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La minaccia del “Quartetto”: “Se Netanyahu non si muove, ok allo Stato palestinese”

I mediatori internazionali del processo di pace mediorientale riuniti nel Quartetto (Usa, Russia, Ue, Onu) potrebbero riconoscere autonomamente i diritti di uno Stato palestinese indipendente entro i confini precedenti alla guerra del 1967, con Gerusalemme Est capitale, se il governo israeliano del premier Benyamin Netanyahu non dovesse proporre di qui a breve un’iniziativa diplomatica credibile di rilancio dei negoziati con l’Anp.

Lo sostengono fonti occidentali concordanti citate dalla stampa internazionale e riprese con enfasi dai media online d’Israele malgrado la bassa intensità informativa del primo giorno della Pasqua ebraica. Secondo le fonti, i componenti del Quartetto ritengono l’attuale fase di stallo incompatibile con i sommovimenti in atto nella regione e stanno «accentuando le pressioni su Israele».

L’ipotesi di un riconoscimento d’autorità della Palestina – che l’Anp, in mancanza di negoziati, prevede di chiedere a settembre all’Assemblea generale dell’Onu entro quei confini del ’67 che includono tutta la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme est – sarebbe ormai anche sul tavolo del Quartetto, sostengono le fonti.

Esse aggiungono che solo il rinvio di una recente riunione, imposto dagli Usa per concedere un po’ di tempo in più a Netanyahu, ha impedito che l’argomento fosse già messo in discussione su proposta europea. Nei prossimi giorni, il dossier sarà al centro di una visita del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen (Mahmud Abbas), in Francia e in Germania.

Mentre si attende che l’amministrazione Obama presenti l’ennesimo piano di rilancio del negoziato – annunciato di recente nello scetticismo generale dal segretario di Stato, Hillary Clinton – e che lo stesso premier Netanyahu, in arrivo a Washington a maggio, renda note a sua volta dinanzi al Congresso le nuove proposte israeliane promesse da tempo.

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Israele, parte del Likud contro Netanyahu. Il premier rischia sulla nuova moratoria

L’uomo è avvisato. Se approva un’altra moratoria edilizia in Cisgiordania sarà guerra. Politica, ovviamente. Ma anche intestina. Perché non è più un segreto il fatto che all’interno del più grande partito al governo – il Likud – s’ingrossa sempre più la fronda contro il proprio leader, nonché primo ministro, Benjamin Netanyahu.

Animi surriscaldati nel governo israeliano. Dalla maratona di colloqui tra il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, e il premier Netanyahu era venuta fuori una prima bozza concreta sul come far ripartire i negoziati di pace con i palestinesi, sospesi il 26 settembre. Lui, Netanyahu, congelava per altri tre mesi le nuove costruzioni dei coloni nella West Bank. In cambio lei, la Clinton, garantiva un pacchetto di aiuti politico-militari a Israele.

Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano e leader del partito Likud

La nuova moratoria dovrebbe essere votata in tempi brevi da un Consiglio di gabinetto ristretto a sedici componenti del governo. Ma dal Likud, il partito di Netanyahu, è iniziato il fuoco di sbarramento. Alcuni parlamentari – tra cui anche il ministro dell’Informazione, Yuli Edelstein – si sono riuniti ieri a Gerusalemme e hanno minacciato di «fare opposizione contro un congelamento in tutti i modi possibili».

Non era difficile immaginarsi una reazione simile. Molti deputati sono legati a doppio filo al movimento degl’insediamenti. Ma molti commentatori hanno evidenziato la violenza del linguaggio usato per criticare il proprio leader. Tanto che Daniel Danon, cofondatore proprio all’interno del Likud della versione israeliana del Tea Party americano, non ha esitato a tirare in ballo lo Shas, il partito ultradosso che, in questo momento, per molti è diventato l’ago della bilancia.

Secondo i media israeliani, la nuova moratoria esclude qualsiasi provvedimento su Gerusalemme Est – cosa che vorrebbero i palestinesi –, ma rischia lo stesso di diventare un banco di prova per Netanyahu. Di più: il passaggio cruciale del suo mandato. Una verifica che potrebbe pure decapitare la sua autorità politica. Anche perché, facendo i calcoli, il via libera al blocco edilizio può contare su una maggioranza risicatissima nel Consiglio di Gabinetto.

Leonard Berberi

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Colloqui di Pace, sulla due giorni di Sharm El Sheikh aleggia il pessimismo

A vedere il destino delle manifestazioni di contorno programmate da giorni si può già dire che quelli che partono oggi saranno colloqui fallimentari. Dall’inizio alla fine. Su Sharm El Sheikh, il teatro del grande evento, aleggia una sorta di maledizione. Con un’agenda piena fitta d’impegni che, all’improvviso, non è più così fitta. E con qualche membro delle delegazioni che anticipa alla stampa possibili disaccordi. Prim’ancora che i colloqui siano davvero iniziati.

