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Le ultime parole, i silenzi, i contatti disperati: le otto ore che hanno portato alla ricerca più spettacolare della storia

Nota dell’autore: questo lungo post non c’entra nulla con i temi affrontati di solito da questo blog. Ma dato che per lavoro mi sono dovuto occupare per giorni del mistero dei cieli e della sorte del volo MH 370 mi è sembrato utile poter ricapitolare quello che, penso, sia una delle notizie più rilevanti degli ultimi anni (l.b.)

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«Volo MH 370 mi sentite? Volo MH 370 mi sentite?». Ci hanno provato per decine di minuti. Almeno cinque aerei in cielo tra il Vietnam e la Malesia tra l’una e le tre di notte hanno tentato di mettersi in contatto con il Boeing 777-200 della Malaysia Airlines. Qualche pilota ha anche cercato di rintracciarlo guardando fuori. Ma senza successo. A conferma di questo mistero che dura da giorni. E che già a questo punto non risponde a una delle domande più rilevanti: come può un bolide sparire nel nulla in uno dei punti più trafficati del mondo?

Il Boeing 777-200ER della Malaysia Airlines in pista. E' questo il velivolo - numero di registro 9M-MRO - sparito dai radar l'8 marzo 2014 (foto di RussAvia/Flickr)

Il Boeing 777-200ER della Malaysia Airlines in pista. E’ questo il velivolo – numero di registro 9M-MRO – sparito dai radar l’8 marzo 2014 (foto di RussAvia/Flickr)

A BORDO
Sono le 00.35 dell’8 marzo 2014. L’ora è quella locale. E il giorno è un tranquillo sabato. Il volo MH 370 decolla dallo scalo internazionale di Kuala Lumpur, in Malesia. Destinazione: Pechino, Cina. Arrivo previsto: alle 6.30 del mattino. Il tempo non dà noie. E durante il tragitto non sono previste perturbazioni da tenere d’occhio. A bordo ci sono 227 passeggeri – soprattutto cinesi – e 12 membri dell’equipaggio.

Due viaggiatori, entrambi iraniani, salgono con passaporti rubati e falsificati. Si tratta di Pouria Nour Mohammad Mehrdad, 18 anni, e Delavar Seyedmohammaderza, 29 anni. Si tratta di due profughi, fuga i sospetti l’Interpol, cercano di emigrare in Europa per ottenere asilo politico. Il primo in Germania. Il secondo in Danimarca. Il percorso, dicono le organizzazioni umanitarie, probabilmente sarebbe stato quello già battuto da centinaia di fuggiaschi. Prima l’acquisto di documenti rubati in Thailandia, poi un biglietto comprato a Kuala Lumpur con scalo a Pechino, quindi l’arrivo ad Amsterdam. Da qui ognuno per la sua strada. Pouria a Francoforte, dove lo aspettavano i parenti. Delavar a Copenhagen. Secondo gl’israeliani, invece, sarebbero però proprio questi due giovani da tenere d’occhio. Sono iraniani. Sono musulmani. Sono facilmente influenzabili. Soprattutto se la promessa finale è quella di farli ricongiungere con i propri parenti.

I due giovani iraniani che sono saliti a bordo del volo MH 370 con passaporti rubati a un italiano e a un austriaco. Sono: Pouria Nour Mohammad Mehrdad, 18 anni (a sinistra), e Delavar Seyedmohammaderza, 29 (foto da Facebook)

I due giovani iraniani che sono saliti a bordo del volo MH 370 con passaporti rubati a un italiano e a un austriaco. Sono: Pouria Nour Mohammad Mehrdad, 18 anni (a sinistra), e Delavar Seyedmohammaderza, 29 (foto da Facebook)

IN CABINA
In cabina, il pilota Zaharie Ahmad Shah, 53 anni, si sta preparando e comunica con la torre di controllo dello scalo di Kuala Lumpur. È l’ennesimo volo di una carriera nella compagnia che ormai va avanti da trent’anni. Mai uno sgarro. Mai un problema. Diciottomila ore di volo di esperienza. Un simulatore costruito in casa. Ad Ahmad Shah il volo piace. Non vuole mai smettere. Al suo fianco, in cabina, siede il co-pilota Fariq Abdul Hamid, 27 anni, poca esperienza, una passione per le belle ragazze – soprattutto se straniere – e per i personaggi famosi che immortala nei selfie e poi pubblica sui suoi profili social.

