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I proiettili, i video, le smentite: il giallo sulla morte di due adolescenti palestinesi

Nadim Siam Nuwara e Muhammad Mahmoud Salameh, entrambi 17enni, morti lo scorso 15 maggio in Cisgiordania (frame da Cnn)

Nadim Siam Nuwara e Muhammad Mahmoud Salameh morti lo scorso 15 maggio in Cisgiordania (frame da Cnn)

«Eccolo qui il proiettile che ha ucciso mio figlio: l’ho trovato incastrato nello zaino che aveva in spalla». Una settimana e due morti dopo resta ancora tanto da chiarire su cosa sia successo nel villaggio palestinese di Beitunia il 15 maggio scorso. Quando, durante le proteste che hanno accompagnato la celebrazione del Nakba Day due adolescenti, Nadim Siam Nuwara, 17 anni, e Muhammad Mahmoud Salameh, 16, sono stati colpiti da colpi di fucile sparati – accusano in molti – dai soldati israeliani.

I filmati (sotto), pubblicati dall’associazione «Defense for children International – Palestine» e da “B’Tselem”, sembrano dare ragione a questa ricostruzione. Da due telecamera a circuito chiuso, installate in un distributore di benzina, si vede questo gruppo di giovani palestinesi che lancia pietre verso qualcosa fuori visuale. Poi a un certo punto uno degli adolescenti cade a terra. È Nadim. Sono le 13.45 e 51 secondi. In molti accorrono verso di lui. Se lo portano via. Nulla da fare. Morirà pochi minuti dopo. Il proiettile gli ha trapassato la schiena.

Poco più di un’ora dopo il copione si ripete (nel filmato sotto): stesso luogo, stessa dinamica. Sono le 14.58 e 51 secondi. Un colpo e il ragazzo palestinese cade a terra. Si tratta di Muhammad. E ancora coetanei che cercano di salvarlo. E però il risultato è lo stesso: muore anche lui.

L’esercito dello Stato ebraico smentisce questa versione. Peter Lerner, portavoce dell’Idf, da giorni ripete che «i nostri soldati hanno sparato soltanto proiettili di gomma, perché erano gli unici messi a loro disposizione». Mentre l’organizzazione israeliana che si batte per la difesa dei diritti umani, B’Tselem, ha fornito un documento in cui, «secondo i medici interpellati da noi», i due ragazzini uccisi – oltre ad altri due feriti – «sono stati colpiti da proiettili veri, non di gomma».

Il momento in cui uno dei soldati israeliani spara contro il gruppo di manifestanti palestinesi (frame da Cnn)

Il momento in cui uno dei soldati israeliani spara contro il gruppo di manifestanti palestinesi (frame da Cnn)

A riaccendere le polemiche è arrivata la Cnn: un operatore della tv all news americana si trovava proprio lì, quel giorno. E ha filmato il gruppo di soldati israeliani che dall’alto guarda la situazione. Nel servizio trasmesso si vede uno dei militari prendere la mira e sparare. «Questo è il proiettile con cui gl’israeliani hanno ucciso mio figlio», dice all’inviato dell’emittente Siam Nuwara, il padre di Nadim. Mostra un piccolo pezzo di metallo avvolto in un sacchetto di plastica. Poi mostra il libro dentro lo zaino con tracce del sangue del figlio.

© Leonard Berberi

CORREZIONE: Nella prima versione del post è stato scritto che Muhammad Mahmoud Salameh aveva 17 anni. In realtà il giovane di anni ne aveva 16, com’è stato poi comunicato ufficialmente dalle autorità palestinesi

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“C’eravamo tanto amati”. Israele e Usa mai stati così lontani

Il presidente Usa Barack Obama (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il presidente Usa Barack Obama (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Mai stati così lontani. Mai stati così l’uno contro l’altro. E se non è rottura poco ci manca. Perché per chiudere una «relazione» durata decenni servono giorni, settimane. Forse mesi. Ma ormai è ufficiale: finché a Washington ci sarà Barack Obama Israele non intende fare nulla di più di quel che richiede il protocollo della diplomazia tra due Paesi che hanno semplici contatti. Tanto che, dice un diplomatico israeliano a Falafel Cafè, «in Medio Oriente siamo al liberi tutti: ognuno può fare quello che vuole».

