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La crisi economica spaventa Hamas. In arrivo nuove tasse e tagli ai salari

(foto Ap)

Non sono solo i governi europei ad essere in crisi. Economica e di consenso. Ne sa qualcosa anche Hamas, l’organizzazione terroristica che da anni controlla la Striscia di Gaza. Negli ultimi due mesi non è riuscita a pagare gli stipendi di migliaia di palestinesi che lavorano per l’autorità politica non riconosciuta fuori dai confini.

Ogni mese – dicono i bene informati – Hamas ha bisogno di circa dieci milioni di dollari per coprire il pagamento degli stipendi. Ma negli ultimi tempi i soldi sono sempre meno, dall’estero gli aiuti latitano (l’80% del budget annuale di Gaza arriva da fuori) e la popolazione civile preme, stretta dalla politica d’isolamento attuata da Israele prima ed Egitto poi. Una situazione che potrebbe esautorare l’autorità di Hamas.

L’unica soluzione sembra quella di aumentare il gettito fiscale introducendo nuove – e impopolari – tasse. Dieci nuove imposte sulle sigarette. E qualche cosa da pagare in più nelle operazioni immobiliari: dalla compravendita di una casa alla costruzione di un palazzo.

Non solo. Sul modello Grecia, ci sarà un taglio pesante dei salari dei funzionari pubblici: dagli 800 euro circa al mese del 2009 – anticipa il tesoriere di Hamas, Ismail Mahfouz – ai poco più di 300.

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attualità, politica

Diplomaticless

L'incontro delle polemiche

In tarda serata sono arrivate le scuse. Scritte. Proprio come aveva chiesto la parte offesa. Ma anche oggi, la coppia Israele-Turchia ha scritto un’altra – formidabile – pagina di come non si fa diplomazia. E di come ci si può fare male – tanto – senza un perché.

La saga dei due paesi continua. Ogni giorno un colpo di scena. Ogni sera il fiato sospeso. E nelle redazioni ormai la domanda è fissa: “che succederà domani tra Ankara e Gerusalemme?”

L’ultima puntata, in ordine di tempo, è andata in onda lunedì. In diretta tv. Quando il vice-ministro degli Esteri israeliano Dany Ayalon (del partita di ultradestra di Lieberman, Israel Beitenu) ha convocato l’ambasciatore turco Oguz Celikkol. Motivo? La consegna di una nota di protesta ufficiale per le pesanti critiche mosse dal premier turco Tayyip Erdogan a Israele a proposito dei sorvoli di aerei sul Libano e dei bombardamenti di Gaza.

Peccato che mentre le emittenti trasmettevano l’incontro, Ayalon ha attirato Celikkol in una vera e propria trappola. Mediatica. E politica. Niente stretta di mano, nessuna bandiera turca. E, non bastasse, il divanetto dell’ambasciatore era pure messo più in basso di quello del ministro. “Una scelta deliberata”, si è vantato Ayalon di fronte ai giornalisti israeliani. “Un primitivo”, gli ha replicato l’emissario di Ankara.

Il video dell’incontro secondo la tv turca

La polemica è servita. La crisi diplomatica, pure. La Turchia esige le scuse pubbliche e scritte o ritirerà l’ambasciatore. Israele prende tempo. Poi cede. In serata, il ministro degli Esteri turco – comunica l’emittente Ntv – avrebbe ricevuto le scuse scritte da Ayalon. Ma sono in tanti a scommettere che non passerà molto tempo prima che Gerusalemme si vendichi su Ankara.

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