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“Netanyahu vuole attaccare l’Iran prima di novembre”. Ma nel partito del premier resiste il fronte del “no” alla guerra

«Ma quale primavera! Il governo israeliano vuole attaccare l’Iran prima delle elezioni americane!». Lunedì sera l’emittente tv israeliana Channel 10 ha mandato in fibrillazione un bel po’ di cancellerie. Abituate, ormai, all’idea che no, una guerra contro Teheran non ci sarà fino a febbraio-marzo 2013.

È bastato vedere in primo piano la faccia di Alon Ben-David, giornalista esperto di cose militari, per aspettarsi tutto tranne che notizie buone. E infatti. «Il primo ministro Benjamin Netanyahu è intenzionato ad attaccare l’Iran prima delle elezioni statunitensi del 6 novembre», ha detto Ben-David. E ha aggiunto, nel caso non fosse chiaro: «Mai prima d’ora Israele è stata così vicino alla guerra ai programmi nucleari della Repubblica islamica».

Come ricorda il quotidiano elettronico Times of Israel, «Ben-David è stato l’unico autorizzato a curiosare nelle forze aeree israeliane per vedere come ci si sta preparando all’attacco militare». E Ben-David non ha tradito le attese. «Dal punto di vista di Netanyahu le sanzioni non hanno funzionato e ogni giorno che passa avvicina l’ora X», ha detto durante l’edizione principale del tg.

Quanto all’incontro con il presidente Usa previsto a settembre, in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu, Ben-David ha gelato tutti: «Non si sa nemmeno se ci sarà l’incontro», ha rivelato. E anche se un faccia a faccia ci sarà, continua l’analista, «dubito Obama sarà in grado di convincere Netanyahu a far ritardare l’attacco».

L’analista militare Alon Ben-David lunedì sera durante il tg di Channel 10

La guerra si avvicina. La guerra si allontana. L’elastico nucleare, in salsa mediorientale, continua ormai da settimane. Tanto che, secondo molti, i toni non sono più quelli di un conflitto, «ma di una telenovela». Telenovela che, però, a qualcuno non dispiace. «Più Netanyahu minaccia di attaccare l’Iran più in realtà questa guerra resta solo un’idea», spiega a Falafel Cafè un parlamentare del Likud, il partito del premier. «All’interno della nostra formazione non tutti seguono il ragionamento di Bibi: più di qualcuno – me compreso – non vuole avere sulla coscienza migliaia di vittime civili qui, nello Stato ebraico, e anche là, nella Repubblica islamica».

Il timore è anche un altro. «Bibi (Netanyahu, nda) mese dopo mese ha perso l’appoggio di molti Stati nostri alleati fino a qualche anno fa», continua il parlamentare del Likud. «Abbiamo perso la Turchia, abbiamo perso l’Egitto, la Giordania inizia ad avere problemi di stabilità e l’Arabia Saudita ci ha praticamente chiuso i corridoi aerei e navali». Quindi lo scenario successivo all’eventuale attacco all’Iran: «Basta una sola bomba su Teheran per incendiare tutto il Medio Oriente. Ci troveremmo a dover gestire più conflitti contemporaneamente e non ne siamo ancora in grado, checché ne dica Bibi». Poi, chiude il ragionamento, «ci sarebbe la questione – non meno importante – dei costi da sostenere per il conflitto su larga scala».

Già, i costi. Secondo l’analisi del gruppo di ricerca BDI-Coface la guerra potrebbe costare all’economia israeliana addirittura 167 miliardi di shekel, 42 miliardi di dollari. Ci sarebbero danni economici «diretti» (47 miliardi di shekel, pari al 5,4% del Pil del 2011). E danni «indiretti»: 24 miliardi di shekel all’anno, in un periodo previsto di recessione che va dai tre ai cinque anni. Per fare un confronto: la guerra in Libano nel 2006, durata 32 giorni, fece ridurre la crescita economica dello 0,5%. A cui si aggiunse un altro 1,3% del Pil utilizzato per ricostruire le infrastrutture danneggiate da Hezbollah. Ma nella guerra contro il Paese dei Cedri fu coinvolta soltanto la parte settentrionale, dove si produce il 20% della ricchezza nazionale. «In caso di attacco all’Iran – precisa lo studio – sarebbe coinvolta la parte d’Israele che realizza il 70% del Pil annuale».

© Leonard Berberi

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Nuovo piano di Pace degli israeliani: confini del ’67, ritiro dal Golan e Stato palestinese

Una quarantina di ex alti ufficiali della difesa e delle forze armate, inclusi ex capi del Mossad (servizi segreti) e dello Shin-Bet (sicurezza interna), hanno preparato un piano di pace che prevede la costituzione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e nello Striscia di Gaza, entro i confini antecedenti il conflitto del 1967, ad eccezione di limitati scambi di territori con Israele.

Secondo anticipazioni raccolte dalla stampa israeliana, il piano prevede anche che Gerusalemme est divenga capitale del futuro Stato palestinese, il ritiro di Israele dalle alture del Golan siriano e la costituzione di meccanismi di sicurezza regionale e di cooperazione economica. Il piano immagina anche indennizzi finanziari ai profughi palestinesi e il loro eventuale assorbimento nello Stato palestinese. A un piccolo numero sarà consentito tornare in Israele.

L’iniziativa, secondo i promotori, è nata dalla necessità di rispondere all’ondata di rivolte popolari che sta sconvolgendo il Medio Oriente e di lanciare un’iniziativa diplomatica israeliana in risposta allo sforzo diplomatico che i palestinesi stanno conducendo per ottenere un consenso internazionale a un’unilaterale proclamazione di indipendenza, tramite l’ Onu, il prossimo settembre.