Il co-pilota Fariq Abdul Hamid, 27 anni, e il pilota Zaharie Ahmad Shah, 53

Il co-pilota Fariq Abdul Hamid, 27 anni, e il pilota Zaharie Ahmad Shah, 53

IL DECOLLO
Alle 00.36 e trenta secondi la prima comunicazione della serata tra cabina e torre di controllo. «Questo è MH 370, buongiorno». «Buongiorno a voi, MH 370», rispondono dalla terraferma, «questa è la torre di controllo di Kuala Lumpur, vi invitiamo a restare nella sezione A10, 32R». Alle 00.40 e trentotto secondi arriva l’ok: «Volo MH 370 avete l’autorizzazione a decollare, la pista è sgombra. Buonanotte». Il jet lascia la pista. Pilota e co-pilota aprono il canale di comunicazione con il radar dell’aeroporto che dovrà portarli fino al confine con la zona di competenza del Vietnam.

Uno degli ufficiali addetti al controllo del traffico aereo dell'aeroporto di Kuala Lumpur, Che Zawawi Che Musa (foto di Iqmal Haqim Rosman)

Uno degli ufficiali addetti al controllo del traffico aereo dell’aeroporto di Kuala Lumpur, Che Zawawi Che Musa (foto di Iqmal Haqim Rosman)

IN VOLO
Venti minuti dopo il decollo, all’1.01, il Boeing 777-200 raggiunge l’altezza di crociera a 35 mila piedi, circa 10.700 metri. Procede tutto come pianificato. Velocità e rotta sono quelle solite. Il gigante dei cieli ha appena passato la costa est della Malesia. All’1.07, l’«Acars», il sistema che trasmette via satellite o via radio i dati sul funzionamento del jet, invia tutte le informazioni a terra. Prossimo appuntamento per l’invio del pacchetto di informazioni: all’1.37. Ma a quell’ora qualcuno, a bordo del velivolo, l’ha già spento. L’orologio segna l’1.19 e ventiquattro secondi. È il momento del passaggio di gestione. «Volo MH 370 vi invitiamo a mettervi in contatto con Ho Chi Minh City (Vietnam, ndr) sulla frequenza 120.9, buona notte», dicono dal centro radar di Kuala Lumpur. «Va bene, buona notte», risponde il co-pilota dalla cabina. È l’una, diciannove minuti e ventinove secondi dell’8 marzo 2014 (clicca qui per leggere l’ultima conversazione registrata).

Le ultime comunicazioni tra cabina e torre di controllo di Kuala Lumpur

Le ultime comunicazioni tra cabina e torre di controllo di Kuala Lumpur

L’ULTIMO SEGNALE
All’1.21, in pieno passaggio di consegne, il transponder del volo MH 370 lancia l’ultimo segnale di identificazione. La rotta è ancora quella prevista, ma l’aggeggio smette da quel momento di inviare il suo particolare codice a quattro cifre. Nove minuti dopo, sui monitor della torre di controllo, l’aereo sparisce del tutto. Poco dopo il Boeing sale a quota 45 mila piedi, circa 13.700 metri. Ben al di sopra del limite approvato dalla casa costruttrice per quel tipo di modello. Il jet vira subito dopo a sinistra, verso Ovest. Poi scende a 23 mila piedi, circa 7.000 metri. Quindi viene rintracciato, alle 02.15 dall’altra parte, nello Stretto di Malacca. A 94 minuti dal decollo viaggia a 29.500 piedi (circa 9 mila metri) e a bordo il transponder – rileva il radar militare – non sta funzionando.

La rotta, quella prevista e quella improvvisata, del volo MH 370

La rotta, quella prevista e quella improvvisata, del volo MH 370

IL FANTASMA DEI CIELI
Negli stessi minuti i vietnamiti non vedono segni dell’MH 370 nei loro cieli. Chiamano i colleghi malesi. E nemmeno questi riescono a ripristinare un contatto. Alle 2.30 i centri di controllo telefonano alla Malaysia Airlines e annunciano: «Non riusciamo a collegarci con il vostro velivolo». Cinque minuti e qualche tentativo dopo è la stessa compagnia aerea a confermare: «È impossibile mettersi in contatto con la cabina di pilotaggio». Alle 2.40 il radar militare della Malesia rintraccia il velivolo. È ancora nello Stretto di Malacca, ma si sta allontanando, dirigendosi a nord-ovest. È l’ultima posizione conosciuta.

