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Dentro SodaStream tra israeliani, palestinesi e l’attrice Scarlett Johansson

Alcuni dipendenti di SodaStream imballano le bottiglie che conterranno le bibite gassate (foto Nati Shohat/Flash90)

Alcuni dipendenti di SodaStream imballano le bottiglie che conterranno le bibite gassate (foto Nati Shohat/Flash90)

Nella zona industriale di Mishor Adumim è cambiato poco o nulla per anni. Nei circa 300 capannoni industriali si è lavorato ai soliti orari. I dipendenti – uomini e donne, ebrei e musulmani, israeliani e palestinesi – continuavano a entrare e a uscire dalle strutture tenendosi il loro badge bene in vista. Il tutto a tre chilometri di distanza da Ma’ale Adumim, uno degli insediamenti più grandi in Cisgiordania. E a dieci da Gerusalemme.

Poi un’attrice, Scarlett Johansson – famosa, famosissima, formosa, formosissima – ha deciso che le andava di fare da testimonial a quest’azienda, SodaStream, sconosciuta al pubblico europeo e a buona parte di quello americano. Poi è arrivata una pubblicità (in fondo al post, nda). Poi sul web è partita tutta una gran baldoria prima per chiedere alla ragazza di ripensarci. Poi per spingere un’organizzazione non governativa – vedi alla voce «Oxfam» – di cacciare la giovane perché ormai «indegna» di essere un’«ambasciatrice». Perché questa ha prestato il suo volto e la sua voce a un’azienda che ha la sede in una colonia israeliana, quindi in un’entità «illegale» per il diritto internazionale, «che sottrae e sfrutta le risorse del popolo palestinese».

Un impianto di SodaStream (foto di Elhanan Miller/Times of Israel)

Un impianto di SodaStream (foto Elhanan Miller/Times of Israel)

E insomma da allora, e siamo ormai alla fine di gennaio 2014, è cambiato molto nella zona industriale di Mishor Adumim. Sono arrivati i «curiosi». Si sono fatti vedere addirittura dei turisti. Hanno iniziato a parcheggiare bolidi di metallo con tanto di grandi antenne paraboliche puntate verso il cielo e telecamere e treppiedi e luci e microfoni grandi e piccoli. Nemmeno fosse la scena di un crimine o il luogo di un grande evento internazionale.

Forse SodaStream non pensava di creare tutto questo sconquasso mediatico. Forse non immaginava di finire nella top ten mondiale delle notizie più lette, cliccate, condivise, discusse. E sarà per questo che il suo amministratore delegato, Daniel Birnbaum, ha deciso di fare da guida alle troupe tv internazionali e a decine di giornalisti tra i macchinari dell’azienda che fattura circa 450 milioni di dollari all’anno ed è leader, come spiega il sito ufficiale, nella «preparazione domestica di bevande gasate e di acqua minerale frizzante». Quello che a Mishor Adumim pensavano sarebbe scoppiato come una bolla, anzi una bollicina di anidride carbonica, in realtà è cresciuta, è diventata qualcosa di quasi incontrollabile.

Due lavoratrici - una ebrea, una palestinese - di SodaStream (foto Nati Shohat/Flash90)

Due lavoratrici – una ebrea, una palestinese – di SodaStream (foto Nati Shohat/Flash90)

«All’ingresso dell’azienda c’è una statua con alcuni versi del profeta Isaia», racconta Elhanan Miller sul quotidiano elettronico «Times of Israel»: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra». Il boom per SodaStream è iniziato nel 2007 quando è passata di mano e al comando è arrivato Daniel Birnbaum. Ora gli stabilimenti sono 25 in tutto il mondo di cui otto tra Israele e Cisgiordania.

