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Postcards from Middle East / 67

Un bambino africano gioca con la bicicletta per le vie di Shapira, a sud di Tel Aviv. Il quartiere di Shapira è quella a più alta concentrazione di immigrati clandestini arrivati soprattutto attraversando il deserto del Sinai, in Egitto. Per ridurre il numero degli illegali nel Paese, il governo israeliano ha rimpatriato una parte dei profughi arrivati dal Sudan dando loro del denaro (foto di Abir Sultan / Epa)

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Postcards from Middle East / 66

Due letti. E' quello che resta dopo il blitz dell'esercito israeliano ha distrutto una casa abitata da beduini nel mezzo del deserto del Negev, nel villaggio di Al-Akarib. E' la settima volta che succede nell'arco di pochissimi mesi. Il governo israeliano sta tentando in tutti i modi di trasferire i beduini nella città di Rahat (Oliver Weiken)

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attualità

Israele, un grande campo nel deserto del Negev per i clandestini africani

Un grande campo in mezzo al deserto del Negev. Più che un campo, un centro profughi. Dove far confluire i circa diecimila immigrati africani che sono entrati illegalmente dal confine egiziano. Per ora è solo una bozza. Ma domenica pomeriggio potrebbe diventare realtà, se il governo dovesse approvarlo. Insieme all’inasprimento delle pene per i datori di lavoro che reclutano manovali clandestini.

Il campo, secondo i quotidiani israeliano, sarà gestito dall’Autorità per le prigioni. I clandestini riceveranno vitto, alloggio e assistenza sanitaria, ma non potranno lavorare. L’ufficio del premier Benyamin Netanyahu ha detto che «La struttura ospiterà persone che sono entrate nel Paese illegalmente e che non possono essere espulse, come cittadini del Sudan e dell’Eritrea», hanno precisato dall’ufficio del premier Netanyahu. Ricordando anche che «impianti simili esistono anche in altri Stati occidentali come Olanda, Australia e Italia». Pazienza se in Italia, i vari Cie (centri di identificazione ed espulsione) e Cara (centri di assistenza per i rifugiati) sono in subbuglio per le condizioni poco umane.

Israele è preoccupata dal crescente numero di clandestini africani che ogni anno passa il confine. La barriera che stanno costruendo al confine con l’Egitto pare non stia funzionando più di tanto. Per questo i vertici politici e religiosi temono che possa essere messo a rischio il carattere ebraico del Paese. L’Autorità per la popolazione e l’immigrazione ha comunicato che in Israele ci sono 34.556 clandestini.

Leonard Berberi

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attualità, reportage

Il viaggio degli africani verso il Paradiso (israeliano)

C’è chi l’ha chiamata “la terza via verso l’Eden”. Dopo quella degli africani verso Spagna e Italia. E dopo quella dei latinoamericani verso gli Stati Uniti. La “terza via” – più silenziosa, ma anche più drammatica delle altre due – è quella che percorrono gli africani (etiopi, somali, eritrei) ogni giorno. Parte dal Corno d’Africa, passa attraverso il deserto egiziano e finisce in un altro deserto: quello israeliano.

Ed è qui che, sempre se la Morte non li ha assaliti prima, la maggior parte dei clandestini trova la fine della propria esistenza. Vuoi per colpa del caldo, vuoi per colpa dei rispettivi eserciti di frontiera (egiziano e israeliano), fuori perché le forze sono così poche che non consentono più di liberarsi nemmeno del filo spinato. E per chi ce la fa, per chi arriva in un centro abitato, inizia un nuovo tormento.

Quello che vedrete qui sotto è un reportage fotografico a cura di Jonathan Weitzman. Il fotografo ha passato settimane lungo la frontiera israelo-egiziana e ha scattato centinaia di foto. Poi, ha seguito quelli che ce l’hanno fatta. E la loro vita non è poi cambiata di molto. Un reportage che Falafel Cafè pubblica perché certe realtà – come questa – hanno il diritto di essere conosciute. E perché – con almeno un morto al giorno – questa sta diventanda una mattanza. Silenziosa.

Leonard Berberi

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attualità

Villaggio palestinese rivede dopo anni l’acqua potabile. Grazie agli attivisti 2.0

Il villaggio israeliano di al-Tawana (foto Ynet)

L’ultima volta che avevano visto l’acqua sgorgare dai propri rubinetti non se la ricordano nemmeno. Però la richiesta ufficiale per ripristinare il collegamento idrico l’avevano fatto. Poi rifatto. Quindi ripetuto. Per anni. Ma non c’era nulla da fare.

Poi sono arrivati gli attivisti 2.0. Hanno iniziato a usare Internet. A creare gruppi di pressione e sensibilizzazione via blog, su Facebook, a cinguettare a tutto il mondo su Twitter, a organizzare percorsi “turistici” per le vie del villaggio a secco, a inventare un gioco virtuale. E a diffondere il caso via Wikipedia. Poi, certo, hanno usato anche il telefonino, gli sms e le mail.

È così che, dopo undici settimane di campagna, mille attivisti (quasi tutti israeliani) impegnati in media 55 volte al giorno, tutti i giorni, per 1.850 ore di fila, ecco dopo tutto questo il villaggio palestinese di al-Tawana – dalle parti dei Monti Hebron – ha rivisto l’acqua sgorgare dai rubinetti delle proprie case e dei propri edifici.

Anni di battaglie burocratiche sconfitte da una campagna sul web. «Abbiamo riflettuto molto sul come sensibilizzare le persone sul tema», ha spiegato Ehud Uziel, dell’Associazione per i diritti civili in Israele. «Poi abbiamo adattato l’esigenza del villaggio al modo di informarsi degl’israeliani».

Nella campagna di sensibilizzazione, gli attivisti hanno “bombardato” di mail il ministro della Comunicazione, Moshe Kahlon, e molti parlamentari della Knesset. Dopo undici settimane, due attivisti sono stati contattati dal generale Yoav Mordechai, a capo dell’Amministrazione civile. Che li ha ringraziati per le tante lettere di protesta e ha assicurato loro che il villaggio sarà collegato all’acqua potabile in pochissimi giorni.

«A voler essere onesti non speravamo proprio di arrivare a un risultato così buono», ammette ora Uziel.

Leonard Berberi

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Postcards from Middle East / 63

Alcune donne beduine danno una mano nella ricostruzione di quella che sarà la nuova casa nel villaggio di Al-Akarib, nel deserto del Negev. Pochi giorni fa, bulldozer israeliani hanno distrutto le abitazioni esistenti. E' la quarta volta che succede. L'intenzione è quella di far spostare i beduini nella vicina città (abitata da beduini) di Rahat. Ma gli abitanti di questo villaggio hanno sempre detto che da lì non intendono spostarsi e che ricostruiranno ogni volta che le loro abitazioni saranno distrutte (foto Jim Hollander / Epa)

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