Le lacrime di una famigliare di uno di uno dei passeggeri sul volo scomparso (foto di Manan Vatsyayana/Afp/Getty Images)

Le lacrime di una famigliare di uno di uno dei passeggeri sul volo scomparso (foto di Manan Vatsyayana/Afp/Getty Images)

IL SILENZIO DEI PASSEGGERI
Resterà una domanda, forse senza risposta. Com’è possibile che nessuno dei 227 passeggeri a bordo abbia mandato il minimo segnale a terra? Com’è possibile che, nell’era di internet, degli sms, di Twitter e Facebook, non c’è traccia, la minima, di una richiesta di aiuto, di un allarme, di un pericolo? Probabilmente quando l’aereo è salito su su, a quota 45 mila piedi, sfondando il limite consentito, ecco forse un motivo il dirottatore – o i dirottatori – l’avevano: se la cabina non è pressurizzata bene, spiegano gli esperti, a quell’altezza si perdono i sensi. Le maschere di ossigeno servono sì, ma hanno un limite di tempo di pochissimi minuti.

A dimostrazione di quanto il tutto sembra pianificato nei minimi dettagli c’è l’ora di partenza. Quel volo è, come si chiama in gergo, un «red eye flight»: in quell’istante la maggiore parte dei passeggeri – o  forse tutti – tendono a dormire. Pochi, pochissimi si metterebbero a guardare un film. O a leggere. Le luci all’interno sono soffuse, i rumori ridotti al minimo. L’ambiente – e il momento – perfetto per chiudere gli occhi. E riaprirli con il sole all’orizzonte.

Izam Fareq Hassan (al centro), capitano dell'Aeronautica militare della Malesia, consulta le mappe durante le operazioni di ricerca e soccorso (foto Afp)

Izam Fareq Hassan (al centro), capitano dell’Aeronautica militare della Malesia, consulta le mappe durante le operazioni di ricerca e soccorso (foto Afp)

L’ALLARME
Intanto si sono fatte ormai le 3.15 di notte. La compagnia chiama cinque suoi jet che si trovano nell’area e chiede di dare un’occhiata fuori dal finestrino e di provare a mettersi in contatto con il Boeing. Ma dopo lunghi minuti nessuno dei cinque velivoli ottiene risposta. E nessun pilota o co-pilota rintraccia in cielo la sagoma dell’MH 370. Un’ora e quarantacinque minuti dopo le autorità locali dichiarano il codice rosso. Vengono allertati anche i centri di controllo di Hong Kong e Pechino.

È ormai l’alba e alle 7.39 l’agenzia stampa cinese Xinhua lancia il flash: «Persi i contatti con il volo della Malaysia Airlines MH370 partito da Kuala Lumpur con destinazione Pechino». Alle 08.15 il governo della Malesia avvia le operazioni di «Sar», ricerca e salvataggio. Quattro minuti prima, alle 08.11 un satellite rintraccia il Boeing in due possibili corridoi. Impossibile fornire una collocazione precisa, manca la triangolazione con altri satelliti. Ma intanto si scopre che 7 ore e 31 minuti dopo il decollo il velivolo era in un’area, a nord, che parte dalla Thailandia e arriva fino a Kazakistan e Turkmenistan. O verso sud, da Jakarta (Indonesia), giù giù fino al fondo dell’Oceano Indiano.

Le aree dove si sono concentrate le ricerche coordinate dall'Australia (foto Governo australiano)

Le aree dove si sono concentrate le ricerche coordinate dall’Australia (foto Governo australiano)

IL BIVIO
Alle 8.40 del mattino l’aereo non ha più carburante. Se ha virato verso Nord, se non s’è schiantato, se aveva un piano deliberato, probabilmente s’è adagiato sulla terraferma. Se ha svoltato di nuovo a sinistra, direzione Australia o Polo Sud, allora 29 minuti dopo l’ultimo segnale satellitare s’è inabissato in acqua, probabilmente al largo di Perth e della costa ovest. Lasciando il mondo pieno di domande. Domande che restano ancora lì. Senza una risposta. Dov’è sono finite quelle 239 persone? Cos’è successo al velivolo? Se l’aereo è caduto in mare perché la scatola nera non ha mandato nessun segnale? O se si è schiantato al suolo come mai il dispositivo di emergenza, realizzato proprio per dire quando un jet precipita a terra, non s’è ancora fatto vivo? Una risposta potrebbe arrivare dai detriti rintracciati via satellite negli ultimi giorni proprio di fronte all’Australia.

