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Cisgiordania, torna la tensione dopo il massacro. Il governo israeliano dà l’ok a 400 nuove costruzioni

Fatti i calcoli, sarebbero ottanta case per ogni colono ucciso. E una pernacchia al processo di Pace che ormai è relegato al glorioso – ma infruttifero – settembre 2010. Il giorno dopo il massacro nell’insediamento di Itamar (cinque vittime civili trucidate), il governo israeliano ha dato l’ok domenica 13 marzo alla costruzione di 400 nuove unità abitative in quattro insediamenti in Cisgiordania: Gush Etzion, Maale Adumim, Ariel e Kyriat Sefer.

La decisione era stata adottata da una commissione ministeriale sabato notte. L’ordine di scuderia – fanno sapere fonti interne al cabinetto Netanyahu – sarebbe uno: rispondere in ogni modo all’attacco palestinese e sfruttare l’orrore che il gesto ha provocato nel mondo.

Le prime critiche arrivano dall’Autorità nazionale palestinese che, dopo l’ok alle nuove costruzioni, ha attaccato Netanyahu sostenendo che il premier israeliano sta sfruttando il massacro di Itamar per incitare ulteriormente all’odio in Cisgiordania.

Come si presentava la casa subito dopo il massacro

Le foto dell’orrore. E mentre sul fronte politico, per la Comunità internazionale si ritrova ad affrontare un nuovo grattacapo, su quello mediatico è scontro tra religiosi e coloni. Perché questi ultimi hanno deciso di pubblicare le foto del massacro. Chi le ha viste parla di una serie di agghiaccianti immagini diffuse dal portavoce del movimento dei coloni, Roni Arazi.

Nel testo che accompagna le fotografie Arazi afferma di essere stato autorizzato dalla famiglia e chiede la loro diffusione a testimonianza «della uccisione nel sonno di bambini e di bebè per il semplice fatto di essere ebrei». Ma Zaka, l’associazione rabbinica per l’assistenza alle vittime di incidenti e attentati, ha criticato l’iniziativa. La pubblicazione, ha detto Yehuda Meshi-Zahav, il direttore dell’associazione, «non può essere affatto giustificata dal desiderio di mostrare al mondo la crudeltà degli assassini».

«In questa occasione – ha sottolineato Meshi-Zahav – sono stati violati la privacy delle vittime e il rispetto che dobbiamo verso i morti». Ai suoi volontari, che sono spesso in prima fila nei luoghi dove avvengono attentati, è stato imposto di non fotografare e di non diffondere al pubblico per alcuna ragione le immagini dei corpi delle vittime. «Le nostre convinzioni religiose ce lo vietano in modo tassativo».

I funerali. Intanto a Gerusalemme, al cimitero Har ha-Menuchot, si sono svolti i funerali delle cinque vittime della famiglia Fogel. Secondo le ultime stime, alle esequie avrebbero preso parte circa 20mila persone. S’è vista una lunga fila di personalità religiose. Rivolto alle fasce estreme nel movimento dei coloni, che minacciano ritorsioni, il rabbino capo (ashkenazita) Yona Metzger ha citato un versetto biblico: «Il Signore vendicherà il loro sangue».

Ma poi il rabbino ha gettato nuova benzina sul processo di Pace – infuocato – del Medio Oriente. «Le autorità farebbero bene a trasformare il piccolo insediamento di Itamar (100 famiglie in tutto) in una grande città d’Israele». Anche Reuven Rivlin, presidente del parlamento in quota Likud, ha detto che «bisogna estendere la presenza ebraica nei Territori».

Le indagini. In contemporanea proseguono le ricerche sul massacro. Secondo le valutazioni aggiornate delle autorità israeliane, due palestinesi (e non uno, come sostenuto all’inizio) sarebbero entrati nella notte di venerdì nell’abitazione della famiglia Fogel. Là avrebbero pugnalato alla gola il padre Udi , la madre Ruth e i figli Yoav (11 anni), Elad (4 anni) e Hadas, di appena 3 mesi.

Una delle fotografie mostra il padre di famiglia nel suo letto in una pozza di sangue: accanto alla sua spalla giace la piccola Hadas. Il cadavere di Elad è steso per terra, su un tappeto, e ha diverse ferite al petto. Il fratello Yoav è stato trovato di traverso sul suo letto, con il pigiama pieno di sangue.

