attualità, cinema, cultura

“Il film è stato girato in Israele”. E il Libano censura la pellicola pluripremiata

Una scena del film libanese "The Attack"

Una scena del film libanese “The Attack”

Quanto costa girare qualche scena in Israele? E quanto coinvolgere attori con il passaporto dello Stato ebraico? Il divieto assoluto di proiezione di «The Attack». In tutti i cinema. In tutto il Libano. Peccato che la nazionalità della pellicola sia proprio quella del Paese dei cedri.

«Cari amici e lettori, mi spiace informarvi che il ministro libanese dell’Interno, Marwan Charbel, ha deciso di punirci vietando il film in tutto il Paese. Ci hanno chiesto di restituire il permesso per la proiezione (in fondo al post). E il motivo principale è perché io ho passato qualche tempo in Israele per girare la pellicola». È lo stesso regista, Ziad Doueiri, a raccontarlo sulla sua pagina Facebook.

«È vero, parte del film è stato girato a Tel Aviv», scrive ancora, «ma solo perché la storia è ambientata anche lì ed è per questo anche che ho usato attori israeliani». Poi quello che sembra un atto di sfida: «Non mi pento di nulla e non mi sento di chiedere scusa». E ricorda come altri film, di realizzazione palestinese «ma con i soldi delle istituzioni cinematografiche israeliane», siano state «regolarmente proiettate nei nostri cinema».

Basato su una storia scritta dall’algerina Yasmina Khadra, «The Attack» racconta la storia di un chirurgo arabo che vive a Tel Aviv. Dopo un attacco kamikaze, l’uomo scopre un segreto inquietante sulle moglie. Una pellicola ben girata, secondo i critici. Tanto da meritarsi tre premi al Colcoa French Film Festival (il Premio del pubblico, quello della critica e il riconoscimento «Nuovi arrivi»).

Non è la prima volta che Libano e Israele «litigano» in campo cinematografico. Qualche mese fa, era stato il ministro del Turismo – Fadi Abboud – a scagliarsi contro la troupe del serial tv «Homeland» colpevole non solo di far sembrare Beirut – la capitale del Paese – come una zona di guerra e insicura, ma anche di aver girato le scene in alcune vie di Tel Aviv.

© Leonard Berberi

Il permesso rilasciato dall'autorità libanese per proiettare il film in tutto il Paese

Il permesso rilasciato dall’autorità libanese per proiettare il film in tutto il Paese

Annunci
Standard
attualità

La “stretta” di Hamas: limiti ai giornalisti stranieri, obblighi a quelli palestinesi

Miliziani di Hamas durante una delle ultime conferenze stampa a Gaza City (foto di Hatem Moussa / Ap)

Miliziani di Hamas durante una delle ultime conferenze stampa a Gaza City (foto di Hatem Moussa / Ap)

Un blitz notturno. Quando nei quartier generali i registratori ri-trasmettono il meglio della giornata televisiva. E quando i quotidiani sono ormai in stampa. Un blitz di quelli che magari vuol dire poco. O, forse, tutto. Perché nella sorpresa generale i vertici di Hamas hanno deciso che troppa libertà di stampa fa male. A loro, forse. Alla causa del Jihad, chissà. Di certo, mette in pericolo quel poco – pochissimo – di democrazia che c’è in quel pezzo di terra che si chiama Striscia di Gaza.

E allora. Limiti ai giornalisti stranieri che vogliono entrare – e raccontare – quel che succede a Gaza. Ordine – più o meno esplicito – ai cronisti locali di farla finita con le collaborazioni con la stampa israeliana e le agenzie internazionali.  Ovvio, se proprio un giornalista del posto volesse continuare a fare il «corrispondente» può pure farlo. Ma nessuno gli garantisce l’incolumità. Soprattutto di fronte a chi, da anni, vede quel manipolo di cronisti che scrive su Haaretz o Yedioth Ahronoth come spie al servizio di «entità nemiche». Peggio, come dei traditori.