C’è chi, anche tra alcune agenzie d’intelligence, ha ipotizzato che il velivolo possa essere atterrato in uno degli aeroporti militari costruiti dai sovietici nell’ex Urss e abbandonati da decenni. A fare cosa? Non si sa. Lo scenario, comunque, è suggestivo. E serve soltanto ad alimentare la confusione su quella che ormai è, a tutti gli effetti, la caccia più grande, importante e spettacolare della storia.

© Leonard Berberi

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L’annuncio (insolito) dello Shin Bet: cercasi aspiranti 007 che sappiano benissimo il cinese

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«A.A.A. cercasi aspiranti 007 che parlino cinese in modo perfetto e che lavorino a tutte le ore». Firmato: Shin Bet. Ora, che sia il Mossad a richiedere agenti segreti da mandare in giro e con capacità comunicative senza falle, si può anche capire. Ma che la richiesta venga dall’agenzia israeliana che si occupa della sicurezza interna, lo Shin Bet appunto, questo è particolare. I cinesi stanno minacciando, da dentro i confini, lo Stato ebraico?

La domanda, dopo la pubblicazione dell’annuncio sul sito ufficiale, se l’è posta il quotidiano Ma’ariv. Ed è arrivata a una conclusione: Gerusalemme è preoccupata dai cittadini cinesi presenti nel Paese e teme che qualcuno di questi riesca a captare un bel po’ di segreti da passare a Pechino che, a sua volta, ci metterebbe poco, pochissimo a rivenderli a Teheran.

La spiegazione sembra credibile. Ma fino a un certo punto. Come fa notare più di un analista «la Cina non ci pensa per niente ad avere problemi con Israele e difficilmente manderebbe suoi agenti, almeno ufficialmente, a rovistare tra i segreti dello Stato ebraico. Pechino sa che se venisse scoperto anche un solo uomo loro verrebbe interrotta qualsiasi relazione». Resta, quindi, un altro livello di spionaggio. Quello non ufficiale. Quello che fa affidamento a persone che nulla c’entrano con l’intelligence cinese. E che lavorano a «cottimo».

L'annuncio pubblicato sul sito ufficiale dello Shin Bet

L’annuncio pubblicato sul sito ufficiale dello Shin Bet

E la cosa, almeno per la Repubblica popolare asiatica, non sarebbe nemmeno impossibile da fare. Basterebbe guardare ai cantieri edili di alcuni insediamenti ebraici in Cisgiordania. Se l’80 per cento della manodopera è fatta di lavoratori palestinesi che – per soldi e solo per soldi – tirano su centinaia di case nelle colonie, c’è un venti per cento che, invece, ha passaporto cinese. Costano poco, rompono le scatole ancora meno. E, soprattutto, non sono arabi, musulmani, palestinesi. Sempre più colonie, soprattutto quelle estremiste, decidono di chiamare cinesi per costruire appartamenti, uffici e scuole. Una presenza, regolare, che però potrebbe portare qualcuno dei migranti a fare il doppio lavoro: di giorno a maneggiar la cazzuola, di notte a cercare tra i punti strategici d’Israele. Di qui l’«urgenza» di Gerusalemme a cercare qualcuno che parli cinese perfettamente da poter infiltrare tra i lavoratori.

In realtà ci sarebbe anche una seconda, possibile, spiegazione. Ancora più complicata e per questo suggestiva. Dice, questa spiegazione, che lo Shin Bet non vuole reclutare per infiltrare tra i cinesi, ma che cerca proprio i cinesi in modo che siano gli occhi e le orecchie della sicurezza interna tra le comunità di coloni radicali. Un modo per monitorare la situazione in modo discreto e per evitare atti di terrorismo ebraico contro interessi palestinesi. Proprio ora che tra le due parti si sta andando avanti sui colloqui di Pace.

«I cinesi sono normali, umili, lavorano e si fanno gli affari loro. Soprattutto sono affidabili», spiega un analista. «I residenti delle colonie più radicali si fidano di loro proprio per queste caratteristiche e si muovono abbastanza allo scoperto nel loro odio contro i palestinesi. Avere qualcuno che aggiorna su quello che succede, per lo Shin Bet sarebbe il massimo. Certo, mi chiedo se mettendo l’annuncio online in questo modo l’agenzia non rischi di rompere questa relazione speciale tra coloni estremisti e lavoratori cinesi».