A Gerusalemme sono furiosi. L’incontro a sorpresa previsto venerdì pomeriggio, 8 novembre, tra il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, secondo molti porterà alla firma della prima parte dell’accordo sul nucleare di Teheran. Il che si traduce in un alleggerimento delle sanzioni nei confronti del regime islamico. E quindi in una maggiore facilità nel portare dentro il Paese materiale potenzialmente pericoloso. Una mossa – peraltro non annunciata nemmeno agli esponenti dello Stato ebraico – che viene vista come la «pietra tombale» dei rapporti sull’asse Washington-Gerusalemme.

Sull’Iran la posizione del premier israeliano Benjamin Netanyahu è da sempre quella: niente alleggerimento, andare avanti con le sanzioni, cercare di bloccare – con le buone o con le cattive – i progressi nucleari di Teheran. Chiusura totale, insomma. Del resto come potrebbe essere altrimenti, ha sempre detto Netanyahu a Obama, «con uno Stato che non solo ci vede come dei nemici, ma che progetta ed esalta la nostra distruzione? Fai attenzione perché stai facendo un errore storico».

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (foto Ap)

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (foto Ap)

Nulla da fare. Il presidente americano, nel pieno ormai della seconda fase della sua dottrina, non intende retrocedere. Obama pensa che gli Usa ormai abbiano fatto la loro parte: basta quindi prendersi in carico i problemi del mondo, stop agli interventi – armati e umanitari – in aree di guerra. Washington guarda all’Estremo Oriente. Quello Medio sembra non rientrare più tra le aree strategiche.

A Gerusalemme se ne sono accorti. Hanno provato per un po’ a far cambiare idea all’amministrazione americana. Si sono anche seduti al tavolo con la controparte palestinese, dallo scorso luglio, per riprendere i negoziati di Pace e per risolvere – una volta per tutte – il conflitto che dura da decenni. Ma nulla da fare. Così il governo dello Stato ebraico, dopo una lunga consultazione con i vertici dell’Intelligence, ha preso atto che i tempi sono cambiati.

Il ragionamento che va per la maggiore tra i ministri dell’esecutivo Netanyahu è questo: gli Usa hanno ormai abbandonato il campo mediorientale. Israele è da solo. Da un lato è meno protetta, ma dall’altro ha mani libere sull’area. «Mani libere» che la sera del 30 ottobre hanno portato l’esercito a lanciare razzi contro un deposito militare di Latakia, in Siria. Il primo attacco da luglio. Il primo dopo la decisione di Assad di smaltire le armi chimiche.

Subito dopo – spiegano da Gerusalemme – è stato spiegato all’amministrazione americana quel che era appena successo in territorio siriano. Una notizia che non è per nulla piaciuta a Obama, da settimane impegnato a evitare a tutti i costi l’intervento armato contro Assad. Anche a costo di fare giravolte diplomatiche che non sono per nulla piaciute ad alcuni paesi arabi (vedi alla voce Arabia Saudita).

Le rivelazioni della Cnn sul raid aereo d'Israele contro la Siria il 30 ottobre scorso. Rivelazioni che hanno fatto arrabbiare Gerusalemme

Le rivelazioni della Cnn sul raid aereo d’Israele contro la Siria il 30 ottobre scorso. Rivelazioni che hanno fatto arrabbiare Gerusalemme

Di qui la decisione di «rispondere» a questo gesto spifferando il tutto alla Cnn. Il gioco, per gli americani, è stato facile: è bastato un alto funzionario della Casa Bianca. La notizia s’è diffusa in tutto il mondo. E a Gerusalemme è stato una lunga serie di «sono scandalosi», «non ci si comporta così», «Obama a che gioco sta giocando?». «Gli Usa hanno fatto una cosa incredibile, impensabile», hanno raccontato esponenti del governo israeliano alla tv Canale 10. Mentre altri ancora hanno puntato direttamente il dito: «L’indiscrezione del nostro attacco è venuta direttamente dalla Casa Bianca», hanno raccontato altri a Canale 2.

