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Quei blocchi di cemento armato e la fine della «normalità»

Un ebreo ultraortodosso camminate di fianco a uno dei blocchi di cemento messi alle fermate del tram di Gerusalemme per evitare altri assalti dei palestinesi a bordo delle auto (foto Flash 90)

Un ebreo ultraortodosso cammina di fianco a uno dei blocchi di cemento messi alle fermate del tram di Gerusalemme per evitare altri assalti degli arabi a bordo delle auto (foto Flash 90)

Che poi la storia ormai ha iniziato a ripiegarsi. A ripetersi. Non importa se in grande o in piccolo. Perché la certezza da quelle parti, in Medio Oriente, è che prima o poi tutto torna. Tutto si replica. In un copione ormai stanco, fatto di strappi in avanti, di balzi all’indietro, di speranze che s’infiammano e di pessimismo che soffia subito dopo, non appena s’è girato l’angolo. Non appena all’orizzonte un proiettile s’infila in un corpo o una granata piomba in casa nel bel mezzo della cena.

E così vedere i social network riempirsi di foto di blocchi di cemento che vengono posizionati alle fermate del tram di Gerusalemme o dei bus che portano qua e là in Cisgiordania, tra gl’insediamenti, ecco, vedere queste istantanee – scattate con telefonini e tablet e macchine fotografiche – non fanno altro che aumentare la fila, già lunga, degli scoraggiati. Di chi per anni ha creduto, ha combattuto, ha sacrificato la vita in nome della Pace tra i due popoli, della concordia – o almeno del minimo esistenziale che prende il nome di tranquillità – e che ora deve fermarsi, trattenere il respiro, aspettare che il polverone emotivo e informativo si disperda, per cercare di capire se è ancora rimasto qualcosa a cui aggrapparsi, un briciolo di speranza oppure mollare tutto. Dedicarsi ad altro. Magari a convincere i simili che non c’è proprio nulla da fare.

Altri blocchi di cemento a una fermata del tram a Gerusalemme (foto di Alessandro Di Maio)

Altri blocchi di cemento a una fermata del tram a Gerusalemme (foto di Alessandro Di Maio)

Dopo le auto e i furgoni guidati da arabi o palestinesi e lanciati a folle velocità questi giorni contro le fermate dei mezzi pubblici dove si trovano soprattutto ebrei e israeliani, con quei blocchi di cemento le pensiline sono diventate presìdi militari. Degli arroccamenti che ricordano quelli usati nelle linee di confine lungo il Golan e la frontiera con il Libano per difendersi al meglio. Piccoli muri che corrono di fianco al Muro. E proprio mentre di qua, in Europa, celebriamo la caduta della nostra barriera, crollata un quarto di secolo fa.

Ma quei blocchi di cemento segnano anche il ritorno di un incubo, quello che per anni – a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila – ha fatto versare fiumi di sangue e lacrime, costretto migliaia di genitori dello Stato ebraico a mandare i figli a scuola, la stessa scuola, in bus separati perché se un kamikaze dovesse farsi esplodere in uno dei mezzi dove si trova uno dei pargoli, almeno si salva l’altro.

Come si presenta ora una fermata dei bus che collega gli insediamenti in Cisgiordania dopo l'attacco dei giorni scorsi (via Mordi Siegel)

Come si presenta ora una fermata dei bus che collega gli insediamenti in Cisgiordania dopo l’attacco dei giorni scorsi (via Mordi Siegel)

Una soluzione ingombrante, questi blocchi di oggi. Un pugno in faccia. Una mazzata all’ottimismo. In fondo in fondo un’idea provvisoria, in attesa che s’inventino la fermata a prova di auto e di bomba. Perché quelle pensiline arriveranno prima o poi. Nel frattempo ci sono questi ammassi di cemento. Quadrati. Parallelepipedi. Grandi. Medi. Posizionati in modo da non far passare alcun tipo di veicolo. Anche se, ne sono convinti molti israeliani, gli arabi s’inventeranno le moto-kamikaze. E allora bisognerà rendere gli accessi ancora più stretti. E la ferita ancora più evidente. E la divisione ancora più profonda.