© Leonard Berberi

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Libia / Galleria fotografica

Un manifestante libico mostra la "V" di vittoria con le dita sopra a un carro armato della base militare di Al-Katiba, dopo che questa è caduta in mano ai ribelli (Hussein Malla / Associated Press)

Gli oppositori di Gheddafi di Bengasi si danno una mano nell'indossare le uniformi dell'esercito sottratte ai soldati fedeli al Colonnello (Asmaa Waguih / Reuters)

A Bengasi, la seconda città più grande della Libia, i parenti piangono la morte di Ahmed Sarawi, 36 anni, ucciso durante gli scontri tra oppositori e polizia (Suhai Salem / Reuters)

Centinaia di lavoratori cinesi aspettano di salire su una nave greca al porto di Bengasi per essere portati prima nel paese ellenico, poi a casa loro (Asmaa Waguih / Reuters)

La pista di atterraggio e decollo dell'aeroporto militare libico di Al Abrak, est del Paese. La struttura è stata abbandonata dall'esercito e ora è in mano ai ribelli anti-Gheddafi (Goran Tomasevic / Reuters)

Uno scorcio della città di Tobruk, est della Libia. L'area è sotto il controllo dei manifestanti e quel che resta della stazione di polizia locale è un ammasso di auto bruciate ed edifici saccheggiati e messi a fuoco (Afp / Getty Images)

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Gara di scacchi, l’Iran soffia il record del mondo a Israele

I comunisti cinesi puntavano molto sulla pallina di plastica per farsi sentire alla Casa Bianca. Un colpo di qua, un colpo di là e se gli americani uscivano sconfitti, potevano magari acquisire crediti di fronte all’amministrazione Usa. La chiamavano “diplomazia del ping pong”.

La storia poi è cambiata. Forse grazie anche al ping pong. Ma resta l’idea della sfida sportiva. Tant’è che ora, decenni dopo, siamo passati alla “guerra degli scacchi” tra Israele e Iran. Teheran ha vinto l’ultima battaglia in ordine di tempo. Anche se, negli ultimi mesi, è un continuo rincorrersi di record mondiali tra i due paesi.

Quattro mesi dopo che un giocatore dello Stato ebraico (Alik Gershon) aveva battuto il record del maggior numero di partite simultanee vinte, il maestro iraniano Ehsan Ghaem-Maghami, scrive l’agenzia di Stato Isna, ha vinto 590 partite (su 614) in 25 ore e 15 minuti. Riportando il record nella bacheca tutta speciale della Repubblica islamica.

Il campione iraniano di scacchi durante la sfida che l'ha portato a battere il record

L’israeliano Gershon aveva vinto 454 partite su un totale di 523 disputate simultaneamente. E al momento del trionfo si era pure lanciato in una dichiarazione politica: «Spero che tutte le guerre contro l’Iran possano essere così». Da Teheran non hanno mai replicato. Non a parole, almeno. Perché la replica è arrivata sul campo da gioco. O meglio: sulla scacchiera.

Ghaem-Maghami è stato meno diplomatico del rivale. «L’Iran è un grande Paese e merita il meglio», ha detto il giocatore. Nessun accenno diretto ai rapporti (nulli) tra i due Paesi. Ehsan Ghaem-Maghami è stato assistito da un medico, un massaggiatore e un dietista. In tutto ha percorso 55 chilometri tra un tavolo e l’altro. Nulla, in confronto alla strada – diplomatica, s’intende – che i due odiati vicini devono ancora percorrere. Mossa dopo mossa.

© Leonard Berberi

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Un giornale accusa: “Le bandiere egiziane sono fatte in Israele”. Scoppia la polemica

(foto Afp)

Dietro a ogni bandiera egiziana c’è una fabbrica israeliana. Il quotidiano de Il Cairo, al-Masry al-Youm, ha pubblicato dei documenti ufficiali in cui, senza tanti giri di parole, c’è scritto che i vessilli egiziani sono d’importazione e sono fatti nello Stato ebraico. Il ministro dell’Industria e del commercio del governo Mubarak, Rashid Mohammed Rashid, ha subito smentito la notizia, ma le firme, il testo del documento e le bolle di accompagnamento raccontano tutta un’altra storia.

«Le bandiere sono trasportate nei container e attraversano il valico di Taba o Rafah», scrive il quotidiano egiziano. E il viceministro egiziano si è limitato solo ad aggiungere che «la legge del nostro Paese non vieta l’importazione della merce dallo Stato ebraico».

«Questo è uno scandalo nazionale», ha attaccato il parlamentare Abbas Abd al-Aziz. «Anche io ho i documenti che provano questa vergogna». Nel mare delle polemiche che si sono scatenate, però, il governo egiziano ha sempre negato questa notizia.

