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Dopo il blitz, resta alta la tensione tra Israele e Turchia

Manifestazioni turche di fronte all'ambasciata israeliana di Ankara (foto AP)

MILANO / TEL AVIV – Altro che gesto distensivo di Gerusalemme. Se non fosse stato per la ferma decisione della Turchia, loro, gli attivisti, sarebbero ancora dentro.

Due giorni dopo il blitz, a tenere banco è ancora la Turchia. Sia lo Yedioth Ahronoth che Ma’ariv scrivono oggi che la decisione israeliana di rilasciare i pacifisti arrestati il 31 maggio è stata presa dopo che Ankara ha inviato tre aerei militari e avvertito – a muso duro – che quei velivoli si porteranno a casa a tutti i costi i cittadini turchi coinvolti nel blitz. Anche quelli feriti.

A dimostrare quanto sia tesa la situazione tra i due paesi si aggiunge la richiesta alle famiglie dei diplomatici dello Stato ebraico che si trovano in Turchia di tornare in patria per motivi di sicurezza.

Ankara, poi, avrebbe fatto sapere – ma la voce è da confermare – che in futuro le navi battenti bandiera turca che intendono arrivare nei pressi della Striscia di Gaza saranno scortate con i mezzi della marina militare.

Intanto il Nicaragua ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele, dopo l’attacco alla Mavi Marmara costato la vita ad almeno nove persone.

I quotidiani israeliani annotano che il vice-ministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, avrebbe riunito centinaia di capi delle comunità ebraiche sparse per il mondo con lo scopo di studiare misure collegiali di risposta e di difesa in caso di attacco nelle vari sedi delle comunità. Ma, scrivono i cronisti, pare che la comunità ebraica statunitense si sarebbe mostrata insofferente di fronte all’attuale andazzo politico israeliano.

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Lo scambio

Il deserto del Negev

Eppure si muove. Almeno sul fronte diplomatico. Perché l’ultima proposta per risolvere la questione israelo-palestinese viene dal vice primo ministro di Gerusalemme Danny Ayalon. Di cosa si tratta? Di uno scambio. Fra gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e città e villaggi arabi che si trovano sul suolo israeliano.

«Gli arabo israeliani non perderanno nulla unendosi allo stato palestinese”, ha dichiarato Ayalon al quotidiano arabo-londinese al-Sharq al-Awsat. “Perché invece di offrire ai palestinesi terre disabitate nel Negev, gli offriamo una terra piena di abitanti, che non dovranno lasciare le loro case”.

Il vice premier, esponente del partito di destra Yisrael Beiteinu del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, ha spiegato di riferirsi al gruppo di città e villaggi arabi nell’area indicata in Israele come la regione del Triangolo, in quanto contigua al confine con la Cisgiordania. Ad esclusione di Nazareth.

E il mondo arabo? Tace. O s’arrabbia. Come il deputato arabo israeliano Ahmed Tibi. “Non siamo pezzi di una scacchiera da spostare a piacimento”, ha replicato durissimo.

Leonard Berberi

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