E veniamo a queste ore. Con un’accelerazione improvvisa del tavolo sul nucleare e la rabbia d’Israele. Tanto che a Gerusalemme stanno pensando a come «rispondere» all’atteggiamento americano. I falchi del governo premono per far saltare i colloqui di Pace con i palestinesi. I vertici della sicurezza nazionale, invece, stanno convincendo il primo ministro a dare l’ok alla rivelazione – in via indiretta – di materiale top secret che potrebbe mettere gli americani in una posizione ancora più imbarazzante di quanto non siano già a causa dello scandalo Nsagate.

Un tempo amanti. Poi diventati marito e moglie. Ora in piena causa di separazione. E chissà quando, e se, arriverà il divorzio. Di certo non mancheranno i colpi bassi sia da Washington che da Gerusalemme. Per la gioia di Hezbollah. Di Assad. Dell’ayatollah Khamenei. E, ovviamente, di Putin.

© Leonard Berberi

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E Netanyahu sbottò contro gli Usa: decidiamo noi se e quando attaccare l’Iran

«Con tutto il rispetto, voi non siete a un tiro ti schioppo dal vostro peggior nemico e dalle sue bombe atomiche. Decidiamo noi quando, come e chi attaccare. Soprattutto quando è in gioco l’esistenza stessa d’Israele». Raccontano che a un certo punto Benjamin Netanyahu, premier d’Israele, non ce l’ha fatta più. E così, dopo due ore di colloquio drammatico con il consigliere americano della Sicurezza nazionale Tom Donilon, ha sbottato. E ha annunciato quel che da giorni si sapeva e si diceva tra i corridoi del governo: Israele continua a considerare gli Usa come partner strategico di primo livello, ma ora quel che conta è annientare il pericolo iraniano. Con o senza le bombe. Con o senza gli americani e la comunità internazionale.

«Siamo stanchi di questi continui tira e molla americani», avrebbe detto Netanyahu all’interlocutore diretto della Casa Bianca. «Non è questione di diplomazia: qui o l’Iran smette con il suo programma nucleare e le minacce nei nostri confronti o non potremo far altro che intervenire militarmente». A quel punto, stando ai pochi presenti, il consigliere Donilon avrebbe accennato un sorriso, avrebbe stretto la mano al primo ministro e se ne sarebbe tornato dritto a Tel Aviv a riferire tutto a Washington.

L’incontro è avvenuto la sera di domenica 19 febbraio. Due ore di colloquio «burrascoso» tra l’emissario di Obama e – per dirla con un consigliere americano – «un acrimonioso Netanyahu». La notizia, a dire il vero, è filtrata prima a Washington. Poi è rimbalzata a Gerusalemme. Dove, però, l’ufficio stampa del premier dello Stato ebraico ha smentito il faccia a faccia sia mai avvenuto.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Ap)

Secondo l’indiscrezione, l’amministrazione americana starebbe puntando su una «soluzione condivisa della crisi». Niente attacco militare, colloqui sempre più serrati (magari in un posto “neutro” come Istanbul), serie di sanzioni e magari anche qualche concessione. Una politica di «appeasement» che non sarebbe affatto piaciuta a Netanyahu. Tanto che il premier israeliano avrebbe tirato in ballo la Seconda guerra mondiale, l’atteggiamento «accomodante» di Regno Unito e Francia prima dello scoppio del conflitto e «le conseguenze catastrofiche, guarda caso, per il popolo ebraico». «Mentre voi prendete tempo – avrebbe urlato il primo ministro al consigliere americano – a Teheran continuano a fare quel che gli pare».