La verità è che da qualche anno – nonostante qualche incidente – molti abitanti dello Stato ebraico s’erano convinti che un po’ di normalità fosse entrata nella loro vita. I controlli s’erano allentati. Accedere ai centri commerciali era sì vincolato al passaggio veloce di un metal detector, però era diventato quasi un residuato del (recente) passato. E i militari – israeliani e palestinesi – s’erano fatti via via più distesi, più rassicuranti.

Lungo la tramvia di Gerusalemme (foto Flash 90)

Lungo la tramvia di Gerusalemme (foto Flash 90)

Poi è successo qualcosa negli ultimi mesi. L’area è ritornata a un clima da seconda intifada. I giovani – tutti i giovani – sono diventati all’improvviso delle vittime da sacrificare all’altare dell’estremismo. Non più il futuro, ma semplici oggetti da rapire, da bruciare. Simboli degli agguati e delle vendette agli agguati. Argomenti per risposte militari. Proiettili e razzi con cui far fuori altri adolescenti ancora, altri adulti, altri innocenti trascinati nel vortice della violenza da classi dirigenti non sempre all’altezza dei loro popoli.

E ora eccoci qui. Con la polizia israeliana che da qualche ora chiede ai suoi connazionali di stare alla larga dai villaggi arabi. Non dai paesini della Cisgiordania. Ma dai centri abitati che si trovano all’interno dello Stato ebraico: al Nord (vicino Haifa e verso il Golan), al Centro (tra Tel Aviv e Gerusalemme), al Sud. Con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che – pressato dalla destra del suo partito, messo in discussione dalle formazioni estremiste e criticato dai connazionali – invita gli arabo-israeliani, il 20% della popolazione, a fare le valigie e ad andare a trasferirsi in Cisgiordania, dai palestinesi, se non gli piace la vita nello Stato ebraico. E intanto accusa Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, gli chiede di smetterla di incendiare l’area e di diffondere bugie.

Le forze di sicurezza israeliane camminano sulla Spianata delle Moschee dopo gli incidenti dei giorni scorsi (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

Le forze di sicurezza israeliane camminano sulla Spianata delle Moschee dopo gli incidenti dei giorni scorsi (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

E Abbas che – ormai tolte le spoglie della colomba – replica su tutto. Accusa Netanyahu di terrorismo e genocidio. Minaccia fuoco e fiamme. Invita i palestinesi a difendere la Spianata delle Moschee, nel cuore di Gerusalemme (vedi il video sotto con il discorso di ieri, 11 novembre). A non permettere – parole testuali – che «gl’israeliani la contamino» e che gli ebrei preghino «altrimenti si rischia una guerra religiosa globale». Poi annuncia che il mausoleo di Yasser Arafat sarà spostato proprio a Gerusalemme.

Soffiano venti di guerra in Medio Oriente. Ancora una volta. E la sensazione – almeno a registrare il silenzio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea – ecco, la sensazione è che stavolta anche i più ottimisti abbiano perso la voce. Le speranze. E, forse, anche la voglia.

© Leonard Berberi

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Se i futuri dottori palestinesi saranno formati in Venezuela

Alcuni dei 119 ragazzi palestinesi appena atterrati all'aeroporto di Caracas, in Venezuela, lo scorso giovedì (foto Getty Images)

Alcuni dei 119 ragazzi palestinesi appena atterrati all’aeroporto di Caracas, in Venezuela, lo scorso giovedì (foto Getty Images)

I primi sono atterrati lo scorso giovedì 6 novembre all’aeroporto «Simon Bolivar» di Caracas. In 119 sono scesi dalle scale dall’aereo con indosso una kefiah e accolti come delle star. E loro, di riflesso, hanno alzato le braccia al cielo, quasi a esultare. Qualcuno ha pure fatto il segno della v con le dita. Come a dire: abbiamo vinto.

Sono soltanto alcuni dei mille ragazzi, tutti palestinesi, che vivranno per un po’ di anni in Venezuela dove studieranno Medicina in un ateneo a circa due ore dalla capitale. Tutto a spese del governo sudamericano e grazie a un programma con un nome che più esplicito non si può: «Yasser Arafat Scholarship Program».

