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Quella frase (inedita) di Rabin sui coloni: “Sono il cancro di questo Paese”

Yitzhak Rabin e la moglie Leah in un fermo immagine del film-documentario sull'ex primo ministro israeliano (frame da Canale 2)

Yitzhak Rabin e la moglie Leah in un fermo immagine del film-documentario sull’ex primo ministro israeliano (frame da Canale 2)

Dice che il nuovo movimento dei coloni «è come un cancro». Che gli insediamenti sono «scoregge». Aggiunge che se Israele annette anche la popolazione araba in Cisgiordania rischia di diventare uno «Stato apartheid». Guarda al futuro del Paese. E la sensazione è che, alla fine, un po’ aveva previsto già tutto. Tutto, tranne il suo assassinio. Forse.

È un Yitzhak Rabin inedito. Poco politico, molto intellettuale e storico. Parole registrate in un’intervista del 1976 e mai resa pubblica perché si trattava di una chiacchierata «off the records». Fino ad ora. Quando – come anticipato dall’emittente tv locale Canale 2 – quelle frasi sono state inserite in «Rabin – Con le sue stesse parole», un film-documentario di Erez Laufer che sarà proiettato al prossimo Haifa International film festival e che arriva a poche settimane dal 4 novembre, giorno del ventennale della sua morte per mano di un estremista di destra nel cuore di Tel Aviv.

Yitzhak Rabin (nel tondo) in un video ripreso da un turista americano nel 1949

Yitzhak Rabin (nel tondo) in un video ripreso da un turista americano nel 1949 (frame da Canale 2)

Il lungometraggio inizia con delle immagini molto mosse, poco nitide. Risalgono al 1949 e si vede un giovanissimo Rabin mentre conversa con alcuni turisti americani. E americano – e turista – è anche l’autore di quel filmato, inedito pure quello. Lo Stato d’Israele è agli albori e Rabin è un ufficiale nel neonato Commando meridionale. «Non c’è nulla di più difficile per un uomo che parlare di sé, ma è vero che sono una persona chiusa», risponde Rabin pochi minuti più avanti a chi gli chiede del suo carattere introverso.

Poi ecco le frasi sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Frasi che Rabin chiede di non usare, «perché queste cose non le dirò certo pubblicamente». Si lamenta del movimento dei coloni, Rabin. Parla di tentativo – deliberato – di chi è addirittura venuto dagli Usa in nome della religione «di far scontrare il governo israeliano con attivisti che imperversano qua e là» nelle colline oltre Gerusalemme. «Da un punto di vista storico una persona potrebbe chiedersi perché lo Stato d’Israele si sia fatto trascinare nel 1976 in discussioni mistiche su qualche schifoso e insignificante posto sul quale qualcuno ha deciso di legare l’esistenza stessa del nostro Stato. È incredibile».

«Quello che vedo in Gush Emunim (il “Blocco dei fedeli”, i fondatori del movimento dei coloni, ndr) è uno dei fenomeni più pericolosi dello Stato d’Israele», confida ancora Rabin. «Eppoi cos’è un insediamento? Che lotta è mai questa? Quali sono i suoi metodi? L’insediamento è una scoreggia». Ecco perché «Gush Emunim non è un movimento di coloni. È paragonabile a un cancro nel tessuto della società democratica d’Israele. È una realtà che s’impossessa della legge».

© Leonard Berberi

L’ultimo discorso di Rabin prima di essere ucciso

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Le dure parole del presidente che scuotono Israele

