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Il maestro Taher e quel divieto d’ingresso perché beduino

Taher Marisat giovedì mattina denuncia la discriminazione in un programma tv di Canale 10 (Channel10/Falafel Cafè)

Taher Marisat giovedì mattina denuncia la discriminazione in un programma tv (Channel 10 / Falafel Cafè)

Entro anch’io. Non tu no. E perché? Perché no. Chiedere a Taher Marisat. È un cittadino israeliano, beduino, che insegna in una delle poche scuole costruite nel bel mezzo del deserto del Negev. E pochi giorni fa, complice il caldo e i 42 gradi centigradi, decide di andare a farsi una nuotata in una piscina di Beer Sheva, la città più grande dell’area. Ché Tel Aviv è lontana. Ed Eilat troppo cara.

Ma all’ingresso, ecco la sorpresa: «Lei non può entrare», gli dice la cassiera. Motivo? «Non è un residente della città». Taher, in realtà, vive a Beer Sheva da undici anni. Il suo villaggio è stato demolito e lui non s’è mai preoccupato di cambiare la residenza. E la regola di un’azienda, anche se criticabile, è regola. Se non fosse per il fatto che, dopo la denuncia del maestro alla tv privata Canale 10 con tanto di video fatto con un telefonino, l’emittente ha mandato uno dei suoi collaboratori, di religione ebraica e con residenza a Netanya, per trovare conferma.

L’inviato, stavolta, si vede entrare senza problemi. E quando chiede alla cassiera – la stessa – se è un problema che non sia residente a Beer Sheva, lei risponde: «Non è un problema, la regola vale soltanto per un certo gruppo di persone, non per lei». «Perché, vengono un sacco di beduini qui?», incalza l’uomo di Canale 10. «Sì», risponde secca la cassiera.

La vicenda è stata raccontata nello show mattutino della tv israeliana giovedì 4 luglio. E solleva per l’ennesima volta un quesito da mesi non trova risposta: c’è razzismo nei confronti dei beduini?

© Leonard Berberi

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Un letto da 127 mila dollari su un aereo. E’ polemica sul premier Netanyahu

Il premier Benjamin Netanyahu con la moglie Sara a bordo di un volo El Al

Il premier Benjamin Netanyahu con la moglie Sara a bordo di un volo El Al

Un letto da togliere il sonno. Di qua i tagli. Di là una matrimoniale da 127 mila dollari. E soltanto per cinque ore e mezza di volo. «Re Bibi» “scivola” su un volo Tel Aviv – Londra per seguire i funerali dell’ex premier britannico Margaret Thatcher. E da un paio di giorni non dorme di certo sonni tranquilli.

A dire agl’israeliani cos’è successo ad aprile è stata Canale 10. «Il nostro primo ministro ha chiesto alla compagnia aerea El Al di mettere un letto matrimoniale sul volo notturno per la capitale inglese per poter riposare con la moglie Sara – ha rivelato la tv locale –. Costo dell’operazione: 127 mila dollari». La cifra è stata aggiunta ai 300 mila dollari spesi per noleggiare l’intero volo dal Ben Gurion Airport a Londra (andata e ritorno). Un Boeing 767 della El Al tutto per il primo ministro, la moglie e lo staff di Bibi Netanyahu.

La reazione di migliaia d’israeliani non s’è fatta attendere. «Ma come, ci chiedono di fare sacrifici, ci hanno detto che taglieranno molte prestazioni e che alzeranno le tasse per rientrare dal deficit di bilancio e allo stesso tempo spendono tutti questi soldi per un volo di così poche ore?», si sono chiesti in molti. Il solo annuncio delle misure di austerity – secondo alcuni analisti – avrebbe già danneggiato il ministro delle Finanze, l’ex volto del tg Yair Lapid. Il viaggio aereo dei Netanyahu rischia di aumentare ancora di più l’insofferenza nei confronti dei politici. Distacco che per ora consiste in una petizione su Facebook firmata da più di quattromila persone in cui si chiede al premier di pagare di tasca sua i 127 mila dollari.

"Re Bibi", la copertina del settimanale americano Time pubblicata l'anno scorso

“Re Bibi”, la copertina del settimanale americano Time pubblicata l’anno scorso

«Bibi (Netanyahu, nda) è un re e in una monarchia – quando il monarca e la regina devono volare, il prezzo non è un problema», ha polemizzato l’opinionista Sima Kadmon in un duro editoriale sulla prima pagina dello Yedioth Ahronoth, il giornale più venduto nel Paese. «Dov’è lo scandalo?», s’è chiesta con ironia la Kadmon, prendendo in giro il premier dello Stato ebraico famoso per il suo soprannome «King Bibi», re Bibi.