I futuri camici bianchi sono stati selezionati nella Striscia e in West Bank. Poi sono stati portati in Giordania. E da lì trasportati in Venezuela con un volo di Stato messo a disposizione dal governo sudamericano. «Sarà dura, ma formeremo un migliaio di medici», ha detto Nicolas Maduro, presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela, accogliendo i ragazzi. «Ho anche chiesto al ministero dell’Educazione di espandere il programma di formazione anche a Ingegneria, Architettura e ogni campo della conoscenza».

Un ragazzo arabo con mini-bandierine della Palestina e del Venezuela lo scorso 6 novembre all'aertoporto di Caracas (che si trova a Maiquetia) dopo un volo lungo diecimila chilometri (foto Ariana Cubillos/Ap)

Un ragazzo arabo con mini-bandierine della Palestina e del Venezuela lo scorso 6 novembre all’aertoporto di Caracas (che si trova a Maiquetia) dopo un volo lungo diecimila chilometri (foto Ariana Cubillos/Ap)

Da Cisgiordania e Gaza fino all’America Latina. Più di diecimila chilometri di distanza. E una politica estera che ormai si fa anche così. E che però fa sorgere più di un dubbio agl’israeliani. «Ma Caracas vuole formare dottori o terroristi?», si chiedono a Gerusalemme. Dove l’iniziativa sudamericana non piace. E proprio nel momento in cui aumentano le prove che indicano il Venezuela come il nuovo porto sicuro per esponenti di Hezbollah e Hamas.

Che il governo di Nicolas Maduro sia filo-palestinese e un filino antisemita non è un mistero. Anche giovedì scorso, mentre salutava i 119 ragazzi venuti dal Medio Oriente, Maduro ha ribadito tutto il suo sostegno a Ramallah e la condanna al Sionismo. Ad agosto, in pieno conflitto mediorientale, Maduro ha accusato Israele di avere come obiettivo lo sterminio del popolo palestinese e ha paragonato Gaza ad Auschwitz.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e quello venezuelano Nicolas Maduro insieme al palazzo presidenziale a Caracas lo scorso 16 maggio (foto Juan Barreto/Afp)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e quello venezuelano Nicolas Maduro insieme al palazzo presidenziale a Caracas lo scorso 16 maggio (foto Juan Barreto/Afp)

Ma più delle parole sono i «fatti» che preoccupano lo Stato ebraico. Perché sono troppi i personaggi pericolosi del mondo arabo che si aggirano in Venezuela. Come Ghazi Atef Nassereddine, avvistato lo scorso febbraio a Caracas. Non uno qualsiasi. È stato, secondo il Dipartimento americano del tesoro, una figura di spicco di Hezbollah in Siria. Ed è molto amico – qualcuno azzarda pure il ruolo di consigliere personale – di Nicolas Maduro.

Negli ultimi giorni, poi, Shin Bet e Mossad hanno rintracciato in Venezuela anche due figure importanti di Hamas. Cosa ci facevano lì? Per conto di chi erano in America Latina? Soprattutto: hanno a che fare con Nassereddine e in generale con Hezbollah? Oppure, come ipotizzano gli 007 israeliani, «cercavano di concludere l’ennesimo affare nella compravendita di armi»?

© Leonard Berberi

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Il silenzio assenso sui raid israeliani e quell’asse arabo contro Hamas

Decine di carri armati dell'esercito israeliani si muovo verso la Striscia di Gaza dopo il lancio di razzi da parte di Hamas sul suolo dello Stato ebraico (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Decine di carri armati dell’esercito israeliani si muovo verso la Striscia di Gaza dopo il lancio di razzi da parte di Hamas sul suolo dello Stato ebraico (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

«Voi bombardate pure le strutture di Hamas. Cercate di annichilirli. Noi, nel frattempo, non vi daremo più di tanto fastidio. Al massimo rilasceremo qualche dichiarazione». Il patto non scritto. L’accordo che non si può confermare. Lo scambio che non si può spiegare. Non ufficialmente, almeno. E una serie di alleanze saltate e altre costruite – persino con quello considerato il «nemico» fino a poche settimane fa – nel segreto delle diplomazie mediorientali.