Tra i sostenitori dell’iniziativa vi sono l’ex capo del Mossad Danny Yatom, l’ex capo dello Shin-Bet Yaacov Perri, l’ex capo di stato maggiore Amnon Lipkin-Shahak, l’ex segretario generale del partito laburista Amram Mitzna. Il piano, che intende essere la risposta di Israele al piano di pace arabo del 2002 e che si basa su vari documenti discussi da israeliani e palestinesi nel processo di pace dell’ultimo decennio, è stato presentato al premier Benyamin Netanyahu che non lo ha finora commentato, almeno in pubblico. Il premier ha accettato in passato il principio di una soluzione del conflitto basato sulla formula di due Stati. Nessun commento al piano è finora giunto da parte palestinese.

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Cisgiordania, l’adozione di un libro “bipartisan” nelle scuole palestinesi diventa un giallo

«Questa è la versione palestinese. E ora, per favore, girate pagina, per sapere quella israeliana». Per una volta la Cisgiordania precede lo Stato ebraico. Almeno nei libri di testo adottati dalle scuole. Almeno per fare un passo avanti. Forse. Perché quello che all’inizio sembrava essere uno schiaffo alla democrazia israeliana, dopo qualche ora è stata smentita da ufficiali palestinesi.

Facciamo un passo indietro. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’Autorità nazionale palestinese avrebbe deciso di adottare il libro “Imparare la narrativa storica dell’altro”, un testo che racconta la storia del Medio oriente dal punto di vista sia dei palestinesi che degl’israeliani. Sarebbe la prima volta per gli studenti della Cisgiordania quella di conoscere anche la versione degli ebrei.

La copertina del testo con entrambe le versioni della storia mediorientale

Lo stesso libro, l’anno passato, era stato bocciato dal ministero dell’Educazione dello Stato ebraico. E tra pochi giorni il dicastero dovrà vedersela con il primo “ribelle”: Aharon Rothstein, preside del liceo Sha’ar Hanegev, vicino a Sderot. Rothstein «dovrà chiarire» perché ha deciso di adottare quel testo.

«I palestinesi dimostrano di essere più avanti del nostro ministero dell’Educazione quando si tratta di far conoscere l’altra versione sul conflitto», ha detto al quotidiano Haaretz un funzionario addetto alla gestione del libro contestato. E ha aggiunto che tutto questo «è una situazione imbarazzante».

Solo che – citato dall’agenzia palestinese Maan News Agency – un funzionario del ministero dell’Educazione di Ramallah ha smentito l’adozione del testo con la versione “sionista”.

L’unica cosa certa, per ora, è che all’interno del testo c’è il lavoro di docenti israeliani, palestinesi e svedesi, coordinati da Dan Bar-On, docente dell’università Ben Gurion del Negev, e Sami Adwan dell’ateneo di Betlemme. Questa collaborazione ha soprattutto un obiettivo: promuovere la coesistenza tra i popoli. Pagina dopo pagina.

I primi a beneficiare di questi libri di testo saranno due licei nei pressi di Gerico. L’ultima edizione è scritta in tre lingue (arabo, ebraico, inglese) e prevede uno spazio dove gli studenti possono scrivere le loro annotazioni a margine di ogni capitolo.

Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 ottobre, ore 23.38)

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Ad Haifa va di scena “Shout”, la storia di un’amicizia in una zona dimenticata dal mondo

Alla fine della proiezione in molti sono scattati in piedi e hanno applaudito entusiasti. Qualcun altro, oltre a questo, s’è messo pure a piangere. Alla 26esima edizione dell’Haifa International Film Festival il film-documentario “Shout” s’è imposto come una delle opere più originali della rassegna cinematografica che si è conclusa il 30 settembre.

Diretto da due donne – Sabine Lubbe Bakker (belga) ed Ester Gould (olandese) – e prodotto in Olanda, “Shout” racconta la storia di due ragazzi diciottenni, Ezat e Bayan. Due amici adolescenti nati in uno dei posti più problematici e meno conosciuti del mondo: l’Altopiano del Golan. Una zona militarizzata tra Israele e Siria, occupata dallo Stato ebraico e sorvegliata dalle Nazioni Unite, alla ribalta grazie al film “La sposa siriana“.

Qui si trova il valico di Quneitra. Il passaggio – senza ritorno – per centinaia di drusi. E anche per Ezat e Bayan. Che, oltre ad essere grandi amici, decidono di andare a farsi una vita in Siria, perché loro si sentono siriani al 100 per cento. Tanto da cancellare le scritte in ebraico delle etichette dei prodotti. Solo che valicare Quneitra vuol dire prendere direttamente la cittadinanza siriana. E quindi non poter far più ritorno nel proprio villaggio.

Le registe seguono i due amici lungo le vie del loro villaggio prima e di Damasco poi. Li accompagnano nei divertimenti notturni della capitale. Registrano la libertà acquisita, ma anche le difficoltà di sentirsi davvero a casa. Perché la loro casa è altrove. È oltre il confine. Oltre una linea che non potranno più passare. Ma che potranno soltanto assaggiare urlando sempre più (in inglese: shout, appunto) per farsi sentire dai loro cari a mezzo chilometro più in là. Così, quella che è iniziata come un’avventura verso la «propria terra» si trasforma presto in una oggettiva difficoltà a trovare un posto nel nuovo mondo.

© Leonard Berberi

Il trailer del film-documentario “Shout”

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