Per Netanyahu sono due i problemi da risolvere al più presto: l’arricchimento dell’uranio per mano iraniana  «dal 20%, come minimo, fino al 90%» e il trasferimento del materiale nei depositi sotterranei (soprattutto nei pressi di Fardu, a pochi chilometri da Qom). «Non possiamo permettere che Teheran arricchisca e nasconda il suo uranio, per questo è valida qualsiasi opzione, anche quella militare», avrebbe continuato Netanyahu. Che, a questo punto, avrebbe anche puntato il dito contro gli Usa e la loro speranza «vana» di fermare «i progetti folli degl’iraniani». «Anche se dovessimo sederci a un tavolo, la Repubblica islamica userà il tempo per lavorare ancora di più per costruire la bomba atomica».

Il giorno dopo, lunedì 20 febbraio, il consigliere Donilon ha incontrato il ministro della Difesa Ehud Barak. Di certo non una colomba, secondo i bene informati. Se è vero che, da un mese a questa parte, sarebbe il più grande sostenitore – all’interno del governo – dell’opzione militare contro l’Iran. Anche a Barak Donilon avrebbe ripetuto le stesse cose dette a Netanyahu. Mentre il ministro della Difesa ha ricordato – con fastidio – «l’operazione mediatica americana volta a farci desistere dall’intervenire contro Teheran».

Il consigliere della sicurezza nazionale americana, Tom Donilon nello studio Ovale. Di spalle, il presidente Usa Barack Obama

Ecco, a proposito di informazione statunitense. È vero quel che dice il ministro Barak: negli Usa c’è un gran vociare di giornalisti, analisti ed esperti militari. La maggior parte spinge per la carota, piuttosto che per il bastone. Alla Cnn, il generale Martin Dempsey, il numero uno delle forze armate americane, ha detto che, «Israele ha sì la capacità di colpire l’Iran, ma – nello scenario più ottimistico – può rallentare i lavori sull’uranio fino a un massimo di due anni. E, francamente, ritengo che certi obiettivi militari dello Stato ebraico siano fuori dalla portata delle armi a disposizione». Mentre sul New York Times certi esperti mettono in dubbio la capacità dei jet israeliani «di raggiungere l’Iran senza dover richiedere un’operazione delicatissima come quella del rifornimento in volo». Insomma: secondo gli americani Israele non avrebbe la capacità di far male alla Repubblica islamica.

Sullo sfondo dei colloqui falliti tra Usa e Israele, si muovono tre fronti, altrettanto interessanti. Il primo, già in atto, è quella degl’ispettori dell’Aiea (Agenzia internazionale dell’energia atomica): gli emissari sono sbarcati a Teheran con l’obiettivo di «chiarire le “zone d’ombra” del programma nucleare iraniano e i suoi obiettivi». È il secondo tentativo in meno di un mese. Gli esperti chiederanno anche di sentire gli scienziati che compaiono in una lista di nomi arrivata all’Aiea e che occuperebbero posizioni importanti all’interno del progetto atomico.

Il secondo fronte è quello russo. Da un lato il generale russo Nikolai Makarov ha detto che un eventuale attacco israeliano contro l’Iran «non potrà che avvenire con il coordinamento di alcuni governi». E la decisione, sull’intervento militare, «sarà fatta entro l’estate». Poco dopo, la Russia ha richiamato in patria – e senza dare spiegazioni – la portaerei “Ammiraglio Kutznetsov”, ancorata al porto siriano di Tartus.

Il terzo fronte è quello iraniano. Da un lato, il Paese ha sollecitato domenica «una rapida ripresa delle trattative sul nucleare con l’Occidente». Dall’altro, ha annunciato il blocco delle forniture di petrolio alla Gran Bretagna e alla Francia dopo il voto europeo sulle sanzioni. Non solo. Ha minacciato di tagliare i rifornimenti anche a Italia, Spagna e Grecia. Secondo i calcoli dell’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2011 il 13% del petrolio arrivato nel nostro Paese era “made in Iran”.

