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Cinque anni di riprese e decine di autorizzazioni: ecco il documentario su Gerusalemme

Tramonto su Gerusalemme in un fermo immagine della pellicola ad altissima definizione sulla città (foto Falafel Cafè / Jerusalem US LP)

Tramonto su Gerusalemme in un fermo immagine della pellicola ad altissima definizione sulla città (foto Falafel Cafè / Jerusalem US LP)

Più che sulla sceneggiatura, dicono gli autori, hanno dovuto faticare sui permessi. Imparando a destreggiarsi tra ostacoli burocratici, rivalità culturali e religiose, leader religiosi e vertici militari, esponenti politici e non. Per dire: fare le riprese aeree sulla Città vecchia – no-fly zone per eccellenza – ha richiesto il via libera delle forze armate israeliane. Un tipo di nulla osta che non veniva dato da almeno vent’anni.

Ma alla fine, dopo più di cinque anni di lavoro, eccolo, il risultato: 45 minuti di documentario, interamente girato con cineprese pensate per gli schermi Imax (quelli con la definizione più alta del mondo) e in uno dei posti più esclusivi, misteriosi e tormentati: Gerusalemme.

E proprio «Gerusalemme» è il titolo dell’opera distribuita dal National Geographic Entertainment (in fondo il trailer video) e narrata dall’attore inglese Benedict Cumberbatch. Le carrellate e le riprese mozzafiato ci accompagnano nella Città vecchia, al Muro del pianto, nella Via Dolorosa e nella Moschea di Al-Aqsa. I luoghi simbolo per ebrei, cristiani e musulmani. Sopra e nei sotterranei. Nei giorni normali e in quelli di festa. Tanto che, per esempio, per accedere in molti edifici è stato necessario convincere i leader religiosi.

E prima di accendere le cineprese, i produttori hanno comprato spazi sui giornali e in tv per spiegare ai gerosolimitani – in inglese, ebraico e arabo – che di lì a poco avrebbero visto strane attrezzature svolazzare ad altezza uomo. «Non c’è stata nemmeno una cosa davvero facile da fare», ha spiegato alla Jewish Telegraphic Agency Taran Davies, uno dei produttori del documentario. «Anche le normali riprese, quelle fatte semplicemente su un treppiede, sono state difficili da realizzare».

Un momento delle riprese del documentario "Gerusalemme" sul Muro del Pianto il giorno della Pasqua ebraica. Per realizzare questa scena è stato necessario chiedere chiedere sei permessi diversi tra loro (foto di Nicolas Ruel)

Un momento delle riprese del documentario “Gerusalemme” sul Muro del Pianto il giorno della Pasqua ebraica. Per realizzare questa scena è stato necessario chiedere chiedere sei permessi diversi tra loro (foto di Nicolas Ruel)

Tra le cose più ostiche, ricordano gli autori, le scene dall’alto sul Muro del pianto. Per installare la «giraffa» sopra alle teste di migliaia di pellegrini è stato necessario, tra le altre cose, avere l’autorizzazione delle sei autorità – politiche, militari e religiose – che hanno voce in capitolo sull’area.

E nemmeno sul fronte islamico le cose sono state poi così semplici. «Le maggiori difficoltà le abbiamo avute per fare le riprese all’interno della Spianata delle Moschee», fisicamente subito dopo il Muro del Pianto. «Abbiamo dovuto chiedere il permesso all’autorità musulmana che gestisce l’area, il ministero degli Affari religiosi in Giordania e le forze di sicurezza israeliane».

Perché un film su Gerusalemme? «Non per ragioni politiche o religiose – ha chiarito Daniel Ferguson, un altro dei produttori –, ma per ragioni culturali: vogliamo promuovere la comprensione e mettere in discussione le convinzioni di ebrei, musulmani e cristiani. Vogliamo offrire un altro punto di vista». E non è un caso, forse, che alle tre grandi religioni monoteiste, nel documentario, è stato dedicato lo stesso, identico tempo.

© Leonard Berberi

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Nazareth, finisce in cella il sindaco che ha “rubato il Natale” ai cristiani

Forse pensava che, nel peggiore dei casi, sarebbe andata a finire come nel film “Il Grinch”. Quello dove, dopo aver rubato il Natale a grandi e piccini, il mostriciattolo verde si convertiva allo spirito festivo. E invece la realtà è stata un’altra. Ben peggiore. Si potrebbe persino sospettare che qui c’è lo zampino di Dio. Perché, pochi giorni dopo aver vietato la pubblica esposizione degli alberi di Natale nella sua città, Shimon Gapso, il primo cittadino di Nazareth Illit (la parte alta della città a maggioranza ebraica), è stato arrestato dalla polizia, assieme al suo capo di gabinetto e a un assistente.

«L’uomo che ha rubato il Natale», come l’hanno chiamato molti cronisti, è sospettato di aver ricevuto «bustarelle» per decine di migliaia di euro da un uomo d’affari in cambio della concessione di licenze municipali.

Il sindaco Shimon Gapso dopo aver reso le sue dichiarazioni al giudice che si occupa delle indagini per corruzione (foto Ma'ariv)

Il municipio di Nazaret, in un comunicato, ha affermato che «il sindaco è convinto della sua innocenza ed è certo che la verità verrà alla luce». «Questo è un complotto nei miei confronti», ha detto il primo cittadino attraverso i suoi legali. «Mi hanno incastrato persone che non volevano che io rompessi il regime di monopolio nella gestione del mercato cittadino». Ma alcuni esponenti dell’opposizione che siedono al consiglio comunale hanno rivelato di aver trasmesso alla polizia materiale compromettente ai danni di Gapso.

Nei giorni scorsi Gapso aveva respinto respingere la richiesta della locale minoranza arabo-cristiana di esporre almeno un alberello di Natale in una piazza cittadina. In un’intervista alla radio militare il primo cittadino aveva sostenuto di essere stato eletto per garantire «il carattere ebraico di Nazareth Illit» e aveva detto di trovare fuori luogo qualsiasi ostentazione di simboli cristiani.

«Se a qualcuno non sta bene alle prossime elezioni che voti un sindaco diverso», aveva poi troncato qualsiasi accenno di critica. Ma dietro, almeno secondo il quotidiano Ma’ariv, Gapso aveva cercato di venire incontro alla popolazione cristiana locale autorizzando l’esposizione di ghirlande in un rione in prevalenza arabo della città, visitando asili-nido cristiani e distribuendo ai bambini pupazzi raffiguranti Babbo Natale. Ma forse è stato un pentimento troppo tardivo.

Leonard Berberi

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