attualità

Oron, Guy e l’ombra della «direttiva Hannibal»

Soldati israeliani nei pressi di Sderot, l'ultima cittadina israeliana, prima della Striscia. Sullo sfondo le colonne di fumo che si levano proprio da Gaza (foto Andrew Burton/Getty Images)

Soldati israeliani nei pressi di Sderot, l’ultima cittadina israeliana, prima della Striscia. Sullo sfondo le colonne di fumo che si levano proprio da Gaza (foto Andrew Burton/Getty Images)

Ufficialmente sono morti in battaglia. Ufficiosamente sarebbero stati uccisi dai loro stessi compagni per un solo scopo: non lasciare ostaggi al nemico. Più passano i giorni e più si rafforzano le voci – che saranno sempre smentite – sul vero destino di Oron Shaul, 22 anni, e Guy Levy, 21, entrambi soldati dell’esercito dello Stato ebraico: il primo sergente nella Brigata Golani, il secondo sergente delle truppe armate combattenti.

Sarebbero due dei 37 militari «assassinati da Hamas» durante l’operazione “Margine protettivo” nella Striscia di Gaza. Ma più di qualcuno sostiene che Oron e Guy potrebbero essere stati vittime della «direttiva Hannibal». Non sarebbe la prima volta. È successo tra il 2008 e il 2009 durante l’operazione – sempre su Gaza – «Piombo fuso». E il 7 ottobre 2000 su addirittura tre persone. Ma la sua applicazione è sempre stata un argomento tabù per gl’israeliani da quando – dopo la cattura di due soldati in Libano nel 1986 – i vertici dell’esercito stilarono la direttiva. «Nel caso di un rapimento, la missione più importante diventa forzare il rilascio dei soldati rapiti da parte dei loro sequestratori, anche se ciò significa ferire e/o danneggiare i nostri soldati».

Oron Shaul, 22 anni, sergente della Brigata Golani, dichiarato morto il 25 luglio

Oron Shaul, 22 anni, sergente della Brigata Golani, dichiarato morto il 25 luglio

È successa la stessa cosa con Oron e Guy? Entrambi i giovani sarebbero caduti nelle mani dei miliziani palestinesi durante l’incursione nella Striscia. La vicenda di Gilad Shalit, rapito nel 2006 e rilasciato cinque anni dopo, dimostra che queste operazioni dal punto di vista di Hamas «funzionano»: per liberare il militare Gerusalemme ha dovuto a sua volta rimettere in libertà circa mille palestinesi.

Un duro colpo. Tanto che il quotidiano Haaretz aveva citato un comandante israeliano che si era così espresso: «Un nostro soldato non deve essere rapito in nessuna circostanza. Dobbiamo fare di tutto per evitare che questo accada: per questo viene loro imposto di sparare contro un gruppo di sequestratori, anche se questo potrebbe comportare l’uccisione del compagno. È una cosa che ogni militare capisce: non possono diventare un altro Gilad Shalit».

Guy Levy, 21 anni, ucciso a Gaza venerdì 25 luglio (foto Idf)

Guy Levy, 21 anni, ucciso a Gaza venerdì 25 luglio (foto Idf)

Quello che è certo è che Oron Shaul si trovava nel carro armato insieme ad altri sei commilitoni il 20 luglio scorso. Una volta attaccati gli altri sei sono morti quasi subito. Oron sarebbe stato portato via, ferito, dai palestinesi. L’Idf, l’esercito israeliano, ha prima detto che Oron era morto insieme con gli altri. Poi Hamas ha annunciato in diretta tv di averlo rapito. Quindi l’Idf, diverse ore dopo, l’ha classificato come «ucciso, non identificato». Una descrizione che i militari dello Stato ebraico di solito non usano.

Soltanto cinque giorni dopo, alle 14.40, Raffi Peretz, rabbino militare capo, ha stabilito che Oron è morto. Anche se il corpo non c’è. Secondo la ricostruzione ufficiosa predominante contro Oron sarebbe scattata la «direttiva Hannibal»: quando il militare è caduto in mano ad Hamas l’aviazione israeliana avrebbe bombardato l’area dove sarebbe stato trattenuto: nell’incursione sarebbero morti i suoi sequestratori e lo stesso Oron.