A Mishor Adumim gli impiegati sono 1.300: 350 ebrei, 450 arabo-israeliani, 500 palestinesi. «Qui gli stipendi sono uguali per tutti», spiegano i vertici di SodaStream. E via, a favor di telecamere, a farsi riprendere tra lavoratrici velate e altre a capo scoperto, a dare l’autorizzazione ad alcune palestinesi a rilasciare interviste e a spiegare ai cronisti stranieri che «SodaStream paga tre volte uno stipendio medio in Cisgiordania».

Tra qualche settimana – ne è convinto l’amministratore delegato – di quest’impianto in una terra contesa e contestata non si ricorderà quasi più nessuno. Ma intanto si gode la pubblicità, ulteriore, gratuita e utile agli affari. Perché anche in Cisgiordania vale la vecchia regola del se ne parli pure male, ma l’importante è che se ne parli.

© Leonard Berberi

VIDEO / La pubblicità di SodaStream con Scarlett Johannson

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Svizzera, la catena “Migros”: ora etichette per i prodotti delle colonie

Gli attivisti filopalestinesi esultano. Gli israeliani s’arrabbiano. E loro, i protagonisti, precisano. Sottolineano. Prendono le distanze. Smentiscono. 

Migros, una delle più importanti catene di supermercati della Svizzera, ha annunciato che farà sapere ai propri clienti se i prodotti presenti negli scaffali dei negozi arrivano da insediamenti ebraici in Cisgiordania e Gerusalemme est. In questo modo – ha spiegato la compagnia – «si vuole offrire maggiore trasparenza ai consumatori, visto che governo elvetico e Nazioni unite considerano illegali le colonie di Israele, basandosi sul diritto internazionale».

Ma quando poco dopo sono piovute critiche la portavoce di Migros, Monika Weibel, ha sottolineato che la catena «non appoggia gli appelli di gruppi filopalestinesi per il boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti, ma vuole che siano i clienti a scegliere quale merce acquistare». Fino a ora le etichette di Migros riportavano solo l’origine israeliana nel caso il prodotto provenisse dallo Stato ebraico, ma non specificavano l’eventuale produzione nelle colonie.

A decidere per primo il cambio di passo istituzionale sulla trasparenza delle etichette è stato il governo sudafricano. L’esecutivo ha chiesto ai commercianti «di non indicare in modo scorretto la provenienza da Israele sulle etichette dei prodotti importati dal territorio occupato della Palestina». Ma ora che quella politica è stata adottata anche nel cuore dell’Europa, gli israeliani temono a un’ondata di nuove etichette. Tutte rigorosamente «made in West Bank’s settlement» e «made inEast Jerusalem».

© Leonard Berberi

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“Netanyahu vuole legalizzare tutte le colonie in territorio palestinese”

Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele e leader del partito "Likud"

C’è chi dice che lo stia facendo per questioni puramente politiche. O meglio: per avere il loro appoggio alle primarie di partito, il Likud, martedì (oggi per chi legge). Ma c’è anche chi dice che l’uomo sia ormai stufo di inseguire i palestinesi ai tavoli della pace e che voglia metterci una pietra sopra. E che pietra!

Ecco, dicono queste voci (che puntualmente escono dalle stanze di governo) che il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe dato l’incarico a un giudice di costituire un gruppo che studi il modo di legalizzare – sì, legalizzare – in modo retroattivo tutte le colonie in territorio palestinese costruite su terreni privati.

Il giudice avrebbe anche un nome: Edmond Levy. Toccherebbe a lui il compito – storico, politico, diplomatico – di preparare un rapporto con tutti gli strumenti giuridici che si potrebbero utilizzare in ogni sede, nazionale ed estera, per riconoscere in modo ufficiale tutti quegli insediamenti che la legislazione israeliana considera illegali, così come stabilito dalle leggi internazionali che classificano come illegali tutte quelle sorte nei territori occupati.

L’indiscrezione è stata smentita con sdegno dall’ufficio del primo ministro. Ma se fosse vera chiuderebbe in modo definitivo una finestra di dialogo con i palestinesi

© L.B.

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