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Siria, quella linea rossa che si sposta sempre più in là

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Fuoco, fiamme e distruzione ad Aleppo (foto Afp)

La sottile linea rossa, l’avevano chiamata. «Se abbiamo la minima certezza che Assad usa le armi chimiche contro i civili quello per noi sarà il segnale che bisogna intervenire», avevano detto in coro. Il premier israeliano Netanyahu, più pensando all’Iran che alla Siria. In seguito il presidente Usa, Barack Obama. Quindi un bel po’ di primi ministri europei.

Poi qualcosa è successo. E ora che ben quattro Paesi – Francia, Israele, Regno Unito e Stati Uniti – confermano l’uso di armi di distruzione di massa contro la popolazione siriana da parte dell’esercito del presidente Assad la «sottile» linea rossa diventa grossa, robusta, invalicabile (sotto un video che denuncia l’uso di gas nocivi). E nonostante le «prove satellitari e sulle vittime ci dicano che sono stati usati cloro e sarin contro gli innocenti», arrivano i distinguo. Le cautele. In alcuni casi giustificate. Chi può smentire, per esempio, che non siano i ribelli a usare armi chimiche per trascinare l’Occidente contro Assad? E chi può dire con certezza che le prove siano vere e non “taroccate” com’è successo qualche anno fa durante l’amministrazione Bush sui depositi pericolosi di Saddam Hussein in Iraq?

L’unica cosa certa, per ora, è che Israele è nervosa. A Gerusalemme sono convinti che parte delle munizioni chimiche di Damasco sia finita nelle mani dei miliziani di Hezbollah. Un timore noto da mesi. Ma ora, a sentire Binyamin Ben-Eliezer, ex ministro della Difesa, una realtà. Il politico ha anche chiesto l’intervento immediato della comunità internazionale per fermare il massacro di civili. Ma in questo caso, come nell’altro, manca la “pistola fumante”, la “prova regina”, la certezza assoluta che tutto questo stia succedendo. E lo Stato ebraico non ha nessuna intenzione di impiegare uomini e mezzi, di “scoprire” altri fronti per impegnarsi in Siria.

Una cautela estrema, consigliata soprattutto da Washington anche per non finire in un conflitto e fomentarne altri. Contro Hezbollah, appunto. Ma anche contro Hamas. Teheran. E la Russia. Mosca resta ancora al fianco di Assad. Anche se proprio ieri, un aereo di una compagnia moscovita (un Airbus A320) con 159 passeggeri a bordo ha segnalato di aver visto due missili terra-aria lanciati contro il velivolo. Velivolo che, in quel momento, stava passando sui cieli siriani. Nessuna vittima, per fortuna. Ma dalla capitale russa sono convinti che si sia trattato di un tentativo dei ribelli di trascinare dentro il pantano siriano anche loro, i russi.

© Leonard Berberi

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Siria, i militari israeliani confermano: ad Aleppo sono state usate armi chimiche

Una delle vittime dell'attacco di martedì 19 marzo nel villaggio di Khan al-Assal curata nell'ospedale di Aleppo. L'immagine è stata rilasciata dall'agenzia siriana di Stato "Sana"

Una delle vittime dell’attacco di martedì 19 marzo nel villaggio di Khan al-Assal curata nell’ospedale di Aleppo. L’immagine è stata rilasciata dall’agenzia siriana di Stato “Sana”

Le armi chimiche in Siria? «Sì, le hanno usate. Non sappiamo chi, però, se Assad o i ribelli». La «linea rossa» tracciata pochi mesi fa dal presidente americano Barack Obama – l’uso delle munizioni con agenti chimici – per gl’israeliani è stata superata martedì 19 marzo. Giorno in cui, confermano fonti militari, un attentato nell’area di Khan al-Assal, nei pressi di Aleppo, ha ucciso 25 persone e ferito un centinaio.

La notizia, data nell’edizione serale del tg della tv israeliana Canale 10, arriva il giorno prima dell’atterraggio del numero uno della Casa Bianca nello Stato ebraico. E rischia di cambiare l’agenda dei lavori di Obama, del premier Netanyahu e del re giordano Abdullah. Per la prima volta, almeno secondo gl’israeliani, nel conflitto biennale tra ribelli e lealisti di Assad scendono in campo le armi chimiche.

Armi che, però, secondo l’amministrazione Usa non è confermato siano di distruzione di massa. E per questo, a Washington per ora vogliono vederci più chiaro. Damasco – attraverso la tv di Stato (sotto il servizio video) – accusa i ribelli. Mosca si allinea alla denuncia del presidente siriano. Mentre i ribelli non solo smentiscono di avere armi chimiche, ma denunciano l’uso da parte dell’esercito di Assad. «Ci hanno tirato addosso gli Scud», dice Qassim Saadeddine, portavoce dell’Alto consiglio militare di Aleppo. E spiega che «la maggior parte delle vittime civili è morta per soffocamento o avvelenamento dovuti all’uso di gas velenosi».