È questo, in sintesi, quello che è successo lunedì sera, a poche ore dall’inizio della tavolata di Sharm El Sheikh per discutere il destino e il futuro del Medio oriente. Con l’ufficio del primo ministro israeliano che manda una comunicazione ai giornalisti di tutto il mondo arrivati sul versante egiziano del mar Rosso: tutti gli eventi con la presenza della stampa programmati durante la due giorni di summit sono stati cancellati.

Ai giornalisti sarà data la possibilità soltanto di scattare una foto di rito. Quella dei due leader – Mazen per la Palestina, Netanyahu per Israele – mentre si stringono la mano, ma dietro tramano altro. E per fermare in un’istantanea i sorrisi di circostanza dei due protagonisti insieme al padrone di casa (il presidente egiziano Mubarak) e all’inviata di Obama (Hilary Clinton). Per farci cosa non si sa. Se non per mettere il tutto nell’album – sempre più grosso – degl’incontri internazionali, delle speranze mondiali e dei fallimenti politici sulla questione israelo-palestinese.

Non è solo questo. Perché nella raffica di cancellazioni è finita anche la conferenza stampa al prestigioso Hyatt Hotel che doveva essere gestita dal segretario di stato Usa e nella quale le due autorità – Gerusalemme e Anp – avrebbero dovuto rispondere alle domande dei cronisti. Alla base, ci tengono a far sapere gli americani – che di queste cose s’intendono e ci tengono – il fatto che «le divergenze di opinioni tra israeliani e palestinesi non consentiranno di fare un incontro improntato all’ottimismo».

Segno che questi colloqui di Sharm sono falliti ancora prima d’iniziare? Probabile. Ma è un dato di fatto che i disaccordi tra le due parti si sono palesati negli ultimi giorni. Soprattutto per quanto riguarda il destino del congelamento delle nuove costruzioni in Cisgiordania. Condizione indispensabile per i colloqui, secondo Abu Mazen. Mentre Netanyahu, da più parti invitato a prolungare il blocco (a partire dal presidente Usa Obama), ha preferito non rispondere. O meglio: ha preferito alzare bandiera bianca, sperando in una sorta di congelamento naturale.

Per Netanyahu e Abu Mazen iniziano, forse, i due giorni più difficili dei loro percorsi umani e politici. Ma è una due giorni cruciale anche per Obama. Che sul Medio oriente si sta giocando metà della sua reputazione politica. Tra gli americani. Tra gli occidentali. E tra i musulmani.

Leonard Berberi

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Spunta (dopo nove anni) un filmato che mette in imbarazzo Netanyahu

Il video è spuntato dal nulla dopo nove anni di oblio. E chi ha deciso di metterlo in circolazione sapeva quello che faceva. Perché il filmato – mandato in onda sulla tv israeliana Canale 10 – imbarazza il premier Benjamin Netanyahu e mette in discussione tutti i tentativi di dialogo tra Gerusalemme e l’Autorità nazionale palestinese.

È il 2001. Al vertice c’è Ariel Sharon e da poche settimane il falco della politica israeliana ha deciso di estendere gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Ci sono scontri tra coloni e palestinesi. Ci scappano molti morti.

A far visita ai famigliari di una vittima dell’insediamento ebraico di Ofren c’è Netanyahu. Il primo ministro – ai tempi senza un incarico – quasi non si accorge della telecamera che lo segue. Entra in una casa, dà la sue condoglianze alla famiglia. Poi inizia a parlare di politica. E racconta dei particolari del suo primo mandato, tra il 1996 e il 1999.

Il video incriminato (in ebraico, sottotitoli in inglese sulla pagina YouTube)

«Ho distrutto gli Accordi di Oslo», dice subito Netanyahu. «Ho fatto credere all’amministrazione Clinton di aver dato il via allo stop a nuove costruzioni e a politiche che potessero aiutare il processo di Pace. Ma in realtà facevo l’esatto opposto: firmavo leggi per aiutare l’espansione ebraica».

Non contento, Netanyahu ha spiegato anche che gli attacchi militari dell’esercito israeliano erano stati pianificati «per indebolire la leadership di Yasser Arafat in Palestina». Parole come pietre. Che mettono in difficoltà Netanyahu. Non di fronte all’Autorità nazionale palestinese. Ma di fronte all’amministrazione Usa. Che ora, attraverso Obama, dovrà non solo verificare che il congelamento di dieci mesi avviato dallo stesso Netanyahu stia davvero procedendo, ma dovrà anche tenersi vigile per capire se quello che sta succedendo oggi non sia la continuazione del piano eseguito ieri.

Lui, Netanyahu, per ora tace. Ma più di qualcuno teme che a Canale 10 possa saltare qualche testa. Perché quegli otto minuti di filmato – registrati in tempi non sospetti, ma mandati in onda proprio ora – rischiano di far più danni di un blitz contro una flottigla o di un attacco militare sulla Striscia di Gaza.

Leonard Berberi

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