Oltre all’imbarazzo, l’ufficio del primo ministro ha dovuto anche ammettere che sì, la cifra rivelata da Canale 10 è corretta. Ha anche “scagionato” Netanyahu dicendo che non sapeva nulla dei costi extra per l’aggiunta del letto matrimoniale. Letto che sarebbe stato installato per far arrivare riposati lui e la moglie il giorno del funerale della Thatcher «dopo una lunga giornata lavorativa», hanno aggiunto i portavoce di Bibi, per poi promettere che non sarà mai più messo un letto in un volo ufficiale del premier.

Non è la prima volta che Netanyahu viene attaccato per le sue spese eccessive. Poche settimane fa in molti avevano criticato quei 2.700 dollari – messi a verbale nel budget annuale della presidenza del Consiglio – per comprare il gelato da una gelateria di Gerusalemme con tanto di precisazione sui gusti preferiti. Nel 2010, invece, non era affatto piaciuta quella spesa di tre milioni di dollari per l’acquisto di tre auto blindate – modello Audi A8 – dotate, all’interno, di rivestimenti in pelle, schermo piatto con lettore Dvd, frigorifero e un contenitore per sigari.

Per Canale 10 è un ritorno a una vecchia questione “personale” con i Netanyahu. Nel 2011 l’emittente tv, insieme al quotidiano Ma’ariv, avevano raccontato che per anni il premier e la moglie avevano effettuato decine di viaggi costosi all’estero a spese di uomini d’affari e organizzazioni stranieri. Subito dopo Bibi aveva deciso di querelare per diffamazione entrambe le testate chiedendo migliaia di shekel come risarcimento danni.

© Leonard Berberi

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Siria, i militari israeliani confermano: ad Aleppo sono state usate armi chimiche

Una delle vittime dell'attacco di martedì 19 marzo nel villaggio di Khan al-Assal curata nell'ospedale di Aleppo. L'immagine è stata rilasciata dall'agenzia siriana di Stato "Sana"

Una delle vittime dell’attacco di martedì 19 marzo nel villaggio di Khan al-Assal curata nell’ospedale di Aleppo. L’immagine è stata rilasciata dall’agenzia siriana di Stato “Sana”

Le armi chimiche in Siria? «Sì, le hanno usate. Non sappiamo chi, però, se Assad o i ribelli». La «linea rossa» tracciata pochi mesi fa dal presidente americano Barack Obama – l’uso delle munizioni con agenti chimici – per gl’israeliani è stata superata martedì 19 marzo. Giorno in cui, confermano fonti militari, un attentato nell’area di Khan al-Assal, nei pressi di Aleppo, ha ucciso 25 persone e ferito un centinaio.

La notizia, data nell’edizione serale del tg della tv israeliana Canale 10, arriva il giorno prima dell’atterraggio del numero uno della Casa Bianca nello Stato ebraico. E rischia di cambiare l’agenda dei lavori di Obama, del premier Netanyahu e del re giordano Abdullah. Per la prima volta, almeno secondo gl’israeliani, nel conflitto biennale tra ribelli e lealisti di Assad scendono in campo le armi chimiche.

Armi che, però, secondo l’amministrazione Usa non è confermato siano di distruzione di massa. E per questo, a Washington per ora vogliono vederci più chiaro. Damasco – attraverso la tv di Stato (sotto il servizio video) – accusa i ribelli. Mosca si allinea alla denuncia del presidente siriano. Mentre i ribelli non solo smentiscono di avere armi chimiche, ma denunciano l’uso da parte dell’esercito di Assad. «Ci hanno tirato addosso gli Scud», dice Qassim Saadeddine, portavoce dell’Alto consiglio militare di Aleppo. E spiega che «la maggior parte delle vittime civili è morta per soffocamento o avvelenamento dovuti all’uso di gas velenosi».

Le voci si rincorrono. Le parti in causa si accusano a vicenda. Le uniche certezze sono le vittime e il racconto di un fotografo dell’agenzia Reuters che dice di aver visto decine di persone con difficoltà respiratorie arrivare nei due ospedali di Aleppo subito dopo l’attacco.

Da Israele più di un analista militare ritiene che le accuse di Damasco servano soltanto «ad autorizzare Assad a usare apertamente le armi chimiche contro le forze ribelli». «Sono giorni che l’esercito lealista si sta preparando per sferrare l’attacco finale a Homs». Città che, negli ultimi giorni, fa da sfondo agli scontri feroci tra le due parti e dove il presidente non vuole e non può perdere: «Da questa zona passano tutte le autostrade che collegano la capitale alle città di Latakia, Aleppo e Idlib». Ed è proprio verso queste aree che Assad avrebbe deciso di trasferire da Damasco e dal sud truppe, carri armati, aerei, elicotteri.

«In questo momento attorno a Homs sono già presenti le divisioni 18 e 19 della Guardia repubblicana», sostengono gli esperti. Truppe d’élite, tra le più fedeli al presidente, «che sanno usare le armi chimiche» e che saranno affiancate da altre. «La Quarta e la Quinta divisione hanno lasciato la capitale e sono sulla strada».

© Leonard Berberi

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