© Leonard Berberi

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«Aria di guerra con l’Iran». E le tv del mondo prendono d’assalto i terrazzi di Tel Aviv

Mettete i padelloni sui vostri tetti. E non dimenticate le telecamere, i treppiedi, i microfoni, le luci, i monitor di servizio. Mettete un po’ di cerone sul volto. Fate un sorriso all’obiettivo. E preparatevi ad andare in diretta. E che diretta!

C’è un certo entusiasmo in questi giorni in molte redazioni delle grandi emittenti televisive del mondo. «La guerra Israele-Iran è sempre più vicina, dobbiamo stare pronti», è ormai la frase del momento. E così, in piena fase elettrizzante, decine di canali tv – a partire da Cnn, Abc, Cbs, Al Jazeera, Al Arabiya, Reuters e Associated Press – ecco, decine di canali tv sono pronti da giorni ad andare in diretta dal “fronte di guerra” israeliano.

Così pronti che, a Tel Aviv, è balzato alle stelle l’affitto di certi tetti e terrazzi, quelli dei palazzoni a più di dieci piani. Sì, proprio i tetti e i terrazzi. A scriverlo, a svelare quel che si andava passando di bocca in bocca nella città che non dorme mai, è stato il quotidiano economico “The Globes”. Le grandi emittenti vogliono avere un posto in prima fila nello scontro a suon di missili e bombe. Ovviamente in piena sicurezza per gl’inviati. Tanto che, secondo il giornale israeliano, «nei giorno scorsi alcuni produttori tv sono venuti a Tel Aviv per esaminare la rete delle comunicazioni via satellite e le misure di protezione in caso di attacco ravvicinato».

«Sarebbe illogico non prepararsi a seguire questa guerra», racconta un cronista straniero a “The Globes”. «Qui ogni giorno sentiamo il ministro israeliano della Difesa (Ehud Barak, nda) parlare apertamente di un conflitto armato imminente con l’Iran». La conferma di una maggiore domanda delle tv straniere arriva anche dalle parole di Hanani Rapoport, Ceo della Jcs, una società di produzione video che lavora per i media stranieri: «Continuiamo a ricevere le telefonate dei nostri clienti che cercano di assicurarsi che al momento giusto le loro telecamere siano in grado di trasmettere le immagini al resto del mondo».

Le tv occidentali sono quelle più agguerrite. «Non possono più permettersi di arrivare dopo le all news arabe, Al Jazeera e Al Arabiya», ci spiega un giornalista israeliano. «Soprattutto dopo il ritardo enorme visto nella copertura della “Primavera araba”». E alla memoria di molti riaffiora il 18 gennaio 1991. Alle 3 di notte (ora israeliana, alle 2 in Italia) i primi missili Scud lanciati da Saddam Hussein colpirono Tel Aviv, Haifa e Dimona (dove si trova il centro nucleare). Dopo poche ore di bombe volanti ne erano state esplose 43. In quell’occasione – ricorda il cronista israeliano – «la Cnn fece i salti mortali per mandare in diretta le esplosioni e una città, Tel Aviv, in fiamme in alcune zone». «Cable news network» fu la prima a mandare in onda quelle immagini. E lo fece dal terrazzo di una palazzina, affittato a peso d’oro.

© Leonard Berberi

I missili Scud su Tel Aviv – 18 gennaio 1991

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E’ Helen Thomas il personaggio più antisemita dell’anno

Sul primo posto, quest’anno, non c’erano proprio dubbi. Sul resto della classifica, invece, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Perché, dicono dal Centro Simon Wiesenthal, questo 2010 è stato forse tra i più antisemiti.