Le cose saranno un po’ diverse per chi viene da fuori. Come prima tutti dovranno presentare una richiesta alle autorità centrali di Hamas. Ma mentre prima il nulla osta arrivava nel giro di una giornata, ora di tempo ce ne vorrà molto di più. I miliziani, infatti, si metteranno lì a spulciare tra gli articoli pubblicati, i tweet scritti e gli audio-video mandati in onda per cercare di capire se è stato detto/scritto/raccontato qualcosa di negativo nei confronti di Hamas. In quel caso, saranno considerati «ostili» alla causa palestinese e respinti.

Cosa voglia dire tutto questo, per ora nessuno l’ha capito. Come nessuno ha ben chiaro il motivo del gesto. Forse – azzardano i cronisti palestinesi – i miliziani islamici non hanno gradito il dossier di Human Rights Watch che di fatto boccia la gestione, politica e militare, di Hamas nella Striscia. O, più semplicemente, è solo un modo per ribadire chi comanda nell’area. Quel che è sicuro è che c’è già una vittima: la verità.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

I blogger rivelano l’identità di un agente segreto. E Israele attacca i loro siti

Per chi vuole capire come vanno le cose in Israele, il sito Tikun Olam (“riparare il mondo” in ebraico) è un’ottima fonte. Un po’ di parte forse – l’autore precisa sempre di essere di sinistra –, ma sempre interessante. Peccato che negli ultimi giorni la pagina sia stata irraggiungibile per quasi tutto il tempo. O meglio: non disponibile.

Interpellato sul problema, il curatore Richard Silverstein ha spiegato che il sito era – e continua ad essere – sotto attacco. Formalmente da parte di ignoti. Ufficiosamente «da parte di chi vuole farmela pagare per aver pubblicato cose da tenere segrete». Tikun Olam non è stato l’unico caso. Perché la stessa sorte – stessa ora, stessa modalità – è toccata ad altri due siti: Pendio Scivoloso di Itamar Sheltiel e Gli amici di George (Orwell) di Yossi Gurvitz.

Colpevoli, tutti e tre i blogger, di aver reso noto l’identità di un militare israeliano molto chiacchierato. E qui bisogna fare un passo indietro. Chi ha la possibilità di leggere i quotidiani israeliani s’imbatte spesso in articoli che riferiscono di questioni inerenti alla sicurezza. Ma la lettura, piuttosto che un insieme di informazioni, assume spesso i contorni del rebus. Perché i fatti sono censurati in parte, perché i nomi sono cambiati o perché ci sono passaggi logici mancanti. Tutto questo per effetto dell’intervento della sicurezza israeliana.

Così, stanchi e arrabbiati, molti israeliani hanno iniziato a risolvere questi rebus attraverso il web. Chi ha il dominio del proprio sito fuori da Israele, infatti, non è sottoposto alla censura militare. Anche questo blog – nel recente passato – ha goduto di questa particolare immunità.

La foto - pixellata - dell'ex agente segreto Doron Zahavi, la cui identità è stata resa pubblica da tre blogger (foto: Haaretz)

Richard, Itamar e Yossi, quindi, hanno fatto quello che i quotidiani cartacei israeliani non possono fare: andare a fondo sulle questioni militari. E hanno pubblicato il nome di “Capitano George”, un ex agente segreto. Doron Zahavi, questo il nome dell’ex 007, alcuni anni fa è stato denunciato per sevizie da un ex detenuto sciita libanese, Mustafa Dirani. Le accuse però non trovarono riscontro e il “Capitano George” fu scagionato. Nel frattempo Zahavi aveva lasciato l’esercito per passare alla polizia. E qualche giorno fa è stato nominato consigliere per le questioni arabe dal capo della Polizia di Gerusalemme.

Tutto inizia quando Haaretz si è chiesto se Doron Zahavi – visti i precedenti – fosse la persona più indicata per il ruolo affidatogli. Ma per ragioni di censura il quotidiano non ha potuto precisare l’identità. Ed è qui che il trio è intervenuto pubblicando il vero nome dopo poche ore. Tempo qualche minuto e i tre siti erano irraggiungibili. «La mia home page era completamente fuori uso – continua Richard Silverstein – e per rimetterlo in sesto ho dovuto trasferire tutto su un altro server che è sì più sicuro, ma anche più costoso».