Mentre veniva «stabilita» la morte di Oron Shaul, a Gaza veniva ucciso Guy Levy. Guy si trovava con i suoi commilitoni in uno dei tunnel illegali costruiti dai miliziani palestinesi. All’improvviso – da un ingresso nascosto – sarebbero spuntati due uomini di Hamas che avrebbero portato via Guy. Nella sparatoria, uno dei miliziani sarebbe stato ucciso subito, mentre l’altro avrebbe tentato di allontanarsi con il soldato israeliano. Non riuscendo a riprenderselo, l’area sarebbe stata bombardata – racconta il sito di notizie Nana – con un carro armato. Tutti morti. Compreso Guy Levy.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Pronti i piani di guerra contro Gaza. Netanyahu spera nell’ok di Usa e Europa

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu parla a 50 ambasciatori ad Ashqelon. A fianco, un razzo Grad palestinese (foto GPO)

S’incontreranno ancora stamattina, i vertici del governo e dell’esercito. L’hanno fatto la notte prima. E lo faranno per tutto il giorno fino a quando non si decideranno a decidere. A scegliere tra il bastone e lo schiaffo. Tra i carr’armati e i proiettili. In tutta questa storia una cosa, a Gerusalemme, è certa: non c’è spazio per la carota.

«I 160 razzi sparati da Gaza e piovuti sul suolo israeliano non resteranno impuniti», spiega un analista. «Sul tavolo ci sono diverse opzioni, compresa quella militare. Quest’ultima è la più accreditata. Ma il premier Benjamin Netanyahu vuole essere sicuro, stavolta, che il mondo abbia capito cosa sta succedendo qui da noi. Così da rendere comprensibile l’offensiva su Gaza con migliaia di uomini, centinaia di tank e la caccia ai terroristi casa per casa».

Il primo ministro – forte dei sondaggi a due mesi dalle elezioni del 22 gennaio – preme per la risposta più dura, insomma: «invasione della Striscia, azzeramento di Hamas, avvio di una fase di democratizzazione di Gaza». Il tutto con l’aiuto – confermato in questi giorni – degli Stati Uniti. Con l’appoggio del ministro della Difesa, Ehud Barak. E di buona parte della comunità ebrea ultraortodossa.

Il ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, nella situation room durante le esercitazioni congiunte con l’esercito americano (foto Ministero della difesa israeliano)

Ma nel Likud, la formazione di Netanyahu, più di un parlamentare gli fa notare i rischi di una guerra contro Hamas, ma anche Hezbollah e la frazione di Al Qaeda che si trova nel Sinai. Un conflitto alla vigilia delle elezioni, se vinta, fa benissimo alle urne. Ma rischia di portarsi via le vite di decine di soldati israeliani. E quindi anche una vittoria che nello Stato ebraico danno ormai in mano al duo Likud-Israel Beitenu.

«Non tollereremo più altri razzi su Israele», ha tuonato ieri il premier ad Ashqelon, a pochi chilometri dal confine con Gaza. Davanti a lui più di 50 ambasciatori – compreso quello italiano – che, per la prima volta, hanno capito che Netanyahu stava facendo sul serio. A rendere ancora più tesa la conferenza, il razzo, lungo più di tre metri, alla sinistra del primo ministro israeliano. Un razzo palestinese.

«Il mondo deve capire che Israele ha il diritto e il dovere di difendere i suoi cittadini», ha tuonato Netanyahu davanti ai rappresentanti delle cancellerie di mezzo mondo. «Non staremo più fermi contro le minacce quotidiane, non sopporteremo ancora che mettano a rischio le vite delle nostre donne, dei nostri bambini, dei nostri uomini».