Quella delle bandiere stampate altrove non è uno scandalo che tocca solo l’Egitto. Qualche mese prima, proprio Israele ha scoperto che la maggior parte dei suoi vessilli erano realizzati in Cina o nella nemica Turchia. E proprio per questo, la settimana scorsa è stato approvato – in fase preliminare – un emendamento in cui s’impone di far produrre le bandiere con la Stella di Davide solo entro i territori dello Stato ebraico.

Leonard Berberi

Leggi anche: In Israele le bandiere sono “made in China” (del 21 aprile)

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Terremoti, virus informatici e meduse giganti. I cabalisti prevedono mille sciagure

Ogni anno, puntuali come degli orologi svizzeri – anzi: peggio – le profezie dei rabbini cabalisti hanno invaso le pagine dei giornali e le emittenti televisive israeliane. Ma stavolta, durante le celebrazioni dello Yom Kippur, i religiosi non si sono proprio risparmiati. Coinvolgendo grandi (la Cina) e piccoli (le oche), spaziando dalla geopolitica (annessioni varie) alla tecnologia (virus informatici), senza dimenticare la fauna marina (le meduse).

A vincere il trofeo – pardon: la palma – del cabalista più apocalittico è un certo rabbino Nir Ben Artzi. Venerato nel paesino di Telamim – dov’è peraltro nato – è considerato un veggente dai poteri straordinari da parte di una setta di timorati.

Il rabbino ha, nell’ordine, vaticinato che «Dio spazzerà via la Cina dalla faccia della Terra con venti furiosi». Senza però mai precisare nei suoi lunghi sermoni la fine di quasi un miliardo e mezzo di persone. Poi ha anche previsto che «gli Stati Uniti e l’Unione europea si disgregheranno». A voler essere cattivi, si potrebbe dire che la fine dell’Ue non è roba così improbabile. Non contento ha aggiunto che «ci saranno terremoti e distruzione dalla mattina alla sera perché la Terra è stanca dell’impurità del mondo».

Il rabbino cabalista Nir Ben Artzi

Quindi il colpo finale. Che inizia bene, ma finisce male. «Se voi osservanti manterrete intatto il vostro fervore – ha promesso il rabbino cabalista – Israele troverà il modo di allargare i propri confini e di occupare entro l’anno (ebraico) pure Siria e Giordania».

Un po’ più moderato il collega Mordechai Ganot. Cabalista pure lui e con molto più seguito. Una sorta di Frate Indovino, il rabbino Ganot, per via di quella tradizione consolidata di diffondere un calendario lunare dal titolo significativo “Ogni cosa a suo tempo”. E comunque. Mordechai Ganot ha parlato di un imprecisato – uno solo – leader mondiale. «Nel mese di Sivan (durante l’estate, nda) – ha detto il rabbino – un grande sovrano gentile non ebreo morirà e un altro prenderà il suo posto. Ma vi sarà una grande confusione fra gl’infedeli e, in contemporanea, si scatenerà un sisma devastante». In molti, tra il serio e il faceto, hanno pensato agli Usa. Un po’ perché il «sisma devastante» è quello che stanno aspettando gli americani lungo la West Coast. Un po’ perché quella storia – «un sovrano gentile morirà» – ricorda tanto l’assassinio di Kennedy e fa temere per la sorte del presidente Barack Obama.

Basta così? Non ancora. Perché secondo il rabbino Mordechai ci sarà anche un virus informatico «assai maligno, destinato a infestare i computer di mezzo mondo se non saranno prese per tempo le necessarie contromisure». Cosa che dovrebbe accadere – se i calcoli del cabalista non sono sbagliati – il 26 aprile 2011, stesso giorno e mese dell’esplosione alla centrale nucleare di Chernobyl. Ed è anche il motivo per il quale il virus si chiamerà proprio così, Chernobyl.

E per finire, un po’ di fatti di casa ebraica. Mordechai Ganot ha messo in guardia i suoi adepti, dicendo loro che nel mese di Tammuz (luglio) «sarà meglio stare alla larga dalle spiagge d’Israele a causa del proliferare di meduse giganti». E che, ora sì che il sermone volge al termine, «nei periodi di Tevet (dicembre, nda) e Shevat  (gennaio, nda) meglio evitare di tirare il collo alle oche perché in quel periodo “l’angelo delle oche” avrà il permesso di fare del male allo scannatore».

Leonard Berberi

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