Un gruppo di palestinesi porta il corpicino del piccolo Ali, 18 mesi, morto bruciato dopo l'attacco alla sua casa nel villagio di Duma, vicino Nablus (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Un gruppo di palestinesi porta il corpicino del piccolo Ali, 18 mesi, morto bruciato dopo l’attacco alla sua casa nel villagio di Duma, vicino Nablus (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Perché, poi, quand’è troppo è troppo. E hai voglia ad aggrapparti a tutto quel che di diplomatico c’è in te. Hai voglia ad appellarti a tutta la tua esperienza e alla tua vecchiaia. Che non sei uno qualunque, ma il presidente dello Stato d’Israele. E ti hanno svegliato alle prime luci dell’alba per dirti che a pochi chilometri da casa tua qualcuno – che professa obbedienza al tuo stesso Dio e alla tua stessa bandiera – ecco, quel qualcuno s’è messo a lanciare una bottiglia incendiaria dentro a una casa abitata da palestinesi. E che le fiamme hanno divorato le mura, i mobili, le istantanee di una famiglia, ma soprattutto lui, Ali, piccolo, piccolissimo, 18 mesi appena, morto bruciato mentre la madre era fuggita con un mucchio di lenzuola credendo di avere il figlio tra le braccia, di averlo portato al sicuro e invece no, il figlio non s’era mai mosso. S’era spostato – per il troppo caldo – un metro più in là. E qualche ora dopo di lui rimanevano soltanto le foto e un mucchio più di cenere che d’ossa. Intanto mamma, papà e fratellino di quattro anni lottano ancora in ospedale.

Una foto bruciacchiata di Ali, dentro la casa dov'è morto bruciato il bimbo. I suoi genitori e il fratello di 4 anni lottano in ospedale (foto di Jaafar Ashtiyeh/Afp)

Una foto bruciacchiata di Ali, dentro la casa dov’è morto bruciato il bimbo. I suoi genitori e il fratello di 4 anni lottano in ospedale (foto di Jaafar Ashtiyeh/Afp)

Così lui, Reuven Rivlin, 75enne con quella faccia del nonno buono, di quello – per intenderci – a cui tu ti rivolgi per chiedergli qualche soldo, qualche carineria in più perché i tuoi genitori non ne vogliono sapere, ecco Rivlin ha scritto in arabo ed ebraico sul suo profilo Facebook – per parlare a tutti e a qualsiasi latitudine del globo – che quello scempio umano non poteva passare con delle semplici critiche politiche e le solite polemiche. «Più che vergogna provo dolore, perché membri del mio popolo hanno scelto la via del terrorismo e hanno perso il volto umano», ha commentato il capo dello Stato. «La loro strada non è la mia, la loro strada non è la nostra». Poi ha dato una stoccata a chi, nel recente passato, ha usato la mano morbida – troppo morbida – nei confronti del terrorismo ebraico.

Il presidente d'Israele Reuven Rivlin visita in ospedale Ahmed Dawabsha, papà di Ali (foto di Mark Neyman/GPO)

Il presidente d’Israele Reuven Rivlin visita in ospedale Ahmed Dawabsha, papà di Ali (foto di Mark Neyman/GPO)

«Le fiamme dell’odio che si stanno diffondendo nel Paese finiranno per distruggere Israele», ha avvertito sabato Rivlin durante una manifestazione pubblica a Gerusalemme. E non si riferiva soltanto all’attentato in Cisgiordania contro la famiglia palestinese. Ma anche all’aggressione – da parte di un ebreo ultraortodosso recidivo – durante il Gay Pride di Gerusalemme (6 feriti, una ancora in gravi condizioni). «Lo sappiamo che ogni società ha le sue frange radicali ma oggi dobbiamo chiederci: cosa sta succedendo nel nostro Paese a tal punto da portare estremismo ed estremisti a palesarsi alla luce del giorno e muoversi indisturbati? Cosa ha permesso all’erbaccia di minacciare la sicurezza di un intero giardino di fiori?».

«Provo davvero vergogna che in un Paese come il nostro – che ha assistito ai massacri di Shalhevet Pass (ucciso nel 2001 a Hebron da un cecchino palestinese, nda), della famiglia Fogel (trucidata nel 2011), di Adele Biton (la neonata morta quest’anno dopo essere stata ferita nel 2013), di Eyal, Gilad, Naftali (gli adolescenti rapiti e uccisi l’estate scorsa), di Mohammed Abu Khdeir (il giovanissimo palestinese preso e bruciato vivo poco da estremisti ebrei in risposta all’aggressione ai tre adolescenti) – ci sia ancora gente che non esita un attimo a riaccendere il fuoco, a bruciare la carne di un bambino, ad aumentare l’odio e il terrore».