Uno dei razzi sparati da Gaza e caduto sulle campagne di Netivot (foto di Tsafrir Abayov/Flash90)

Da tre giorni e fino a lunedì sera – 12 novembre – i miliziani di Hamas hanno sparato più di 160 razzi. Più di quaranta gl’israeliani feriti. Città continuamente assillate dalle sirene d’emergenza: Beersheba, Netivot, Ofakim, Sderot. Tanto che la notte, Netanyahu s’è incontrato con il capo dell’esercito, Benny Gantz, il ministro della Difesa, Ehud Barak, e un paio di analisti. Gantz gli avrebbe assicurato che l’esercito è pronto a entrare nella Striscia. «Del resto – avrebbe spiegato – sono giorni che i nostri uomini si esercitano su questo scenario».

Una nuova missione «Piombo fuso» è alle porte? Difficile dirlo. In molto ci scommettono. In tanti lo sperano. Ma per ora potrebbe entrare in gioco una tregua con Hamas. L’ennesima fragile cessazione delle violenze. Sperando che, nel frattempo, lassù, al Nord, non succeda e non si muova qualcosa. Che gli uomini di Assad stiano buoni e non sparino più contro il Golan israeliano. Che Hezbollah prosegua nelle sue faide interne. Che Ahmadinejad continui a non arricchire ulteriormente l’uranio.

A Gerusalemme, intanto, non hanno mancato di esaltare gli ottimi risultati dell’esercitazione congiunta con gli americani. Migliaia di soldati israeliani, 2.500 marines, decine di missili Patriot sparati dalle basi militari dello Stato ebraico verso il Mediterraneo. «Un successo», ha esclamato il ministro della Difesa Ehud Barak. E aveva il sorriso di chi, in realtà, voleva dire ben altro: che dopo la rielezione di Obama, Israele non si sente più sola. Quasi quasi, si sente pronta a scendere in campo.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Ancora razzi e raid tra Gaza e Israele: lo spettro di un’«Operazione Piombo fuso 2»

Paracadutisti dell’esercito israeliano in attesa di salire sull’aereo militare (foto di Boaz Guttman)

Tu chiamala, se vuoi, operazione «Piombo fuso 2». Mentre si «calmano» gli spiriti sul dossier iraniano, ai piani alti dell’esercito israeliano ora guardano alla Striscia di Gaza. Le voci si rincorrono da giorni. C’è chi giura di aver anche visto una bozza del piano d’intervento armato. E chi di aver sentito il premier (uscente) Benjamin Netanyahu dire a Tony Blair, inviato del Quartetto che «la situazione sta diventando intollerabile: dobbiamo fermare subito il lancio di razzi contro il mio popolo».

Non si tratterebbe soltanto di raid aerei. Che, tra l’altro, da giorni ormai caratterizzano i cieli palestinesi. Si parla di uomini da mandare faccia a faccia con i miliziani del braccio armato di Hamas. La voce è diventata qualcosa di più lunedì sera. Quando, durante l’edizione del tg più seguito nello Stato ebraico – quello di Canale 2 – il colonnello Amir Baram, numero uno della brigata dei paracadutisti, ha detto: «L’esercito potrebbe ricorrere a un’altra incursione via terra nella Striscia».

Vista la portata, Baram ha precisato subito dopo che stava parlando a titolo personale. «Si tratta soltanto di una mia opinione», ha aggiunto. Poi però ha anche detto qualcosa che a molti è sembrato una sorta di sintesi dell’intervento. «Penso che non ci sia molta scelta: dovremmo per forza entrare con i nostri uomini a Gaza. E dovremmo farlo anche presto. I miei uomini potrebbero anche dover ricorrere alla caccia all’uomo casa per casa per mantenere la calma nell’area e far smettere l’invio di razzi su Israele».

Paracadutisti dell’esercito israeliano all’interno di un velivolo militare (foto di Boaz Guttman)

L’obiettivo ufficiale: la deterrenza. «Hamas sa benissimo che a loro non conviene scatenare la nostra forza militare anche via terra», ha spiegato Baram. Che ha anche rivelato il tipo di esercitazioni che si stanno facendo in questi giorni: lo scenario principale prevede scontri armati in un contesto «densamente abitato». «Dobbiamo essere pronti a combattere anche in aree affollate», ha detto Baram.