Le voci si rincorrono. Le parti in causa si accusano a vicenda. Le uniche certezze sono le vittime e il racconto di un fotografo dell’agenzia Reuters che dice di aver visto decine di persone con difficoltà respiratorie arrivare nei due ospedali di Aleppo subito dopo l’attacco.

Da Israele più di un analista militare ritiene che le accuse di Damasco servano soltanto «ad autorizzare Assad a usare apertamente le armi chimiche contro le forze ribelli». «Sono giorni che l’esercito lealista si sta preparando per sferrare l’attacco finale a Homs». Città che, negli ultimi giorni, fa da sfondo agli scontri feroci tra le due parti e dove il presidente non vuole e non può perdere: «Da questa zona passano tutte le autostrade che collegano la capitale alle città di Latakia, Aleppo e Idlib». Ed è proprio verso queste aree che Assad avrebbe deciso di trasferire da Damasco e dal sud truppe, carri armati, aerei, elicotteri.

«In questo momento attorno a Homs sono già presenti le divisioni 18 e 19 della Guardia repubblicana», sostengono gli esperti. Truppe d’élite, tra le più fedeli al presidente, «che sanno usare le armi chimiche» e che saranno affiancate da altre. «La Quarta e la Quinta divisione hanno lasciato la capitale e sono sulla strada».

© Leonard Berberi

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Gli addetti Onu rapiti, la minaccia di Al Qaeda, l’esercito di Assad in fuga. L’allerta di Israele per il Golan

Un miliziano del Free Syrian Army di fronte a 17 soldati lealisti di Assad (fermo immagine da YouTube / Falafel Cafè)

Un miliziano del Free Syrian Army di fronte a 17 soldati lealisti di Assad fermati nel Golan (fermo immagine da YouTube / Falafel Cafè)

«Ma cosa s’aspettavano di diverso? Sono giorni che diciamo di fare attenzione al fronte siriano del Golan perché l’esercito lealista ha abbandonato tutte le postazioni lasciandole in mano ai ribelli». C’è tanta amarezza nei vertici dell’esercito israeliano. E anche un po’ di rabbia. «Solo ora che hanno rapito venti dipendenti Onu (tutti di nazionalità filippina) si accorgono che qui c’è un problema», sostiene un portavoce dell’Idf che chiede l’anonimato. «Un problema – continua – che oggi riguarda noi, domani tutto l’Occidente: subito dopo il reticolato abbiamo notato diversi affiliati di Al Qaeda».

Dopo anni di sostanziale tranquillità Israele ritrova un nuovo fronte caldo. Caldissimo. Che, per ora, è sorvegliata con droni e postazioni militari. Senza escludere, un giorno, interventi più mirati. Come gli attacchi circoscritti con caccia o aggeggi radiocomandati. O, addirittura, incursioni via terra della durata di poche ore. Tutti scenari soltanto immaginati fino a pochi mesi fa. Ma diventati veri e propri piani d’intervento dallo scorso dicembre. Da quando qualcosa, sul fronte siriano del Golan, ha iniziato a muoversi.

Dalla fine di gennaio l’esercito lealista di Bashar Assad ha iniziato ad abbandonare le postazioni sull’altura contesa tra Damasco e Gerusalemme. Cosa mai successa da quando le Nazioni Unite, per evitare nuovi scontri tra i due Paesi, crearono una zona-cuscinetto e piazzarono i loro caschi blu. I ribelli hanno preso possesso della maggior parte dell’area. Villaggi come Jubata al-Khashab, Bir Ajam, Khan Arnabeh e Hader sono stati conquistati in pochi giorni. Tanto da spingere Assad a bombardare quelle zone nella speranza, per ora vana, di riprendersi l’area abbandonata definitivamente dai lealisti tra il 18 e il 24 febbraio scorso. L’unica unità di Assad, da allora, si trova alle porte d’ingresso del Paese nella frontiera di Quneitra. I miliziani, per ora, non vogliono gestire quella zona per evitare eventuali frizioni con l’esercito israeliano.

L’allarme ufficiale viene lanciato da Gerusalemme il 24 febbraio. Anche perché, nel frattempo, Carl Campeau – funzionario canadese delle Nazioni Unite – sparisce nel nulla dalla base United Nations Disengagement Observer Force. E perché i soldati israeliani, impegnati nel servizio di pattugliamento, iniziano a raccontare di aver visto uomini armati che sembravano interessati più a spiare le mosse dell’altra parte della frontiera che gli uomini di Assad. Voci confermate anche da alcuni video pubblicati su YouTube (video sopra). E che fanno temere a molti si tratti di affiliati ad Al Qaeda.

«Il periodo di tranquillità lungo il confine con la Siria sta finendo pian piano», hanno spiegato in un servizio tv gli analisti di Canale 10. «Israele potrebbe essere chiamata presto a usare le armi per fermare le minacce degli estremisti islamici che si sono fatti largo in un Paese devastato dalla guerra civile».

© Leonard Berberi

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