E allora. Il trofeo lo vince la novantenne Helen Thomas. È la veterana del giornalismo americano ad essere considerata la persona che ha detto la frase più diffamante nei confronti degli ebrei. «Gli ebrei se ne devono andare dalla Palestina perché quello non è il loro posto», aveva detto la Thomas agli inizi di giugno. E l’aveva fatto di fronte a un telefonino dotato di videocamera. Quel video (che potete vedere qui) ha fatto il giro del mondo e la corrispondente dalla Casa Bianca è stata costretta a dimettersi. Nel farlo, s’è scusata con gli ebrei. Ma qualche giorno fa è tornata alla carica. E ha aggiunto: «Il Congresso americano, la Casa Bianca, Hollywood e Wall Street sono in mano ai sionisti».

Il secondo gradino, quindi medaglia d’argento dell’antisemitismo, è di Oliver Stone. Il regista ha detto, ed era gennaio 2010, che «Hitler è stato un facile capro espiatorio della Storia ed è stato usato per coprire altre colpe». E a luglio ha spiegato meglio: «Hitler ha fatto più danni ai russi che agli ebrei. E qui da noi sono la lobby più potente del Paese. Israele ha fregato la politica estera americana per molti anni».

Al terzo posto s’è piazzato l’ex primo ministro malese Mahatir Mohammad. In un tripudio di antisemitismo, Mohammad ha detto che «gli ebrei sono sempre stati un problema per l’Europa. dovrebbero essere confinati in ghetti per essere poi massacrati periodicamente».

Giù dal podio, ma per poco, il vice ministro dell’Informazione dell’Autorità nazionale palestinese, Al-Mutawakil Taha che si è limitato – si fa per dire – a evidenziare come «non ci siano evidenze storiche che colleghino l’area del Muro del Pianto all’Ebraismo». E quindi Gerusalemme tutta dovrebbe essere palestinese.

Tra i top ten sono finiti anche Thilo Sarrazin, della Banca centrale tedesca, Karel de Gucht, capo negoziatore del commercio dell’Unione europea, Rick Sanchez, ex corrispondente della Cnn, Petras Stankeras, storico e consigliere del ministero dell’Interno lituano, Christina Patterson, giornalista britannica dell’Indipendent.

Decimo, e ultimo, posto ai social network: Facebook, Twitter e Yahoo. Ma si sa che, soprattutto in questo 2010, gli imbecilli son finiti a discutere negli spazi virtuali.

© Leonard Berberi

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Costumi da bagno, guerre mondiali e svastiche

La modella Genevieve Morton posa su un velivolo con le svastiche naziste (foto di Walter Chin)

Sarà pure che gli uomini guardano dritto al contenuto effettivo, fregandosene del contorno. E sarà pure che le donne s’interessano solo dell’abbigliamento. Ma come pensava il fotografo di passare indenne attraverso il reticolo della stampa israeliana, questo è un mistero. E lo resterà a lungo, visto che le foto girano già sul web.

Perché, da un lato, l’inserto di abbigliamento marino di Sports Illustrated accontenta Israele fotografando le modelle Bar Refaeli (finita anche in copertina) ed Esti Ginzburg. Ma dall’altro, in alcune immagini, si vede un’altra modella, Genevieve Morton, che con completino color argento posa sopra ad un aereo militare della Seconda guerra mondiale. Con un piccolo particolare: il velivolo reca degli adesivi con la svastica nazista.

Apriti cielo. Mail di proteste. Telefoni bollenti. E alla fine, Sports Illustrated è così andato nelle edicole senza la foto incriminata. Ma sul sito l’immagine c’è ancora. Come a invitare i contestatori a guardare il cuore della composizione, non il resto ch’è inutile.

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La diplomazia dei pupazzi

Ormai è alla terza stagione. E cammina sulle sue gambe. E’ la versione in salsa mediorentale dei “Muppets”. O, come preferiscono a Gerusalemme, “Rehov Sumsum”. Da tre anni, però, i Muppets made in Middle-east si sono sdoppiati. Una versione israeliana e una araba (“Shara’s Simsim”). Ma il contenuto è rimasto lo stesso: messaggi di pace, di fratellanza. Soprattutto, di reciproco rispetto delle identità. Da una parte. E dall’altra.

Chissà che la diplomazia dei pupazzi serva a qualcosa.

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