Negli ultimi giorni decine di razzi – sparati dalla Striscia di Gaza – sono piovuti in territorio israeliano. L’esercito dello Stato ebraico per ora risponde a colpi di incursioni aeree uccidendo alcuni leader dei miliziani. Miliziani che sembrano fuori dal controllo di Hamas.

E mentre a molti tornano in mente i mesi invernali – a cavallo tra il 2008 e il 2009 – dell’Operazione Piombo fuso, più di qualcuno ha fatto notare che le ultime esercitazioni contro le grandi emergenze (dal terremoto alla bomba nucleare) hanno riguardato soprattutto gli ospedali di Haifa e Ashqelon. «Guarda caso le due città più vicine ai confini con il Libano degli Hezbollah e la Striscia di Gaza di Hamas».

© Leonard Berberi

Standard
attualità, economia

Israele, tutti i numeri del conflitto israelo-palestinese

«Pagano il prezzo più alto, sono incapaci di svilupparsi economicamente, fanno affidamento solo sui donatori e sono vulnerabili alla violenza, agli arresti, alle espulsioni, alle umiliazioni dentro le loro case, le loro strade e i loro posti di blocco».

È la descrizione della situazione dei palestinesi nell’anno 2010 secondo il nuovo rapporto di Avda, il centro d’informazione israeliano che monitora l’uguaglianza e la giustizia sociale in Israele. Un dossier che traccia un profilo anche degl’israeliani, illusi – secondo Avda – «di vivere in un paese normale, ma solo perché la normalità che loro vedono è prodotta dalle barriere fisiche e dalla massiccia presenza militare che sono state messe tra Israele e Cisgiordania».

Più in generale, continua il rapporto, «il conflitto con i palestinesi è diventato un grosso ostacolo per Israele nel raggiungere standard di vita di cui godono i cittadini americani ed europei». Per fare solo un esempio: «la guerra contro Gaza (iniziata nel dicembre del 2008) è costata 1,3 miliardi di dollari. Senza contare che dopo l’attacco, il turismo nello Stato ebraico è diminuito in modo significativo».

Costi che hanno provocato una diminuzione degli investimenti, un aumento della disoccupazione, una diminuzione del potere di acquisto degl’israeliani.

Secondo Avda, calcolare i costi di tutti gli interventi militari nell’area è impossibile. Anche se qualche dato l’ha tirato fuori: tra il 1989 e il 2010 il ministero della Difesa ha ricevuto 11,63 miliardi di dollari in «dotazione speciale», cioè più di quanto si è spesso nel 2009 per l’istruzione.

Non solo. Il muro di separazione tra lo Stato ebraico e la Cisgiordania è costato 3,36 miliardi di dollari, pari al bilancio complessivo del ministero della Salute nel 2008. Secondo Avda, se Israele avesse seguito la Linea Verde tracciata nel 1967, il muro sarebbe stato lungo 313 km. Ma i calcoli attuali stimano una lunghezza che supera il doppio: 790 km.

Leonard Berberi

Standard
attualità, politica

Berlusconi show (made in Israel)

Il sosia di Berlusconi entra nello studio di "Eretz Nehederet", programma satirico di Canale 2 (fermo immagine: L.B.)

Un’imitazione senza freni. Che colpisce la vittima nei suoi punti più deboli. Il sorriso, la parlata. E soprattutto: le donne. L’obiettivo è Silvio Berlusconi. Preso in giro dal programma satirico più seguito d’Israele – Eretz Nehederet (Una terra splendida) – pochi giorno dopo la sua visita ufficiale in Terra Santa (qui il video della trasmissione).

Il tema della puntata è delicato: il rapporto indipendente Goldstone sulla guerra di Gaza di gennaio scorso. Un dossier che accusa Israele di crimini contro l’umanità. Ma al decimo minuto – e cinquanta secondi – il sosia di Berlusconi irrompe in studio. E’ accompagnato da due ragazze, entrambe more e slanciate. Sfoggia il suo solito sorriso e il classico doppiopetto.