Un momento della protesta sabato sera, 1° agosto, a Gerusalemme contro ogni tipo di violenza, compra quella omofoba durante il Gay Pride della città di questa settimana (foto di Yonatan Sindel / Flash90)

Un momento della protesta sabato sera, 1° agosto, a Gerusalemme contro ogni tipo di violenza, compra quella omofoba durante il Gay Pride della città di questa settimana (foto di Yonatan Sindel / Flash90)

Odio e terrore. Lo stesso che – nelle ore successive a quelle parole – decine di persone hanno riservato allo stesso Rivlin. Con qualcuno che si chiede se il suo intervento su Facebook non vada interpretato «come un sintomo iniziale di Alzheimer». Un livello di polemica nei confronti del presidente d’Israele che ha comunque allertato la sicurezza interna, tanto da portarla ad aumentare i cordoni di protezione attorno al capo dello Stato. Anche perché più di un utente gli ha ricordato il precedente del 1995. «Farai una fine peggiore di Ariel Sharon, vedrai», gli ha scritto uno. «Prego che venga fuori un altro Yigal Amir (l’estremista di destra che ha ucciso Yitzhak Rabin) e che faccia sparire te e gli arabi dalla nostra nazione ebraica. Ti auguro ogni malattia e ogni sofferenza».

Al fianco di Rivlin – che arriva dal Likud, destra – si sono schierati quasi tutti i partiti presenti in Parlamento. La sinistra. Le forze laiche. Quanto alle indagini sono passate poche ore dopo nelle mani dei servizi segreti israeliani. L’attacco terroristico – come viene di fatto definito – è protetto da censura. Quello che si è riuscito a ricostruire finora è che gli assalitori sarebbero arrivati nel villaggio palestinese a piedi. E proprio per questo dettaglio gli autori potrebbero essere arrivati da alcuni insediamenti ebraici a poca distanza.

© Leonard Berberi

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attualità, economia

L’anno nero dei coloni: la campagna di boicottaggio fa crollare l’export del 14%

Un lavoratore tailandese lavoro riposa sul retro di un camioncino riempito di fiori appena tagliati nell'insediamento ebraico di Petsael (foto di Oded Balilty/Ap)

Un lavoratore tailandese lavoro riposa sul retro di un camioncino riempito di fiori appena tagliati nell’insediamento ebraico di Petsael (foto di Oded Balilty/Ap)

Il boicottaggio, certificano i numeri, funziona. Gli attivisti filo-palestinesi esultano. I coloni dicono che stanno puntando su altri mercati e che «non c’è da festeggiare perché diamo lavoro ad almeno 6.000 palestinesi». Mentre a Gerusalemme più di qualcuno non nega che il problema rischia di portare tensioni sociali. Per non parlare delle ripercussioni sull’economia dello Stato ebraico.

E allora: dicono i numeri che il 2013 – grazie o per colpa della campagna internazionale di boicottaggio – è stato l’«anno nero» per il mercato dei prodotti realizzati negli insediamenti ebraici in terra cisgiordana. Le esportazioni dei 21 centri più importanti sono calate del 14 per cento (pari a 29 milioni di dollari) dopo la decisione presa da molte catene europee di distribuzione alimentare – soprattutto britanniche e scandinave – di non mettere più nei loro scaffali peperoni, aromi, datteri, uva ed erbe fresche coltivati dai coloni.

«I danni sono chiaramente enormi», ha raccontato all’Associated Press David Elhayani, capo del Consiglio regionale della Valle del Giordano, l’ente che rappresenta circa 7 mila coloni. «Oggi, a dire il vero, non stiamo vendendo praticamente nulla nell’Europa occidentale».

Tutto è iniziato nel 2005 quando alcuni attivisti palestinesi, per costringere Israele a ritirarsi dalla West Bank, lanciarono la campagna di «boicottaggio, disinvestimento e sanzioni» (Bds). La cosa è partita in sordina. Ma poi è arrivata in Europa e negli Usa dove ha attecchito presso le organizzazioni di sinistra. «Si tratta comunque di un fastidioso rumore di fondo», ha commentato tempo fa Yigal Palmor, portavoce del ministero degli Esteri. Opinione non condivisa da Yair Lapid. Che, in un’intervista di settimana scorsa al sito internet Ynet, ha spiegato senza troppi giri di parole: «Questa situazione non può andare avanti così. Prima o poi colpirà in modo pesante il nostro portafoglio, per non parlare delle esportazioni».