Si parlerà a lungo di quest’estate torrida a cavallo tra l’Europa e l’Asia. E lo si farà perché quello che sta andando in scena aggiungerà un capitolo ai manuali sulle relazioni internazionali del terzo millennio. Nella notte tra giovedì e venerdì – e con un annuncio insolitamente congiunto – Stati Uniti e Nazioni Unite hanno svelato che lo Stato ebraico e Hamas hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco umanitario di almeno 72 ore nella Striscia di Gaza dalle 8 di venerdì 1° agosto. Ma, ed è questa una delle novità, il segretario di Stato Usa John Kerry ha spiegato che «Israele continuerà le azioni difensive contro i tunnel di Hamas nelle ore di stop».

Fuoco e fumo a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dopo un raid aereo dell'esercito israeliano (foto di Ibraheem Abu Mustafa/Reuters)

Fuoco e fumo a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dopo un raid aereo dell’esercito israeliano (foto di Ibraheem Abu Mustafa/Reuters)

Nel frattempo le parti – con la mediazione del blocco arabo e degli Usa – cercheranno di raggiungere nei prossimi giorni un accordo «definitivo» al Cairo. Una piccola delegazione statunitense è già in viaggio. Quelle israeliana e palestinese pure. «Non si parleranno direttamente, Israele e Hamas», chiariscono diversi alti funzionari.

La tregua non tregua. La pace, momentanea, che pace non è. Tanto è cambiato rispetto a due anni fa. Stesso copione, stessi attori in campo. Ma alleanze diverse. E una condanna, quasi unanime a livello mondiale, che aveva costretto Gerusalemme a sedersi al tavolo con i miliziani palestinesi per firmare – controvoglia – una tregua. Ora non è più così. E, tolte le frasi di circostanza delle cancellerie di mezzo mondo, il dato di fatto è un altro: mai come questa volta il mondo è stato con Israele. Spesso non dicendo nulla. Il silenzio assenso. Anche dal mondo arabo.

Le lacrime di una donna palestinese dentro quello che resta del suo appartamento a Gaza City dopo l'attacco israeliano contro Hamas (foto di A Palestinian woman (L) cries inside her damaged house, which police said was targeted in an Israeli air strike, in Gaza City July 17. (Mohammed Salem/Reuters)

La disperazione di una donna palestinese dentro quello che resta del suo appartamento a Gaza City dopo l’attacco israeliano contro Hamas (foto di A Palestinian woman (L) cries inside her damaged house, which police said was targeted in an Israeli air strike, in Gaza City July 17. (Mohammed Salem/Reuters)

Diversi analisti concordano su un fatto: Hamas è isolato. Non ha l’appoggio dell’Autorità nazionale palestinese. Che, anzi, pare abbia fatto capire al governo Netanyahu di «approvare» un intervento israeliano contro Gaza. Proprio ora che la riconciliazione tra i due fratelli «coltelli» è stata siglata. Per dirla in gergo finanziario: Mahmoud Abbas, presidente dell’Anp, ha lanciato un’opa sulla Striscia. Non si accontenta di governarla. Vuole sbarazzarsi dei miliziani palestinesi.

Ad aver mutato lo scenario – in favore dello Stato ebraico – è anche il resto del Medio Oriente e del Nord Africa. In Egitto la situazione politica è cambiata. I militari non ne possono più di come viene amministrata la Striscia. E così, negli ultimi mesi, è andato costruendo un blocco di Paesi – Giordania, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti – che sostanzialmente si sono allineati a Gerusalemme nel suo voler annientare Hamas. Non vogliono un altro pezzo in mano all’Islam radicale. Non vogliono un’altra simil teocrazia. Già sono difficili da gestire i fondamentalisti dell’Isis/Isil in Iraq e Siria. Così come quelli di Ansar al-Sharia in Libia.

