Da un lato il premier Benjamin Netanyahu. Dall’altro, il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman (capo del partito di destra Israel Beitenu). In mezzo: le scuse, appunto.

Facciamo un passo indietro. Bruxelles, mercoledì 30 giugno: il ministro israeliano dell’Industria, Benyamin Ben Eliezer incontra in forma segreta il capo della diplomazia turca, Ahmet Davutoglu. Lo scopo: attenuare le tensioni tra i due paesi dopo il blitz sulla “Freedom flotilla” del 31 maggio scorso.

Solo che Lieberman non ne sapeva nulla. Lui, il capo della diplomazia israeliana. Quando la notizia è diventata di dominio pubblico, Lieberman non solo si è detto offeso per l’iniziativa, ma ha anche minacciato l’uscita dal governo. Cosa che per Bibi Netanyahu avrebbe comportato la morte dell’esecutivo.

Dopo giorni di colloqui tra le colombe dei due politici, ieri Netanyahu ha chiuso l’incidente. Almeno in apparenza. Il premier ha riconosciuto di aver sbagliato nel non consultare Lieberman prima di autorizzare l’incontro di Bruxelles.

Ma i nodi restano. Perché il partito di Lieberman accusa Netanyahu di inconsistenza politica ogni volta che qualche governo straniero alza la voce contro Israele. Mentre uomini vicini al premier difendono l’utilità dell’incontro riservato con i turchi.

Leonard Berberi

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Gilad Shalit, tre volte prigioniero: di Hamas, degli Usa e dell’Unione Europea

Che c’entrano gli americani con il caso Gilad Shalit? A prima vista nulla. Ma a sentire le voci di alcuni diplomatici di stanza a Tel Aviv gli Usa c’entrano eccome. E, sempre a sentire i diplomatici, costituirebbero il primo ostacolo per il rilascio.

Perché – dicono le fonti – George Mitchell, l’inviato speciale per il Medio Oriente, gli occhi e le orecchie del presidente Obama, continua a opporsi allo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas. La posizione di Mitchell si poggerebbe sul fatto che tutti quei terroristi palestinesi liberi in cambio di un solo soldato costituiscono una situazione pericolosa per gli interessi americani.

George Mitchell, inviato speciale Usa per il Medio Oriente

Non solo. Le stesse fonti riferiscono che lo stesso Mitchell si oppone con tutta la forza alla pacificazione tra le due parti politiche palestinesi: Fatah e Hamas. Anche qui, il ragionamento è in chiave “preventiva”: una eventuale fusione porterebbe Hamas non solo a legittimarsi agli occhi del mondo, ma potrebbe anche divorare – stavolta dall’interno – l’ala moderata del Fatah, il movimento che guida la Cisgiordania (ma non la Striscia di Gaza).

E ancora: nei prossimi giorni dovrebbe uscire un report della Banca Mondiale sull’area. Nel dossier, corredato di numeri e analisi, verrà reso noto che Gaza se la passa meglio della Cisgiordania. Non solo da un punto di vista numerico – economia dei tunnel da un lato, sussidi europei dall’altro –, ma soprattutto dell’immagine: l’emergere di una classe di ricchi sulla Striscia (questo blog ne ha parlato proprio ieri, nda) potrebbe spingere molti palestinesi della West Bank ad avvicinarsi alle posizioni di Hamas.

E per concludere: il ricatto europeo su Gaza. Le stesse fonti diplomatiche fanno sapere che l’Unione Europea continua a pagare gli stipendi dei dipendenti dell’Autorità nazionale palestinese nella Striscia ma a patto che questi non vadano a lavorare per Hamas. Qualora dovessero farlo, il loro salario verrebbe automaticamente tagliato da Bruxelles.

Leonard Berberi

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Il presidente israeliano Peres visita la Corea del Sud. E incontra il robot Hubo

Il presidente israeliano Simon Peres, 87 anni, incontra il robot Hubo nei pressi di Seul, in Corea del Sud (foto Afp)

E alla fine – a salutare Simon Peres, il capo di uno Stato scomodo in questo momento – hanno deciso di mandarci lui, Hubo. Alto un metro e cinquanta. Carnagione chiara, poca esperienza politica, ma ottimo rimpiazzo per gli incontri politici delicati o imbarazzanti. Se non fosse per un piccolo particolare: Hubo è un robot.

È una forzatura, ovvio. Ad accompagnare Peres all’incontro con l’esserino elettronico c’erano tutte le alte cariche del Paese orientale. Ma non erano in pochi quelli che – se avessero potuto – avrebbero mandato volentieri i loro sostituti di plastica, metallo, gomma e microchip all’incontro ufficiale a Seul, in Corea del Sud, con la delegazione israeliana capitanata dal presidente Peres. E proprio nei giorni di massimo sdegno nei confronti dello Stato ebraico da buona parte della comunità internazionale.

E comunque. L’uomo Peres e il robot Hubo si sono incontrati al Kaist Science Park, nella capitale. Si sono dati la mano e lui, Hubo, gli ha pure dato un mazzo di fiori. Da parte sua Peres ha invitato il robot a fare un viaggio in Israele. Meglio, a fare la sua “aliyah”, il suo pellegrinaggio. «Dovresti venire dalle nostre parti, facciamo un grande hummus».

Non è dato sapere cos’abbia risposto Hubo-robot. Se abbia accettato o meno. Di certo, se dovesse adottare la geografia di Yahoo, quando andrà in Israele avrà un bel po’ di problemi ad individuare Gerusalemme città.

Leonard Berberi

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