Alcuni palestinesi tagliano le cipolle in un campo agricolo di proprietà di un colono vicino all'insediamento di Tomer. Secondo l'organizzazione ebraica locale almeno 6 mila palestinesi hanno un lavoro grazie alle aziende agricole dei coloni (foto di Oded Balilty/Ap)

Alcuni palestinesi tagliano le cipolle in un campo agricolo di proprietà di un colono vicino all’insediamento di Tomer. Secondo l’organizzazione ebraica locale almeno 6 mila palestinesi hanno un lavoro grazie alle aziende agricole dei coloni (foto di Oded Balilty/Ap)

«Fino a pochi mesi fa l’80 per cento della mia verdura finiva negli scaffali dei supermercati dell’Europa occidentale, soprattutto in Gran Bretagna», ha raccontato all’Ap Niva Benzion, colona residente a Netiv Hagdud. «Ma negli ultimi due anni le vendite sono crollate: ora il mio nuovo mercato è in Russia e nell’est Europa dove registro un +40 per cento nelle esportazioni». Un dato, quest’ultimo, che non compensa del tutto il calo delle esportazioni nel Vecchio Continente, tant’è vero che lei ha dovuto ridurre di un terzo l’area per le coltivazioni.

«In totale le vendite di peperoni e uva nell’Europa occidentale – soprattutto Regno Unito e Scandinavia – sono crollate del 50 per cento, mentre le spezie hanno registrato un calo tra il 30 e il 40 per cento», conferma Zvi Avner, capo della sezione agricoltura della Valle del Giordano.

Da «Marks & Spencer» («Dal 2007 non vendiamo prodotti degli insediamenti») a «Morrisons» (quarta catena di supermercati in Gran Bretagna), da «Co-op» («Gli insediamenti sono illegali») a «Waitrose» («Non è un boicottaggio, le motivazioni sono commerciali»), sono sempre di più le aziende che decidono, per un motivo o l’altro, di non rifornirsi più presso le società che hanno sedi o terreni negli insediamenti ebraici.

Alcuni giorni fa anche Pggm, fondo pensionistico olandese, ha deciso di optare per il «boicottaggio», ritirando i suoi soldi investiti da 5 banche israeliane «perché coinvolte nel finanziamento delle costruzioni dei coloni in Cisgiordania». Una decisione che non è per niente piaciuta a Gerusalemme, tanto da aver chiesto un chiarimento – il secondo in poche settimane – all’ambasciatore olandese a Tel Aviv.

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Israele, la commissione raccomanda di legalizzare gli insediamenti illegali in Cisgiordania

Il messaggio è chiaro. Le conclusioni pure. La portata – politica e internazionale – altrettanto. Tanto che, dall’altra parte del muro hanno bollato la cosa come «pura provocazione» e «pietra tombale sul processo di pace».

Il fatto è che con un tempismo che a molti è sembrato sospetto la commissione nominata dal governo israeliano per dare un parere su cosa fare con gli insediamenti illegali in Cisgiordania ha inviato il suo rapporto e le sue conclusioni. In sintesi: quegli insediamenti non autorizzati vanno legalizzati.

Di più. «La commissione – ha detto uno dei membri, Alan Baker – crede che lo Stato ebraico abbia il diritto di colonizzarela Cisgiordaniaperché il territorio non è occupato e non ha un governo sovrano». Non solo. «Gli insediamenti illegali – ha continuato Baker – non sono stati autorizzati perché le autorità avevano bloccato le pratiche a causa delle pressioni internazionali». Quindi l’invito all’esecutivo a completare il processo di approvazione degli insediamenti in questione.

La conclusione del rapporto non è una sciocchezza. Certo, non è vincolante. Ma rischia di tracciare la rotta di questo governo e di quelli futuri. Oltre che di offrire la possibilità al premier Netanyahu di legalizzare gli avamposti illegali. Secondo la comunità internazionale proprio quegl’insediamenti costituiscono l’ostacolo principale al processo di pace con i palestinesi, che chiedono chela Cisgiordaniafaccia parte del loro futuro Stato. Un pezzo di terra prima annesso dalla Giordania nel 1948, poi occupato da Israele nel 1967. Quindi la decisione di Amman di rinunciare a rivendicare la sovranità della Cisgiordania nel 1988.

