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Israele e Iran alla sfida degli Oscar

Mentre i vertici politici e militari decidono cosa fare, la sfida tra Israele e Iran per ora è al cinema. Alla notte degli Oscar, per la precisione. Dove, nella nomination per la statuetta per il miglior film straniero, concorrono due pellicole particolari: una dello Stato ebraico (“Footnote”), l’altra di quello Islamico (“A separation”). Film, e qui sta la cosa divertente, entrambi in pole position. Entrambi hanno già vinto qualcosa. Il primo a Cannes (premio per la miglio sceneggiatura). Il secondo ai Golden Globes (miglior film straniero).

“A separation” – per chi non l’avesse visto – racconta la storia di una coppia iraniana di fronte al dilemma di lasciare il Paese per offrire al loro figlio una vita migliore oppure restare per accudire un genitore che ha gravi problemi fisici.

“Footnote”, dell’israeliano Joseph Cedar (lo stesso di “Beaufort”) è, invece, la storia di una grande rivalità fra padre e figlio, entrambi studiosi del Talmud in una prestigiosa università. A maggio ha vinto al Festival di Cannes (intendi: più vicino ai palati cinefili europei) il premio per la miglior sceneggiatura.

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attualità, cultura

Gli ebrei criticano l’Oscar a Godard: “E’ un antisemita”

«Daranno davvero un Oscar ad un noto antisemita»? La domanda – che è anche il titolo dell’intervento – se l’è posta Benjamin Ivry sul sito web Forward.com e riguarda il premio alla carriera che l’Academy darà al regista franco-svizzero Jean-Luc Godard alla prossima cerimonia.

L’autore della “Nouvelle Vague” e il regista di film come “Fino all’ultimo respiro” e “Questa è la mia vita” è stato accusato da ben due biografie di essere un antisemita. Ed è proprio per questo motivo che la sua amicizia con un altro grande regista – François Truffaut – si sarebbe dissolta alla fine degli anni Sessanta.

Jean-Luc Godard, 80 anni

Entrambi i libri (“Godard, la Biografia” di Antoine de Baecque e “Everything is cinema” di Richard Brody) raccontano dell’«insana ossessione» del regista per gli ebrei. Un esempio: nel 1968 Godard in presenza dell’amico Truffaut avrebbe chiamato «sporco ebreo» il produttore Pierre Braunberger, tra i principali sostenitori della “Nouvelle Vague”. Offesa davanti alla quale – scrivono i due libri – Truffaut se ne andò e non rivolse mai più la parola a Godard.

E ancora: in un’intervista del 1991 al quotidiano della sinistra francese “Liberation”, bollò lo Stato d’Israele come «un cancro sulla mappa del Medio Oriente». Fino ad arrivare al documentario del 1976 “Ici et Ailleurs” (“Qui e altrove”) nel quale Godard ha messo in parallelo le vite di due famiglie – una palestinese e una francese – alternando immagini di Hitler e Golda Meir (ex primo ministro israeliano), come due tiranni opposti.

Sempre nello stesso documentario Godard avrebbe difeso anche il massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. «Prima di ogni finale olimpica dovrebbe essere diffusa un’immagine dei campi profughi palestinesi», avrebbe poi proposto a chi l’ascoltava in quell’istante.

La replica dell’Academy Awards non s’è fatta attendere: «Siamo consapevoli che Godard nel passato ha pronunciato dichiarazioni che qualcuno ha interpretato come antisemite. Siamo anche al corrente delle circostanziate contestazioni a questa accusa. L’antisemitismo è naturalmente disdicevole, ma non abbiamo trovato le accuse contro Godard persuasive».

Leonard Berberi

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attualità, cultura

Cisgiordania, dopo ventitrè anni riapre il cinema di Jenin

L'inaugurazione del Cinema Jenin (Alaa Badarneh / Epa)

L’atmosfera è stata quella tipica delle grandi cerimonie. Con le autorità in prima fila, con le guardie del corpo in seconda e con centinaia di civili palestinesi di fronte all’ingresso di un edificio che per ventitré lunghi anni è stato dimenticato da tutti. Per poi ritornare alla sua vecchia funzione: proiettare film, diffondere divertimento.

C’è voluto quasi un quarto di secolo per riaprire il Cinema Jenin. E i soldi di un programma di ricostruzione firmato Germania. E tre giorni di festeggiamenti.

Le volontarie tedesche si sono messe a dipingere i volti dei bambini, mentre sullo schermo di tela – piccolo, per essere quello di un normale cinema – passavano film palestinesi con i sottotitoli in inglese.

Chiuso nel 1987, durante la prima Intifada, il cinema è stato ristrutturato in due anni – e in parte – da sponsor tedeschi. Conta poco più di 300 posti ed è affiancato da uno spazio per le esposizioni, da un cafè shop, da un parco divertimenti per i piccoli palestinesi e da una biblioteca sponsorizzata dal Goethe Institut.

E siccome a mettere buona parte dei soldi sono stati i tedeschi, negli stessi ambienti verranno ospitati corsi di lingua e cultura tedesca, «nella speranza che Cinema Jenin possa diventare un centro di espressione artistica».

Leonard Berberi

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attualità, cultura, politica

La pellicola della discordia

Il poster del film "La valle dei lupi - Iraq"

C’è chi soffia sulla crisi diplomatica. A suon di pellicola. Anche se le frizioni tra Israele e Turchia sono rientrate. E ieri, il ministro degli esteri israeliano Barak ha visitato la Turchia. Ma a Gerusalemme l’allarme resta alto. Perché la battaglia mediatica sta partorendo un altro motivo di scontro. Non solo politico.

Pana Film, produttore del telefilm turco “La valle dei lupi”, una sorta di versione mediorientale del fortunato “24”, non si accontenta di dipingere i servizi segreti israeliani come assatanati di sangue dei bambini musulmani (cosa che è successa in questa stagione). Così, rivelano i siti web israeliani, sta preparando un vero e proprio film. “La valle dei lupi – Palestina”. Dopo il fortunato “La valle dei lupi – Iraq”.

“Sarà sicuro motivo di polemiche israeliane”, scrivono i giornalisti turchi. Perchè al centro della pellicola ci sarà l’operato dei soldati dell’esercito d’Israele in territorio palestinese. E i produttori aggiungono altro pepe: “La parte che ha fatto arrabbiare gli israeliani nell’ultim stagione del serial – dove il sangue di un agente del Mossad schizza sulla stella di Davide – non sarà niente in confronto a quello che stiamo preparando”.

“Il film mostrerà il vero volto di Israele – continuano i produttori – e di sicuro andrà a deteriorare i rapporti, già fragili, tra Turchia e Israele”.

Per ora Gerusalemme non replica. Ma se i produttori manterranno le promesse fatte, di sicuro questa volta il governo Netanyahu non starà zitto.

Una scena de “La valle dei lupi”

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