Uno dei protagonisti del nuovo corso del mondo arabo: il presidente dell'Egitto Abdel Fattah al-Sisi (foto di A cease-fire proposal by President Abdel Fattah el-Sisi of Egypt met most of Israel’s demands; Hamas immediately rejected it. Fady Fars/Middle East News Agency/Ap)

Uno dei protagonisti del nuovo corso del mondo arabo: il presidente dell’Egitto Abdel Fattah al-Sisi (foto di A cease-fire proposal by President Abdel Fattah el-Sisi of Egypt met most of Israel’s demands; Hamas immediately rejected it. Fady Fars/Middle East News Agency/Ap)

E così, pur di non dover fronteggiare il radicalismo dei propri fratelli, diversi leader arabi si turano il naso e si «alleano» con l’odiato Netanyahu. Non c’è bisogno di un accordo scritto. Nemmeno di telefonate. Basta il silenzio. E il silenzio è stato così assordante attorno a queste tre settimane di bombe su Gaza che il messaggio, alla fine, l’hanno recepito anche i vertici di Hamas. Soprattutto quando, a un certo punto, gli egiziani hanno proposto una bozza per il cessate il fuoco che, questa volta, accoglieva quasi tutte le richieste d’Israele e nessuna – nessuna – dei miliziani palestinesi. Una bozza respinta, con fermezza, da Gaza.

Ora lo scenario è cambiato. I danni, per Hamas, sono ingenti. I depositi di munizioni si sono alleggeriti di molto. I civili morti fanno indignare, ma vengono attribuiti più alla miopia dei milizia che ai raid israeliani. E da fuori non arriva più nulla. Il tempo dirà cosa faranno i palestinesi della Striscia. Batteranno gli ultimi colpi prima della loro fine o opteranno per ancora qualche mese di vita. Anche se Udi Segal, analista per la tv israeliana Canale 2, pensa che gli incontri al Cairo non porteranno, nell’immediato a un cessate il fuoco.

Le lacrime di un soldato israeliano durante i funerali del capitano Natan Cohen, comandante di pattuglia, a Modiin, vicino Gerusalemme. Cohen aveva 23 anni ed è stato ucciso durante i combattimenti nella Striscia di Gaza (foto di Ariel Schalit/Ap)

Le lacrime di un soldato israeliano durante i funerali del capitano Natan Cohen, comandante di pattuglia, a Modiin, vicino Gerusalemme. Cohen aveva 23 anni ed è stato ucciso durante i combattimenti nella Striscia di Gaza (foto di Ariel Schalit/Ap)

Ma la strada è ormai segnata. E secondo più di un analista militare di Gerusalemme, «la Primavera araba ha insegnato ai leader di quel mondo che è preferibile tornare alla situazione iniziale: meglio il noto, magari anche se feroce per gli occidentali, che l’ignoto».

Se così sarà, Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele, avrà registrato la sua vittoria – politica, militare, diplomatica – più importante. Sua e del suo Paese. Resteranno, questo è certo, le macerie. E soprattutto loro, le vittime. Almeno 1.373 palestinesi, 58 israeliani e un migrante.

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La preghiera interreligiosa e le speranze sui colloqui di pace

Il presidente israeliano Simon Peres saluta papa Francesco il 26 maggio scorso durante la visita del Pontefice nella residenza ufficiale del capo di Stato (foto Yonatan Sindel/Flash90)

Il presidente israeliano Simon Peres saluta papa Francesco il 26 maggio scorso durante la visita del Pontefice nella residenza ufficiale del capo di Stato (foto Yonatan Sindel/Flash90)

La speranza, forse l’ultima, è ancora su di loro. Gli «anziani». Duecentoquarantasei anni in tre. Ma più giovani, e giovanili, di molti cinquantenni. E quarantenni. Perché, pensano in molti, se si aspettano le nuove generazioni si rischiano soltanto perdite di tempi e facili illusioni. E incomprensioni. E morti. E decenni di tensioni.

Domenica 8 giugno il presidente israeliano Simon Peres, quello palestinese Mahmoud Abbas e papa Francesco si vedranno in Vaticano. Ufficialmente per pregare. Loro, di tre religioni diverse. Uno cattolico. L’altro ebreo. Il terzo musulmano. Ufficiosamente per riportare in vita un processo di pace che si è arenato nelle scorse settimane senza un perché. O, a sentire gl’israeliani, con un unico perché: la riunificazione di Fatah con la fazione estremista di Hamas.