Di là, a Ramallah, non sono stati zitti. «Si tratta di una raccomandazione in assoluta contraddizione con la legge internazionale, con le specifiche risoluzioni delle Nazioni unite e con la politica ufficiale di quasi tutti i Paesi del mondo», ha replicato Ghassan Khatib, portavoce dell’Autorità nazionale palestinese. «Simili posizioni poi sono in contraddizione con gli sforzi internazionali volti a raggiungere la pace con la soluzione a due Stati, uno dei quali dovrebbe essere situato nei territori occupati nel 1967».

A Gerusalemme, ora, si aspettano una risposta della comunità internazionale. E la divisione, sempre più marcata, tra i Paesi contrari a qualsiasi politica favorevole agl’insediamenti (Francia, in primis) e quelli che tendono a chiudere un occhio.

© Leonard Berberi

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Se la marijuana abbatte il muro dell’odio tra coloni e palestinesi

Mettete un po’ di stupefacenti ai negoziati di Pace. Magari serve a qualcosa. Anche perché hai voglia a star lì a sederti, a disquisire, a discutere, a tracciare linee su una mappa che è cambiata ogni anno e che varia – di centimetro in centimetro – ogni ora. La soluzione al conflitto pare sia la droga. Almeno a leggere certi bollettini della polizia.

Scrivono, i «mattinali», che tra i pusher palestinesi e quelli israeliani il muro – fisico e politico – non c’è. Del resto, quando si tratta di fare affari, anche il gatto e il topo s’accordano, s’intendono, mettono da parte le divergenze. Ecco, dice la polizia israeliana di aver scoperto alcuni dei giovani coloni degli insediamenti-bunker di Itzhar, Itamar e Har Bracha, roccaforti in Cisgiordania delle frange estreme del movimento nazionalista-religioso ebraico.

Giovani che – è bene precisarlo – non perdono giorno e occasione per scontrarsi con i vicini-nemici arabi. Ma che, quando si tratta di sballarsi un pochino e di provare il brivido del proibito, non esitano a mettersi in contatto con gli stessi dirimpettai palestinesi per comprare  un po’ d’«erba». Qualche volta si avventurano in piena Cisgiordania, anche in villaggi come Hawara, sempre più campi di battaglia dove si scontrano le diverse ideologie religiose.

Le indagini sono soltanto all’inizio. Ma il sospetto della polizia è che la barriera dell’odio ideologico (ed etnico) vada letteralmente in fumo quando si stratta delle sostanze stupefacenti.

© Leonard Berberi

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Esce la biografia “controversa” di Ariel Sharon

Non è ancora uscito in libreria, è stato visionato solo da un paio di giornalisti, ma fa già discutere. Tanto che qualcuno ha iniziato a mettere in dubbio gli anni al comando dell’esercito e del Paese. La biografia di Ariel Scheinermann (più famoso con il cognome successivo, Sharon), l’ex premier israeliano in coma da gennaio 2006, uscirà nelle librerie dello Stato ebraico tra qualche giorno. Ma al suo interno ci sono notizie che rischiano di mettere in difficoltà anche i massimi dirigenti palestinesi.

Il libro (“Sharon – La vita di un leader”), iniziato da Ariel quand’era ancora in forze, è stato ultimato dal figlio Gilad «dopo aver affondato le mani in scatoloni di cartone pieni di appunti» del padre. Ci sono anche interviste a dirigenti politici – come l’ex presidente Usa George W. Bush e l’ex premier britannico Tony Blair – che cercano di contestualizzare meglio ogni momento storico.

Ed è proprio la contestualizzazione a creare imbarazzi. Il principale quotidiano del Paese, lo Yedioth Ahronoth, è stato l’unico a visionare la biografia in anteprima. E ha scritto che ci sono alcune «sorprese». Come un documento – o meglio: uno stenogramma – relativo a un incontro segreto (verso gli inizi del Duemila) fra Simon Peres, allora ministro degli esteri (ora presidente del Paese), e Abu Mazen, il leader palestinese in corsa per il ruolo di primo ministro e stretto collaboratore di Yasser Arafat, presidente dell’Anp.