La guerra su Internet però non riguarda solo la sinistra progressista israeliana. Anche la destra radicale sta ingaggiando una battaglia contro la censura militare: due settimane fa il sito Hayamin (“La destra” in ebraico) ha divulgato dagli Stati Uniti l’identità e l’immagine di un dirigente dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza interna) incaricato della lotta contro personaggi eversivi fra i coloni e ha mostrato la fotografia di uno dei suoi informatori. Il tutto, sembra, come ritorsione per l’arresto di un ultrà di destra sospettato della uccisione di quattro palestinesi.

A posteriori, il caso di Anat Kam, la giornalista free-lance che è riuscita a copiare migliaia di documenti segreti pubblicati (in parte) su Haaretz, sembra solo l’inizio di un’offensiva in nome della libertà di stampa.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Gaza, sotto gli occhi di Hamas i ragazzi giocano a fare gli occidentali

Praticare il "parkour" tra le rovine di Gaza. E di nascosto (foto Ap)

Hamas qui non è ancora arrivato. O forse non ci vuole arrivare. Così, finché staranno alla larga da queste rovine, i giovani potranno continuare a sentirsi occidentali. Giocando a basket, ascoltando musica rap e praticando il parkour, lanciandosi da un muro all’altro.

I fantasmi dei campi profughi lungo la Striscia di Gaza tornano ad animarsi di ragazzi palestinesi che passano ore e ore lontani dalle pressioni dei militanti di Hamas. E fanno tutto quello che farebbero i loro coetanei che vivono a Parigi, a New York o a Londra. A partire dalla musica rap. Che l’autorità di controllo sulla Striscia stigmatizza, ma che va molto di moda a Gaza.

«Quando abbiamo iniziato a seguire la cultura rap – dice Ayman Mghamis, 25 anni – tutti ci hanno chiesto: “Ma perché vi mettete dei vestiti così larghi? Perché vi salutate così?”». Ayman non è uno qualsiasi. È un membro dei “Palestinian Rapperz”, «uno dei dieci gruppi rap più famosi della Striscia».

Una notorietà che, se da un lato ha finito con l’essere accettata dalla popolazione, dall’altro ha portato gli occhi di Hamas a seguire i movimenti di questi ragazzi. Intervendo, a volte anche in modo brusco. Com’è successo a marzo, quando i miliziani hanno fatto irruzione in pieno concerto, e hanno bloccato tutto. Per poi replicare il gesto un mese dopo. «Ci hanno detto che mancavano i permessi per l’esibizione», continua Ayman. «La verità è che era il loro modo per dirci di tenere un profilo basso e di non esaltarci troppo».

Giocare il più americano dei giochi, il basket, in mezzo ad "Hamastan" (foto Ap)

Altri ragazzi hanno trovato un modo tutto loro di divertirsi: il parkour. Ogni settimana, entrano di nascosto in una scuola e si mettono a saltare da un muro all’altro, da una finestra a un sottoscala. Rischiando pure di rompersi qualche osso. E di finire in prigione. «Qualche volta i vicini sentono i rumori e chiamano la polizia», dice Mohammed Irgayig, 19 anni, all’Associated Press. «Temono che si tratti di ladri».

Mohammed Ghreis, 23 anni, passa le sue giornae facendo altro: in un piccolo appartamento si esercita con la break dance. Insieme a lui ci sono altri otto ragazzi. Tutti giovanissimi. «L’abbiamo imparato guardando i video su Internet», racconta Ghreis.

Come i rapper, come i praticanti del parkour, come i ballerini di break dance la maggior parte dei ragazzi di Gaza non ha un lavoro. E questi momenti di svago sono gli unici che li tengono lontani dalla realtà. Racconta Irgayig: «Mi metto a saltare perché così dimentico la situazione in cui mi trovo, mi fa sentire libero».

Leonard Berberi

Standard