Il presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas dà il benvenuto a papa Francesco il 25 maggio a Betlemme, in Cisgiordania (foto Andrew Medichini/Pool)

Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas dà il benvenuto a papa Francesco il 25 maggio a Betlemme, in Cisgiordania (foto Andrew Medichini/Pool)

Nessuno s’illude, però. Quello di domenica sarà sì un appuntamento storico, ma difficilmente cambierà le cose in Medio Oriente. Intanto è già qualcosa. Soprattutto se, da quelle parti, arriveranno in diretta le immagini di questi tre vecchietti che pregano. E con loro anche tre leader religiosi, uno in rappresentanza di ogni religione: un sacerdote, un rabbino e un imam.

La cerimonia – fa sapere l’ufficio stampa di Peres, vicino al termine del mandato presidenziale – si svolgerà in una località non religiosa. Nessun simbolo di questo o quel credo. Ma ci saranno le letture dei rispettivi testi sacri: il Nuovo Testamento, il Tanach e il Corano. Poi tutti a casa dopo qualche ora. Nella speranza che la saggezza degli anziani serva a qualcosa.

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I soldati israeliani contro i loro generali: «Non toccate David della Brigata Nahal»

Soldati israeliani in sostegno del loro collega David (foto Facebook)

Soldati israeliani in sostegno del loro collega David (foto Facebook)

Stavolta non ha una pietra, ma un fucile. Stavolta non è considerato un eroe, ma uno da rimproverare. Stavolta, però, rischia di essere il protagonista della prima, vera ondata di ribellione contro i propri capi. Ribellione che è iniziata su Facebook, Twitter e Instagram. Ma che oggi s’è concretizzata in carne e ossa. Perché «David, della Brigata Nahal non si tocca». O, se si vuole proprio toccarlo, «allora bisogna cambiare le regole».

Dai social network alla strada. Centinaia di ragazzi – militari e civili – si sono fatti vedere oggi davanti alla sede del ministero israeliano della Difesa. Qui hanno organizzato un picchetto di sostegno nei confronti di David, il militare israeliano sospeso dall’incarico dopo che alcuni giorni fa è stato ripreso con una telecamera a Hebron, in Cisgiordania, mentre caricava il fucile e lo puntava contro un adolescente palestinese.

(foto Facebook)

(foto Facebook)

Il video è stato pubblicato su YouTube. Ha fatto il giro della Rete. Ma questa volta non è passato inosservato lo sguardo di David. Occhi smarriti, spaventati. Un giovane isolato e circondato da palestinesi. In pericolo di vita. Lui. Ma anche i ragazzi di Hebron.

Una reazione, quella di David, che non è piaciuta ai vertici. E per questo hanno anche aperto un’inchiesta interna. Ma la sospensione prima e l’indagine poi hanno fatto reagire in modo inatteso migliaia di soldati. La sola pagina Facebook aperta in suo sostegno ha raccolto oltre 118 mila «mi piace» in poche ore. Su tutti i social, poi, in tantissimi si sono fatti fotografare con un cartello e la scritta «Anche io sono con David, della Brigata Nahal». E, forse anche per calcoli politici, ad appoggiare il militare sono scesi in campo anche Naftali Bennett, ministro dell’Economia (e leader del partito nazionalista «Focolare ebraico») e l’ex capo degli Interni, Eli Yishai, della formazione ultraortodossa «Shas».

(foto Facebook)

(foto Facebook)

La base contro i vertici. Le divise contro i comandanti. «I palestinesi ci insultano e minacciano ogni giorno, fanno di tutto per creare una situazione di pericolo per noi», hanno raccontato alcuni soldati alla radio militare israeliana. «David ha fatto bene a reagire così. Forse bisogna cambiare le regole d’ingaggio». Un portavoce dell’esercito ha tentato di tranquillizzare tutti. «David si è sentito in pericolo di vita e non può essere rimproverato per aver caricato il fucile». Ma in molti gli hanno replicato a muso duro: «La verità è che in Cisgiordania i nostri capi ci mandano allo sbaraglio. Prima o poi ci scapperà il morto tra di noi e allora che faranno i nostri capi?».

