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E lo status di Gerusalemme ora va alla Corte Suprema (Usa)

La data d’inizio c’è. E anche quella di fine. La location, anche, è nota: la Corte Suprema. Quello che non si conosce ancora è l’esito. Che, in un caso o nell’altro, rischia di interferire – senza volerlo, senza chiederlo, senza prevederlo – con i rapporti tra Stati Uniti e Israele. E rischia, anche, di incidere sul processo di pace tra Stato ebraico e Autorità palestinese. Non è una supposizione. È un timore concreto. Basta leggere la posizione di Washington, scritta nera su bianco.

La questione è, allo stesso tempo, «semplice» ed «esplosiva»: i cittadini americani che nascono a Gerusalemme possono affiancare sul passaporto (statunitense) il nome della città a quella d’Israele? Una legge del Congresso, approvata nel 2002, dice di sì. Ma quando s’è presentato il primo caso utile l’allora capo dell’esecutivo – il presidente George W. Bush – rispose che no, non si poteva fare.

Quella norma – sostenne l’amministrazione repubblicana – incideva molto, troppo sui fatti di politica estera e non rientrava quindi tra le competenze del Congresso. La politica estera, a Washington, è prerogativa del «commander in chief», del presidente insomma. E così, anche oggi, gli americani che nascono nella città contesa si ritrovano con un passaporto che scrive, alla voce «Luogo di nascita» la sola parola «Gerusalemme». Senza nazione. Un modo, forse l’unico, per evitare ripercussioni mediorientali.

Il piccolo Menachem Zivotofsky, 12 anni oggi, con papà Ari nel 2011 davanti alla Corte Suprema americana (foto Ap)

Il piccolo Menachem Zivotofsky, 12 anni oggi, con papà Ari nel 2011 davanti alla Corte Suprema americana (foto Ap)

Una decisione che non piace ai coniugi Zivotofsky. Che sono, anche, i promotori della vicenda legale. Il protagonista – suo malgrado – è il figlio, Menachem Zivotofsky (questo blog ne ha parlato già nel maggio 2011). Il ragazzino è nato a Gerusalemme nel 2002 da genitori statunitensi. Pochi giorni dopo mamma Naomi e papà Ari chiedono il passaporto per il figlio e – grazie alla legge appena approvata al Congresso – di aggiungere dopo Gerusalemme anche la nazione: Israele. I funzionari dell’ambasciata americana di Tel Aviv però respingono la richiesta, facendo appello proprio alla decisione del presidente George W. Bush di bocciare la legge. Del resto gli Usa, come gli altri Paesi, non riconoscono la Città Santa come capitale dello Stato ebraico. Tant’è vero che gli uffici diplomatici nello Stato ebraico si trovano a Tel Aviv.

Dopo un tira e molla burocratico che è arrivato fino ai piani alti del Dipartimento di Stato americano, nel 2003 Naomi e Ari decidono di avviare una trafila giudiziaria. A dare ragione a Bush è stata – in piena presidenza Obama – la Corte d’Appello del Distretto di Columbia, quella che ha giurisdizione su Washington: l’allora presidente aveva ragione – è stato il ragionamento del secondo grado di giudizio nel luglio 2013 –, le implicazioni politiche di tale legge del Congresso sono talmente tanto importanti da dover dare solo all’esecutivo l’ok se inserire o meno una città contesa da una parte o dall’altra.

E così eccoci al caso che arriva (per la seconda volta) alla Corte Suprema. I lavori inizieranno il prossimo ottobre e andranno avanti – sentendo tutte le parti in causa – fino a giugno 2015. Poi i giudici massimi dovrebbero dire la loro sulla legge del Congresso. Per stabilire se sia costituzionale o meno. E, implicitamente, “obbligare” la Casa Bianca a riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. Con tutto quello che può succedere un istante dopo.

© Leonard Berberi

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L’Alta Corte d’Israele: ok alla legge che vieta la cittadinanza e la residenza dei palestinesi sposati con gli israeliani

È finita sei a cinque. Ma quell’unico voto di scarto rischia di decidere il futuro di un Paese sempre più in bilico tra tradizione e modernità. E di sancire una vera e propria cesura con il vicino palestinese. Perché poi, alla fin fine, il discorso per la prima volta cambia prospettiva. «I diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale», scrivono i giudici. Togati di una democrazia, non di una dittatura.

E allora. La Corte Suprema di Gerusalemme ha approvato la scorsa notte una contrastata legge che dal 2003 nega il diritto alla cittadinanza o alla residenza permanente in Israele per gli sposi palestinesi di cittadini israeliani. In una fase successiva, la legge è stata estesa anche ai coniugi di cittadini israeliani originari da paesi “ostili” ad Israele.

