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La mano dura di Netanyahu: carcere e rimpatrio per 3.000 migranti

«Mai più», aveva detto il premier. Scuro in volto, irritato e risentito, aveva chiesto al consiglio di gabinetto una mossa senza precedenti. E così sarà. Già da questa settimana. Quando – stando all’anticipazione del quotidiano Israel haYom – centinaia di poliziotti andranno a controllare casa per casa, a sud di Tel Aviv, per scovare almeno 3.000 migranti africani entrati illegalmente nello Stato ebraico.

Un’iniziativa senza precedenti. Migliaia di persone che saranno tutte trasportate al centro di detenzione Saharonim, nel sud del Paese. Una decisione presa dopo che la Procura generale del Paese ha chiarito i profili legali: «arrestare i clandestini si può», hanno detto a Netanyahu. Di più. «È anche legale deportare nel loro Paese, il Sud Sudan, i migranti senza permesso di soggiorno».

Le proteste a sud di Tel Aviv contro i migranti africani (foto Activestills.org)

A dire il vero più di qualche giurista non è d’accordo. «Il Sud Sudan è un Paese in guerra, per nulla sicuro», dicono. «C’è più di una convenzione internazionale – alle quali aderisce pure Israele – che vieta di riportare i clandestini nei loro Paesi se questi costituiscono una minaccia all’incolumità degl’interessati».

Ma quella dei clandestini africani è diventata una questione esplosiva. Tanto che più di un partito di destra, di quelli che sostengono Netanyahu, hanno fatto intendere che il premier stava rischiando la sfiducia se non avesse risolto la questione. E del resto le manifestazioni xenofobe degli ultimi giorni a Tel Aviv erano stati un chiaro segnale.

La tolleranza zero di Netanyahu dà così ragione al ministro dell’Interno, Eli Yishai. Da mesi Yishai chiede l’arresto, la carcerazione e l’espulsione degl’illegali. E così sarà. Non solo. Da questo momento in poi chiunque venga sorpreso ad entrare in territorio israeliano da clandestino sconterà in carcere tre anni. E ancora: Yishai vuole rinforzare l’unità anti-clandestini, è intenzionato a chiedere ulteriori fondi al Tesoro, vuole istituire un sistema di sanzioni per quei sindaci che vengono trovati a dare lavoro a illegali.

© Leonard Berberi

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VIDEO / Israele, xenofobia in aumento. E a Tel Aviv è caccia all’africano

Il terrore negli occhi. La notte che si fa più buia di quel che già è. Il respiro che manca. E quella folla inferocita di gente sconosciuta che lì, nel bel mezzo di una delle vie più trafficate della città, si rende protagonista di uno dei tentativi di linciaggio più gravi a memoria d’Israele. Per non parlare degli altri che, a pochi metri di distanza, entrano in un negozio di alimentari distruggendo tutto.

Sud di Tel Aviv, 23 maggio 2012. Il sole è calato da un pezzo. E pure la ragione di queste decine di persone che – armate di slogan razzisti e bastoni e pietre – cercano di rompere tutto quel che identificano come gestita dai migranti africani. I poliziotti? Ci sono. Prima stanno alla larga. Lasciano sfogare le frange più estreme. Poi, però, quando rischia di scapparci il morto, decidono ch’è troppo. E intervengono. I fermati in tutto sono ventuno.

I raduni popolari erano stati organizzati contro l’immigrazione clandestina. Con l’ok di alcuni deputati di destra ed estrema destra. Gli stessi che garantiscono la maggioranza che regge il premier Benjamin Netanyahu. Ma gli slogan xenofobi sono stati soltanto l’antipasto. Poi è stata l’ennesima caccia all’africano. Regolare o meno, non importa. Quel che interessa è fare male.

Le polemiche sono state infinite. Anche se, in mezzo a tutto questo, s’è levata la voce di Eli Yishai, ministro dell’Interno e stella polare del partito ultraortodosso di governo “Shas”. Ecco, mentre tutto il Paese s’è risvegliato un po’ sotto choc per quelle immagini vergognose dalla liberale Tel Aviv, Yishai ha rispolverato la sua fissazione politica contro gli stranieri suggerendo la detenzione temporanea dei clandestini e l’espulsione di massa.

Quando in un’intervista radiofonica gli hanno chiesto un parere sulla manifestazione di mercoledì, il ministro non se l’è sentita di condannare il gesto. «Non posso giudicare un uomo la cui figlia è stata magari violentata o una donna che ha paura di tornare a casa la sera», ha detto Yishai. «Bisogna mettere tutti questi illegali dietro le sbarre di centri di detenzione e poi rispedirli a casa perché rubano il lavoro agli israeliani e perché minacciano il carattere ebraico di Israele».

Quella dell’immigrazione clandestina sta diventando un problema per lo Stato ebraico. Il flusso è ancora basso, rispetto ai paesi europei. Ma crescente. I migranti lasciano l’Africa, arrivano nel Sinai, superano il confine tra Egitto e Israele e vanno a vivere soprattutto nelle periferie delle grandi città come Tel Aviv. Periferie dove, però, covano da anni rancori e frizioni tra i poveri del posto e immigrati arrivati da tempo. Il muro che lo Stato ebraico sta costruendo lungo la frontiera con l’Egitto per ora sembra non aver fermato il flusso più di tanto. In pochi mesi gli irregolari sono schizzati a 60 mila.

© Leonard Berberi

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La denuncia di un giornalista: “Allarme razzismo a Tel Aviv”

A Tel Aviv c’è un problema razzismo? A sentire David Sheen, giornalista israeliano del quotidiano Haaretz pare proprio di sì. Il cronista da mesi sta seguendo con la sua telecamera quello che lui ha chiamato «la nascita del razzismo» nella più grande e cosmopolita città d’Israele.

Nell’ultimo video, Sheen ha seguito una manifestazione organizzata da ebrei nazionalisti che chiedono l’espulsione degli immigrati «perché stanno prendendo il pieno possesso della parte meridionale di Tel Aviv», come denunciano i leader della protesta. Nel filmato – che potete vedere in basso, con i sottotitoli in inglese – viene fuori il ritratto di una nazione in crisi. Esattamente come quelle dell’Europa occidentale. (l.b.)


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