attualità

Un imprenditore accusa: “Frutta sionista in Iran”. Il governo smentisce

Frutta proibita nelle tavole iraniane. Di più: frutta sionista. Hai voglia ad attaccare Gerusalemme e a chiederne l’annientamento. Quando, nel segreto delle case, a pochi passi dai palazzi del potere, il popolo mangia mele e arance coltivate in Israele.

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Postcards from Middle East / 69

Impiegati drusi residenti nel villaggio di Majdal Shams, nelle alture del Golan (nord d'Israele), lavorano su un nastro automatico che confeziona le mele coltivate nel territorio conteso. Il frutto sarà venduto nei mercatini siriani dopo aver passato il valico di Quneitra, grazie a un accordo tra Israele e la Croce Rossa internazionale. Nel 2011 saranno esportate circa 12mila tonnellate di mele, il triplo di cinque anni fa, quando fu permesso per la prima volta il commercio (foto di Atef Safadi / Epa)

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economia

A Gaza si inizia a esportare: partiti i primi due camion carichi di fragole palestinesi

L’unico dubbio è sull’etichetta. Come le classificheranno? «Made in Gaza Strip» o «Made in Palestine»? Perché sul nome i giochi sono fatti: si chiameranno, semplicemente, «Strawberries. Fraises. Erdbeeren». Senza marca. Solo la traduzione del frutto in inglese, francese e tedesco.

Diciamocelo: un non problema, in fondo, quello dell’origine. Perché la questione è un’altra. E più alta. L’allentamento del blocco israeliano ha aperto le porte, da qualche giorno, alle esportazioni di fragole della Striscia. Con il risultato che – almeno è quello che sperano i coltivatori musulmani – mille tonnellate di frutta imbocchino la strada verso l’Europa in piccole confezioni da 250 grammi.

C’è entusiasmo e voglia di lavorare tra gli agricoltori palestinesi di Gaza secondo i cronisti dell’agenzia Reuters. I primi due camion sono partiti dalla Striscia domenica 28 novembre. Erano anni che non succedeva. O almeno non con queste quantità. «Nelle prossime settimane speriamo di far partire almeno dieci tir al giorno stracolmi di fragole palestinesi», ha detto Raed Fattouh, coordinatore dell’approvvigionamento da Israele a Gaza.

«I due camion finiranno il viaggio in Olanda», fa sapere Ahmed Al-Shafai, uno dei più grandi imprenditori agricoli di Gaza. Da lì, le fragole finiranno prima nei mercatini del Belgio, poi in quelli della Francia. In parallelo, lo Stato ebraico ha allargato il valico di Kerem Shalom per permettere ai prodotti palestinesi di uscire dalla Striscia per essere venduti fuori dal Medio Oriente. A sorvegliare non c’è soltanto l’esercito israeliano, ma anche una delegazione dell’Unione europea e dell’Autorità palestinese. Hamas – scrive la Reuters – è stata tenuta fuori. Ma, almeno in queste prime battute, non crea problemi.

Leonard Berberi

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attualità, economia

Gaza, l’alleggerimento israeliano dei confini mette in difficoltà i trafficanti dei tunnel

I camion pieni di prodotti aspettano di attraversare il valico di Kerem Shalom tra Israele e la Striscia di Gaza

I meno entusiasti sono loro: i commercianti sottoterra. Perché se la popolazione di Gaza ha accolto con disinteresse l’annuncio d’Israele di alleggerire il blocco sulla Striscia, loro, i trafficanti dei tunnel sotterranei, non hanno nascosto l’insofferenza. Perché l’annuncio del governo di Gerusalemme ha fatto crollare i prezzi dei prodotti. Già nel giro di ventiquattrore.

Molte merci, lunedì mattina, arrivavano a costare meno della metà del giorno prima. E con margini di guadagno così bassi, ai commercianti sottoterra non resta altro che cambiare mestiere. O prodotti da trafficare.

Per dire: le bibite registravano un calo del 50%. Il cemento, anche più: se una tonnellata domenica arrivava a costare 360 euro, il giorno successivo il prezzo era crollato a circa 148. «Gli abitanti di Gaza sanno che i prodotti israeliani hanno una qualità maggiore di quelli che arrivano dall’Egitto attraverso i tunnel», hanno detto i commercianti palestinesi al quotidiano Yedioth Ahronoth.

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economia

La Commissione europea vuole aprire il proprio mercato ai prodotti palestinesi

Il contributo di 500 milioni di euro ogni anno – dal 2007 – non basta più. Perché per risollevare l’economia palestinese bisogna far altro. Questo è quello che pensa l’Unione europea. Che, dopo aver dato più 1,5 miliardi all’Autorità nazionale palestinese, sta pensando a un passo economico importante: aprire il mercato europeo ai prodotti palestinesi.

La Commissione europea ha già un accordo con l’Anp. Da un lato parte dei prodotti palestinesi entra nell’Eurozona senza tassa d’importazione. Dall’altro, i prodotti europei entrano in Cisgiordania con una tassazione che dovrà essere eliminata nei prossimi cinque anni.

Ma la bozza europea ora è qualcosa di più. E la decisione di accelerare gli scambi bilaterali è stata presa dopo l’incontro tra il commissario Ue al commercio, Karel De Gucht e il ministro palestinese dell’Economia, Hassan Abu-Libdeh.

I numeri. Nel 2008, il commercio palestinese ha importato in Europa qualcosa come 71 milioni di dollari di beni. Cifre importanti per un non-Stato. Ma è comunque meno di un quinto di quanto l’Ue destina sotto forma di aiuti alla Palestina.

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