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Vivere e lavorare a Hebron

Il momento in cui un soldato israeliano punta il fucile contro un giovane palestinese a Hebron (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Il momento in cui un soldato israeliano punta il fucile contro un giovane palestinese a Hebron (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

«Ti ficco una pallottola in testa». Beit Hadassah, Hebron. Nel cuore tormentato della Cisgiordania, laddove palestinesi e coloni si confondono e si confrontano e spesso si picchiano, un soldato della Brigata Nahal dell’esercito israeliano ha un diverbio con un giovane musulmano.

Nulla di nuovo. Ogni giorno, a Hebron, è così. Ma questa volta – a differenza di altre – ci sono delle fotocamere che registrano tutto. E c’è un soldato, un ragazzo anche lui, che agita l’arma in modo scomposto e la punta ad altezza uomo. A un certo punto il militare si ritrova circondato. E minacciato. Più di qualche palestinese arriva al contatto fisico. Uno tiene sulla mano destra qualcosa che somiglia a un tirapugni.

Il militare ora minaccia uno dei ragazzi che sta riprendendo la scena (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Il militare ora minaccia uno dei ragazzi che sta riprendendo la scena (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Il soldato cerca di allontanarli. In pochi secondi quella situazione si può risolvere nel peggiore dei modi. O per lui. O per i musulmani. Poi il ragazzo in divisa se la prende con un altro palestinesi che sta riprendendo la scena con una videocamera. «Spegnila! Spegnila ti ho detto! O ti ficco una pallottola in testa, figlio di puttana». Poi prende la radio e chiama rinforzi. E quando questi arrivano si porta con sé uno dei palestinesi.

Il video (che trovate in fondo al post) viene caricato su YouTube da un gruppo di attivisti palestinesi. I commenti fioccano. L’Idf, l’esercito israeliano, dice la sua. E agisce. «Le nostre forze in Giudea e Samaria hanno il compito di mantenere la sicurezza in un’area complicata. Questo vuol dire che in ogni momento della giornata devono comportarsi in modo più che professionale, con determinazione e con razionalità. L’atteggiamento di quel soldato nel video è stato aberrante e su questo ci sarà un’indagine». Indagine che, per ora, ha già portato a una prima decisione: il militare sarà sollevato dall’incarico.

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Insediamenti, in un anno le nuove costruzioni sono aumentate del 123,7%

Nuove costruzioni nell'insediamento di Har Homa (foto di Debbie Hill/Upi)

Nuove costruzioni nell’insediamento di Har Homa (foto di Debbie Hill/Upi)

Alla fine succede che, forse, avevano ragione i palestinesi. Per mesi sono andati avanti lamentandosi. Urlando. Bussando alla Casa Bianca. E denunciando. «Ma quale congelamento, i coloni in Cisgiordania costruiscono che è una meraviglia».

E loro, gl’israeliani, a smentire. A dire che no, non era vero nulla. Poi arriva l’Ufficio centrale israeliano di statistica. E smentisce le sue stesse autorità. Perché mentre il premier israeliano si preparava a incontrare a Washington il presidente statunitense Barack Obama, da Gerusalemme sfornavano un dossier niente male per le sorti dei negoziati di pace con i palestinesi.

Ecco, dice quel dossier, che nel 2013 le nuove abitazioni tirate su dai coloni sono aumentate – in un solo anno – del 123,7 per cento. Se nel 2012 erano 1.133, l’anno passato era stata toccata quota 2.534. Il tutto in un contesto, la Cisgiordania, dove ora vivono 350 mila persone con passaporto israeliano, pari al 4,4 per cento della popolazione totale dello Stato ebraico. Per fare un confronto: nello stesso periodo di riferimento le nuove abitazioni nella zona di Tel Aviv sono crollate del 19 per cento.

La cosa, a dire il vero, a Washington la sapevano già. Tanto che proprio il presidente Obama ha detto al giornalista di Bloomberg Jeffrey Goldberg che «negli ultimi due anni abbiamo assistito a una politica edilizia israeliana nella West Bank così aggressiva come non si vedeva da tempo».

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