Una vicenda, questa, che avrebbe potuto prendere un’altra piega. E fare altre vittime. Perché gli assassini avrebbero prima fatto irruzione in un’altra casa, quella di David Chai, a pochi passi da quella dei Fogel. Solo che in casa Chai non c’era nessuno in quel momento. E anche le due coppie che sarebbero dovuti essere in quel momento, avevano deciso di cancellare all’ultimo il loro fine settimana a Itamar.

© Leonard Berberi

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Negoziati, l’amministrazione Usa rinuncia a chiedere una moratoria sugli insediamenti

L’illusione è durata pochi giorni. Qualche settimana, al massimo. Perché alla fine, dopo i sorrisi e le strette di mano, dopo le buone intenzioni e la voglia di fare qualcosa, di concreto è rimasto davvero poco. Se non nulla. Nemmeno l’incendio sul monte Carmelo e l’offerta di aiuto turca e palestinese è servita a qualcosa.

La notizia buona è che i negoziatori israeliani e palestinesi andranno a Washington la prossima settimana per consultarsi con lo staff del presidente americano Obama sui negoziati di pace fermi da settembre. La notizia cattiva, cattivissima, è che gli Usa hanno rinunciato a chiedere allo Stato ebraico il congelamento degl’insediamenti in Cisgiordania. Premessa fondamentale – per i palestinesi – per far ripartire i colloqui.

«Siamo giunti alla conclusione che questo non è il momento per far ripartire i colloqui diretti rinnovando la richiesta di moratoria degl’insediamenti», ha sintetizzato un esponente vicino all’amministrazione americana all’agenzia Reuters. Il diplomatico ha poi aggiunto che «Washington a questo punto vorrebbe cercare di lavorare per un accordo basato sulle questioni riguardanti la sicurezza e i confini».

A chi, qualche giorno fa, gli chiedeva come mai gli Usa non si fossero fatti più vivi sulla questione della moratoria sulle costruzioni nella West Bank, il ministro della Difesa Ehud Barak rispose che l’amministrazione Obama era impegnata a risolvere la questione Wikileaks e a evitare un conflitto tra le due Coree. Ma la sensazione di tutti, giornalisti e addetti ai lavori, era che i colloqui s’erano arenati. Ancora una volta.

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Gerusalemme Est, Israele dà l’ok alla costruzione di altre mille abitazioni

Il complesso residenziale di Har Homa, a Gerusalemme Est

La notizia del giorno è che Pamela Anderson, l’ex bagnina di “Baywatch”, ha visitato il Muro del Pianto. Seguita, a Gerusalemme, da un codazzo di giornalisti, fotografi e curiosi ultraortodossi. Anche se, nello stesso momento, ma a cinque chilometri più a ovest, il governo Netanyahu approvava un nuovo piano di edilizia ebraica a Gerusalemme Est, una zona a maggioranza palestinese. Ricevendo i commenti sdegnati degli arabi e gli avvertimenti dell’Anp. Avvisaglie di un processo di Pace che non è mai iniziato. E che, per questo, non può nemmeno finire.

Non è che quella delle nuove costruzioni in territorio palestinese sia una novità. Ma insospettisce il fatto che ogni volta che il premier israeliano è in visita nell’America del Nord succede sempre qualcosa. Vedi alla voce “blitz sulla Freedom Flotilla” (Bibi, in quei giorni, era in Canada). Anche in questa situazione, Netanyahu è nelle Americhe: ma negli Stati Uniti. Quegli Usa che, con un Obama azzoppato dalle elezioni di Mid-term, vogliono a tutti i costi bloccare le nuove costruzioni ebraiche nella West Bank.

L'ex bagnina Pamela Anderson in visita al Muro del Pianto (foto AP)

E comunque. Il piano – pubblicato ieri dalla Commissione per l’edilizia – prevede la costruzione di oltre 930 appartamenti nell’area di Har Homa, nella cosiddetta “Area C”, e di altre 48 in quella “B”. A questi si dovranno aggiungere le altre 320 unità che sorgeranno a Ramot, il quartiere ebraico anche questo nel settore est della città contesa.

La pubblicazione del nuovo piano edilizio, va detto, non l’ultimo passaggio burocratico prima di iniziare le costruzioni. Ma è un atto che affossa qualsiasi residua speranza sul proseguimento del tavolo dei negoziati. A meno che, ma è tutto da vedere, Netanyahu non decida di zittire i troppi falchi del suo esecutivo.