Quella legge – approvata con carattere provvisorio quando nello Stato andava in scena un’ondata di attentati terroristici palestinesi – era stata denunciata come discriminatoria da esponenti della popolazione araba in Israele e da organizzazioni per i diritti civili.

I giudici della Corte Suprema d'Israele (foto di Noam Moskowitz / Ynet)

Bisogna ammetterlo: quella della Corte Suprema non è stata una decisione facile. I giudici hanno dovuto valutare sia i principi di carattere generale, come la garanzia dei diritti civili alla minoranza araba in Israele (circa il 20% della popolazione), sia la sicurezza nazionale. «I diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale», ha stabilito nella sua sentenza il giudice Asher Grunis, sintetizzando il parere di sei giudici della Corte Suprema. Di tutt’altra opinione la presidentessa della Corte Suprema, Dorit Beinish, che si è però trovata in minoranza.

«E’ stata una delle decisioni più importanti mai prese dalla Corte Suprema», hanno scritto molti commentatori. E hanno fatto notare la sconfitta della Beinish. Non a caso. Perché nell’evidenziare la minoranza (risicata), gli analisti tornano su quella che è diventata la questione essenziale dello Stato ebraico: la laicità delle istituzioni. «I giudici si stanno piegando alle pressioni nazionaliste che arrivano dalla Knesset (il parlamento)», hanno detto alcuni. Mentre dal mondo arabo arriva una condanna senza repliche: «Questa è una decisione che non ha eguali in alcun Paese democratico al mondo», hanno detto alcuni tra gli esponenti più importanti.

© Leonard Berberi

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La Corte Suprema boccia i marciapiedi separati del quartiere ultraortodosso di Gerusalemme

Interpretazione dopo interpretazione hanno finito con il tirar su un muro. Fisico, soprattutto. Ma anche sociale. Con gli uomini obbligati a camminare da una parte e le donne dall’altra. Una divisione così ingombrante che i giudici della Corte Suprema d’Israele hanno detto basta. Di muri – è stato il loro ragionamento – «ne abbiam già troppi. Facciamoci bastare quello del Pianto e quello che ci separa dalla Cisgiordania».

Chi ha visitato il quartiere Mea Shearim di Gerusalemme, l’angolo di mondo dove si concentrano gli ebrei ultraortodossi duri e puri, quella divisione non può essersela persa. Soprattutto negli ultimi mesi. Un simbolo, ormai, della segregazione sessuale imposta alle donne da interpretazioni religiose che, è il caso di dirlo, non erano proprio ortodosse.

Uno scorcio del quartiere ultra-ortodosso Mea Shearim di Gerusalemme, dove donne e uomini passeggiano separati (foto di Tomer Neuberg)

Per non parlare della richiesta di una fazione di ebrei ultraortodossi – gli Eda Haredit -, gli stessi che l’anno scorso avevano tuonato contro la donazione degli organi bollandola come «omicidio», ecco gli Eda Haredit avevano proposto di vietare alle donne l’accesso a Mordechai Street, la via principale del quartiere Mea Shearim, «per evitare che gli uomini si trovino troppo vicini alle donne». C’è voluto l’intervento della polizia – che spesso non vuole interferire nel quartiere – per evitare la chiusura selettiva.

E comunque. Con una sentenza storica la Corte Suprema ha dichiarato illegale la pratica dei marciapiedi separati fra i due sessi. Non solo. Ha anche autorizzato una marcia di protesta di un gruppo femminista (Ella-Israeli Feminist Group) contro la segregazione proprio nel quartiere sotto osservazione. La stessa organizzazione che ha fatto ricorso ai piani alti della giustizia israeliana perché ponesse fine all’apartheid sessuale.

Dicono – anzi: scrivono – i giudici che «l’imposizione di marciapiedi separati vìola in modo flagrante i principi dello Stato di diritto e dell’uguaglianza fra i sessi, e per questo va sventata». E ancora: «Non deve essere consentita in nessun modo la costituzione di realtà di controllo pubblico come le “guardie della modestia”» annunciati nel quartiere per garantire il rispetto delle norme e delle restrizioni che i rabbini ultraortodossi pretendono di applicare a chiunque si trovi a passeggiare nel quartiere ultra-religioso.

Vittoria delle donne anche sul diritto di manifestazione. «Non è una provocazione – hanno motivato i giudici -, anzi è una legittima protesta in difesa dei diritti della donne».

Leonard Berberi

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