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Il figlio di Sharon contro i palestinesi: “Sono delle bestie feroci pronte a uccidere”

Gilad Sharon

Nemmeno suo papà, noto “falco” della politica nazionale, si era spinto a tanto. Non in pubblico, almeno. Gilad Sharon, il figlio di Ariel, l’ex primo ministro in coma da anni, ecco Gilad ha scritto un commento sul massacro di Itamar apparso su “Yedioth Ahronoth” e che molti hanno considerato a dir poco razzista. E che ha messo in imbarazzo Kadima, il partito guidato da Tzipi Livni e del quale Gilad Sharon è entrato a far parte. A farlo notare per primo è stato Noam Sheizaf, un noto blogger israeliano che da anni si occupa della politica del Paese.

«Non dimentichiamo con chi abbiamo a che fare», scrive Gilad nel commento. «Puoi prendere la bestia feroce palestinese e mettergli una maschera, sotto forma di qualche portavoce dall’ottimo inglese. Puoi anche fargli indossare un abito a tre pezzi e una cravatta di seta. Ma ogni volta che ci sarà la luna nuova – o quanto lo sterco di una cornacchia cadrà su uno sciacallo ululante o quando il pane azzimo non verrà bene – la bestia feroce sente che questa è la sua notte e, guidata dal vecchio istinto, inizierà a cacciare la sua preda».

Il commento del figlio di Ariel Sharon apparso sulle colonne dello "Yedioth Ahronoth"

E ancora. «Loro (i palestinesi, nda) guardano a noi. Siamo tutto quello che loro non sono mai stati e che non saranno mai. Noi abbiamo una storia e una cultura millenarie, abbiamo una società che funziona e cresce, mentre loro sono solo il derivato del nostro sionismo. Più abbiamo successo e progrediamo, più il loro odio aumenta».

Frasi pesanti. Che hanno creato qualche malumore in un partito moderato come quello della Livni. Un partito che – come dice il nome – vuole andare avanti e non restare indietro. È anche per questo che molti esponenti di Kadima non solo non hanno gradito il commento, ma hanno chiesto al figlio di Ariel Sharon di andarsene dal partito.

© Leonard Berberi

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politica

Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 1

Bibi, abbiamo un problema. Non uno piccolo, ma grosso così, quanto un ministero. Il fatto è che l’uomo in questione se n’era rimasto zitto per alcuni giorni. E, in questo tempo, la diplomazia israeliana aveva potuto respirare. Poi è successo che la Mavi Marmara, la nave della flottiglia su Gaza, è tornata in Turchia e lui, Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri e leader del terzo partito più forte d’Israele (Israel Beitenu), ecco Lieberman ha ripreso a tuonare.

«Non chiederemo mai scusa alla Turchia per il blitz del 31 maggio», ha urlato ai cronisti. Annullando, in questo modo, mesi di diplomazia (segreta) sull’asse Gerusalemme-Ankara e mettendo in imbarazzo il premier Netanyahu. Così in imbarazzo che in meno di 24 ore Bibi ha smentito Lieberman (un suo ministro), ha detto che chi parla al di fuori di lui lo fa a titolo strettamente personale, ma poi ha ufficializzato la posizione del governo ebraico sulla questione: «Niente scuse alla Turchia». Proprio quello che aveva dichiarato il ministro degli Esteri.

Il fatto è che le cancellerie di mezzo mondo non ne possono più di Avigdor Lieberman, sbeffeggiato con l’appellativo «Yvette». E non ne possono più nemmeno i suoi funzionari sparsi nelle cancellerie del pianeta. Un po’ perché l’uomo – a detta degli esperti – sa poco o nulla di diplomazia. Un po’ perché – sempre a detta degli esperti – l’uomo/politico/ministro non ha capito che ora è al governo e che qualsiasi cosa faccia o dica coinvolge la linea dell’intero esecutivo israeliano.

Un ebreo ultraortodosso guarda il poster elettorale con la faccia di Avigdor Lieberman (foto Afp / Getty Images)

«Quando Lieberman tuona contro le presunte bugie dei turchi», ha scritto Akiva Eldar in un commento su Haaretz, «i turchi farebbero meglio a prepararsi i rifugi». Perché, scrive ancora Eldar, «Lieberman, nella sua politica estera, sta attuando la filosofia dell’“occhio per occhio”». Una filosofia che «ha portato con sé sin da quando faceva il buttafuori in un bar».

Il giornale ricorda il precedente giudiziario di Lieberman. Nel 2001, il ministro era accusato dalla Corte di Gerusalemme di aver picchiato e ferito due ragazzini di 14 e 15 anni che avevano pestato suo figlio. Lieberman, per evitare la galera, ha patteggiato la pena ed è stato condannato a pagare una multa di 1.500 euro, più 2.000 a titolo di risarcimento danni nei confronti dei due minori picchiati. Il giudice, poi, aveva anche invitato Lieberman a stare alla larga dai comportamenti violenti per almeno due anni. Altrimenti, per lui, si sarebbero aperte le porte del carcere.

Nella sentenza, i giudici hanno dato anche un consiglio all’imputato, ricorrendo alle massime della Bibbia ebraica: «Cercate di non essere precipitosi nel raggiungere lo stato di rabbia, perché questa risiede in seno agli stolti», c’è scritto. «Il nostro ministro degli Esteri», ha commentato Akiva Eldar, «evidentemente non ha tenuto conto di quel suggerimento». Tant’è vero che i colleghi europei cercano di stare alla larga dalla «grande bocca di Lieberman» e tentano mediazioni con altri interlocutori. (fine prima parte, domani la seconda e ultima puntata)

Leonard Berberi

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Lo Yedioth Ahronoth: “Quei soldati sono i nostri migliori ambasciatori”

«I nostri migliori ambasciatori». Sima Kadmon, editorialista dello Yedioth Ahronoth, analizza così gli effetti dei novanta secondi di filmato pubblicati su YouTube dove sei soldati-ballerini. «Era da un po’ di tempo che non provavamo così tanta gioia – scrive Kadmon –. Il video della brigata Nahal, i sei soldati danzanti per le strade di Hebron ci hanno riportato a quei tempi».

«Il mondo ha improvvisamente visto da una diversa prospettiva i soldati dell’esercito israeliano. E non solo. Perché anche noi, cittadini dello Stato ebraico, abbiamo visto i nostri militari da un altro punto di vista». Kadmon parla di un «ritrovato senso di normalità», del ritorno a «una giusta prospettiva di vita».

Poi si chiede. E chiede. «Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo visto un nostro soldato in situazioni diverse dal combattimento vero e proprio? Eppure in quel video noi abbiamo visto gli stessi militari, le stesse divise, gli stessi elmetti e le stesse armi. Solo che stavolta ballano. Mostrandosi in tutta la loro giovinezza e voglia di vivere e divertirsi. Abbiamo visto che c’è vita oltre i vicoli di Hebron».

Poi il commento lancia una provocazione ai vertici dell’esercito che non solo hanno chiesto di rimuovere il video da YouTube, ma hanno anche minacciato di punire i responsabili. «Se fossi un funzionario del ministero degli Esteri – continua Kadmon – recluterei subito questi sei soldati nel mio dicastero. Sempre se non sono stati già presi dalla compagnia di ballo Bat Sheva».

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