Ecco, c’è scritto nel documento, che «se si sapesse di questo incontro, sarei un uomo morto»: sono le parole dette da Abu Mazen a Peres. E ancora: Abu Mazen avrebbe anche aggiunto che «Arafat non è una persona realistica». Gilad Sharon scrive che Peres aveva parlato con il leader palestinese di un vero e proprio piano per estromettere politicamente Arafat. Aggiunge anche che il padre ne era stato informato.

Il libro ripercorre anche le polemiche dell’estate del 2005. Quando Sharon decise di sgomberare gli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza. Gilad racconta di essere stato lui stesso – già nell’ottobre del 2003 –, a consigliare al padre di mettere al sicuro i circa ottomila coloni che vivevano nell’area «perché nella Striscia non avrebbero avuto nessun futuro circondati com’erano da un milione e mezzo di palestinesi ostili».

C’è spazio anche per il massacro dei libanesi nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Correva l’anno 1982 e in piena guerra del Libano, Ariel Sharon si sarebbe opposto alla costituzione della Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi. Lo stesso organismo che poi, alla fine, chiese e ottenne la sua rimozione dalla guida del ministero della Difesa per aver fatto entrare nei campi i falangisti e «per non aver previsto e impedito le stragi».

Dall’entourage di Abu Mazen hanno smentito le anticipazioni sul libro di Gilad Sharon. Ma da Gaza qualcuno ha iniziato a far notare che in quegli anni i rapporti tra l’attuale presidente dell’Anp e Gerusalemme erano fin troppo cordiali. Intanto sulla stampa israeliana sono comparse anche i primi commenti. «Se la versione di Gilad Sharon è vera, costituisce una macchia nella biografia di Sharon», è stato scritto in un editoriale pubblicato sul free press nazionalista “Israel ha-Yom” (Israele Oggi). «Viene fuori l’immagine di un premier populista flaccido, non di uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi». Il diretto interessato non può ovviamente rispondere. Bloccato com’è da un letto d’ospedale e dai tubi che lo tengono in vita per non si sa ancora quanto.

Leonard Berberi

[Nella foto in alto, Ariel Sharon nel 1982 durante il conflitto con il Libano; più in basso la copertina del libro e il figlio Gilad, autore dell’ultima parte della biografia]

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Netanyahu contro i coloni: “Avete perso ogni contatto con la realtà mediorientale”

Quand’è troppo è troppo. Inondato di richieste e di lamentele, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha perso la pazienza con i rappresentanti dei coloni degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Ha urlato loro contro, li ha accusati di «aver perso il contatto con la realtà politica in cui si trova Israele».

Netanyahu, nel corso di una riunione del gruppo parlamentare del suo partito, il Likud, è stato criticato dai rappresentanti di diversi insediamenti cisgiordani che si lamentavano per lo scarso numero di gare d’appalto per la costruzione di nuove case nelle colonie ebraiche.

«Sono persone che non sanno in che mondo vivono», ha sbottato il premier. «Chi non vive in questo mondo si può permettere di ignorare tutto, ma io vi esorto alla prudenza per proteggere le case che già ci sono. In discussione oggi sono le stesse costruzione esistenti e non quelle future».

«Tutti noi vogliamo rafforzare gli insediamenti», ha continuato Netanyahu. «Ma ci troviamo poche settimane dopo la riunione del Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu) e dopo il veto Usa (a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ Onu di condanna di Israele per le costruzioni negli insediamenti) e prima della prossima riunione del Quartetto. Bisogna tenere conto della realtà in cui viviamo in un momento in cui il Medio Oriente sta attraversando cambiamenti fondamentali».

Quindi rivolto ai coloni ha aggiunto: «Voi potete anche decidere di sbattere la testa contro il muro, ma io non sono abituato a comportarmi così. Ci troviamo in una realtà internazionale molto difficile e anche ottenere il veto Usa al Consiglio di Sicurezza ci è costato un grande sforzo. Noi possiamo anche ignorare tutto e dire che non ci sono problemi. Ma io come primo ministro sono responsabile di questo Paese e la mia è una responsabilità generale».

L.B.

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