Leonard Berberi

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Gerusalemme Est, Netanyahu dà il via alle nuove costruzioni

«Ma Netanyahu ci è o ci fa?». La domanda – retorica – giurano di averla sentita dire nientemeno che dal presidente palestinese Abu Mazen. Arrabbiatissimo non solo perché «così non c’è più lo spazio per il dialogo», ma anche perché «in questo modo Netanyahu decreta la fine della mia autorità politica».

Mentre l’amministrazione Obama cerca di salvare il salvabile, mentre il mondo arabo non dà indicazioni all’Anp perché stavolta vuole davvero chiudere la questione con gl’israeliani, il premier dello Stato ebraico Bibi Netanyahu autorizza la costruzione di 238 nuove unità abitative oltre la linea di demarcazione in vigore fino al 1967, nei quartieri di Ramot e Pisgat Ze’ev.

Un’area, quella di Gerusalemme Est, che a dire il vero non è mai stata considerata nella moratoria di dieci mesi sulle nuove costruzioni, ma che – per ragioni diplomatiche – era comunque diventata zona off limits. Soprattutto dopo la visita del vice-presidente Usa Joe Biden.

Il quartiere di Pisgat Ze'ev, tra Gerusalemme e Ramallah

Il ministro dell’edilizia Ariel Atias (del partito ultrareligioso Shas) ha autorizzato la costruzione di 158 alloggi nel rione ebraico di Ramot (che conta 47mila abitanti) e di altri 80 a Pisgat Ze’ev (fra Gerusalemme e Ramallah) dove vivono 45mila israeliani.

Secondo il quotidiano Maariv, Netanyahu avrebbe avvertito Washington della novità lasciando intendere di essere stato obbligato, dopo mesi di inattività, ad autorizzare le costruzioni. «Si tratta di un chiodo ulteriore sulla bara dei negoziati», ha detto una fonte dell’Anp. Più diplomatico, ma comunque durissimo anche il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat: «Sembra che Netanyahu abbia fatto la propria scelta: meglio gli insediamenti della pace». Stavolta nemmeno gli Stati Uniti hanno nascosto la loro contrarietà.

Ora gli occhi del Medio oriente sono puntati sulla visita di Stato in Marocco di settimana prossima del presidente israeliano Shimon Peres. Peres spera di riuscire ad usare l’influenza di re Mohammed VI sulla Lega araba per dare una mano al dialogo israelo-palestinese. Nel frattempo a Gerusalemme Est quella di venerdì è stata l’ennesima giornata di scontri e violenze.

Leonard Berberi

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Gerusalemme, in vendita (a peso d’oro) appartamenti a due passi dal Muro del Pianto

Il Muro del Pianto (foto di Ron Peled)

A due passi dal centro. Ma dell’umanità. Altro che negozi di marca di via Montenapoleone a Milano. O i palazzi della politica di Roma. Qui si tratta di affacciarsi alla finestra e guardare il Muro del Pianto. E la Spianata delle Moschee. E il cuore delle religioni.

L’idea, strampalata per molti, redditizia per altri, è venuta a un’impresa di costruzioni, la High-Land Company: costruire appartamenti dal costo di circa settemila dollari per metro quadrato.

Il progetto, chiamato “Bianchini Street” (si trova vicino alla sinagoga italiana), consiste in due grandi complessi residenziali dai sei ai nove piani e con un totale di sessanta appartamenti. Dovrebbe costare in tutto circa 29 milioni di dollari. Il luogo è a meno di un chilometro dalla Western Wall, la parte di muro dove ogni giorno migliaia di ebrei – e non solo – si recano per pregare.

I prezzi degli appartamenti (fonte: Calcalist)

Gli appartamenti, anticipa la rivista economica “Calcalist” dovrebbero essere di tre dimensioni: 36, 69 e 139 metri quadrati. I prezzi non dovrebbero scoraggiare i tanti acquirenti, secondo Ofir Dvir, amministratore delegato della High-Land. «Ci aspettiamo di vendere tutti i nostri appartamenti entro una settimana», dichiara sicuro.

Gli acquirenti più interessati? «Soprattutto ebrei conservatori, tra i 30 e i 40 anni», rispondere Dvir. «Si tratta di clienti che vogliono vivere a due passi dal Muro del Pianto e dalla Città vecchia».

Leonard Berberi

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