(fermo immagine: L.B.)

Nello sketch si immagina che su richiesta del capo di stato maggiore, generale Gaby Ashkenazy, Berlusconi venga chiamato in Israele per indagare sull’operazione “Piombo Fuso” a Gaza. “Che male c’è? Meglio che ad indagare sia un nostro amico, piuttosto che un antisemita”, dice a un certo punto l’attore che mollemente abbandonato su una poltrona rappresenta il generale Ashkenazy.

Tra l’ebraico e l’italiano maccheronico, l’attore che imita Berlusconi inizia a dare spettacolo. Prima chiede il numero di cellulare di una soldatessa israeliana. Poi si rivolge alla sosia di Sonia Peres – la moglie ottantenne del presidente Shimon – e dice: “Oh, ma che bella ragazza”.

(fermo immagine: L.B.)

Quindi arriva la cantante israeliana Rita. Seno abbondante, decolletè in bella mostra, vestito stretto stretto. Cerca di sedurre il premier italiano. Gli si siede sulle gambe. E inizia a intonare strofe improbabili (e sbagliate) in italiano, ma in rima. “Risotto mozzarella, linguini gorgonzela, spaghetti, salmonella”.

Poi è la volta delle frecciate politiche – sempre in strofa -: “Benigni Fellini, Benito Mussolini”. Infine, la critica calcistica sul caso Golasa: “Inter Varese, Juventus Udinese, lamborghini contessa, Eyal Golasa”.

(fermo immagine: L.B.)

Passano pochi minuti e Berlusconi, insieme alla moglie di Shimon Peres, sale su una Vespa ed esce dallo studio. Il pubblico applaude. E apprezza. Segno che la visita del primo ministro ha lasciato il segno. Nonostante le polemiche per le troppe ambiguità.

Standard
attualità, politica

Telepolitica

(fotogramma da Canale 23)

Deputato: “Il ministro della Difesa Barak ascolta musica classica e al tempo stesso uccide i bambini palestinesi”. Giornalista: “Sei uno sfacciato. Come è possibile che deputati israeliani si schierino con una organizzazione terroristica come Hamas?”. Deputato: “Sei un Mefistofele. Un giornalista al servizio di tutti i primi ministri”.

A Canale 23 va in onda la rissa. Politica, sì. Giornalistica, anche. Ma soprattutto istituzionale. Perché ad accusare un ministro è Jamal Zahalka, membro del parlamento israeliano e leader del partito arabo-israeliano Balad. A difendere Ehud Barak (Labour) e a contrattaccare è Dan Margalit, grande firma del free-press (di cui abbiamo parlato) “Israel ha-Yom” e filo-governativo. Il tutto, di fronte alle telecamere del programma “Erev Hadash” (New evening show). Com’è finita? Che il deputato è stato cacciato dallo studio tv.

Tutto è iniziato quando Zahalka ha criticato duramente l’operazione “Piombo fuso” di un anno fa su Gaza e ha biasimato il governo israeliano anche per il blocco che vige tutt’ora sulla Striscia. A quel punto, i due conduttori, Margalit in testa, hanno fatto rilevare che proprio ieri (31 dicembre), un deputato arabo israeliano, Taleb a-Sana, aveva rilanciato con il proprio cellulare un messaggio del leader di Hamas a tutti gli arabi israeliani. E si chiedevano, i due giornalisti, come fosse possibile accettare che la democrazia israeliana potesse essere rappresentata dai “portavoce dei terroristi”. A quel punto gli animi si sono accesi e sono volate parole grosse. Fino agli insulti.Il programma è poi proseguito – non senza imbarazzo – con un’altra intervista. “Dalla tempesta in studio passiamo a quella in Iran”, ha chiosato il conduttore.

Qui sotto il video del litigo (in lingua ebraica, sottotitoli in inglese)

Standard