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Israele, Netanyahu batte i pugni: voglio la metropolitana a Tel Aviv

E allora, questa metropolitana quando s’ha da fare? Hai voglia a chiedere, pretendere, battere i pugni sul tavolo, alzare la voce. Perché poi, alla fin fine, il risultato è sempre lo stesso. Da quarant’anni a questa parte: nisba. Niente binari, niente fermate, niente passaggio sotteraneo. Niente di niente.

Ora, è vero che una nazione da 7,5 milioni di abitanti non può pretendere di arredare le città di metropolitane. Soprattutto se, quella che chiamano metro è una funivia e si trova a Haifa. Ma è anche vero che centinaia di migliaia di pendolari entrano ed escono da Tel Aviv, il cuore economico del Paese, usando la propria auto. E così, di mattina e di pomeriggio, ci sono vie e tangenziali della “collina della primavera” che sembra di stare a Milano o Roma. E nel bel mezzo dello shopping natalizio o di una serrata dei trasporti pubblici.

E così, il premier Benjamin Netanyahu ha alzato la voce. Ha chiesto – o meglio: preteso – una metropolitana a Tel Aviv. Da realizzare subito, ovviamente. E soprattutto: con un tracciato che dovrà passare il più possibile sotto terra. Sia inteso: messo così, il progetto richiederebbe miliardi di shekel. Tutti soldi che – sia re-inteso – per il momento non ci sono. Ma in qualche modo bisogna trovarli. Del resto quello di Netanyahu è un ordine. Fatto – racconta la radio militare – durante una riunione di lavoro con i ministri coinvolti nel progetto e con il sindaco di Tel Aviv, Ron Hulday.

A dire il vero, la storia non aiuta il premier. Il progetto della metropolitana a Tel Aviv circola da quarant’anni. Quando anche la celebre Golda Meir batté i pugni sul tavolo per spronare i collaboratori a rimboccarsi le maniche e a realizzare un moderno sistema di trasporti di massa. Quattro decenni dopo gli abitanti di Tel Aviv una metro non ce l’hanno ancora.

I progetti disponibili oggi non è che soddisfino granché “Bibi”. Una prevede la costruzione di una “linea ferroviaria leggera”, per lo più al livello stradale e solo in minima parte sotterranea. «No, deve passare sotto terra il più possibile», avrebbe detto Netanyahu. A quel punto pare anche che qualcuno gli abbia chiesto: “Ma perché?”. E pare che lui abbia risposto piccato con un «cercate di capirlo da soli».

Poi, sia chiaro, nella stessa riunione si è parlato anche di terrorismo e di nucleare. Tanto che il sindaco Hulday ha affrontato la questione della utilizzazione dei parcheggi sotterranei di Tel Aviv come possibili rifugi di massa qualora la città fosse colpita da bombardamenti nemici. Una discussione, quest’ultima, che secondo la radio militare ha fatto capire a tutti una cosa: la futura metropolitana di Tel Aviv – se mai si farà, se mai si costruirà – dovrà essere concepita anche a fini difensivi.

© Leonard Berberi

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reportage

Appunti di viaggio / 3

Dalle parti di Kikar Paris (foto L.B.)

HAIFA – C’è un detto israeliano che dice, più o meno, così: “A Tel Aviv ci si diverte, a Gerusalemme si prega mentre ad Haifa si lavora”. Ma c’è un’altra credenza popolare: ad Haifa, 265mila abitanti, la convivenza tra ebrei e musulmani è possibile. E funziona.

Sarà. Ma in questo pezzo di terra quasi al confine con il Libano, piena di scalini e di sali e scendi che tormentano l’animo e il fisico, la convivenza da un po’ è messa in crisi. Vuoi per colpa del conflitto con Beirut. Vuoi per quella metropolitana-funivia, il Carmelit – l’unica nel Paese -, costruita “soltanto per gli ebrei”. Almeno è questo quello che dicono i musulmani. Solo che il treno della discordia esiste nel paese dal 1959. E rinnovata nel 1992.

“Fino a qualche anno fa andavamo d’accordo. Ma perchè questa è una città d’affari. E quando si tratta di guadagnare qualcosa, tutti noi mettiamo da parte le divergenze”. Abdullah, 48 anni, gestisce un minimarket in Kikar Paris (piazza Parigi). Esattamente di fronte all’ingresso del Carmelit. E la convivenza? “Una favola – risponde secco -. Che convivenza vuoi che ci sia quando gli ebrei sono il 90% della popolazione totale?”.

Mentre lancia un’occhiata all’addetto alla sicurezza che controlla tutti i clienti in entrata, Abdullah si avvicina a una gigantografia di Haifa ripresa dal mare. “La città è divisa in tre parti – spiega con l’aria di chi la sa lunga -: in basso, la parte più povera, ci siamo noi musulmani. Nel mezzo ci sono gli ortodossi: russi, ucraini, polacchi, moldavi. In alto, nella zona più ricca della città, ci sono gli ebrei”. Batte l’indice sul sommità della città. Poi sbuffa. “Noi non possiamo andare sopra. Gli ebrei, se possono, evitano di mettere piede dalle nostre parti. Voi europei la chiamate convivenza?”.

Un convoglio del Carmelit in partenza

Verità o frustrazione di un singolo individuo? Basta attraversare la città. Dall’alto fino a giù, alla parte portuale che in alcuni tratti puzza di pesce e ferraglia arrugginita.

Quando parte, il treno del Carmelit è quasi vuoto. E tutti i passeggeri sono ebrei. In una decina di minuti raggiungiamo l’ultima fermata: Gan Ha’em. Fuori, il panorama è completamente cambiato. Strade appena asfaltate, giardini ben tenuti, palazzi alti e nuovi. E un vento che soffia così forte che a volte sei costretto a evitare pezzi di cartone che volano e ti sbattono contro a sorpresa. Le scritte dei negozi e degli uffici sono tutte in ebraico. Le scuole pure. Trionfano i colori bianco e azzurro. E quasi ogni casa ha una bandiera d’Israele esposta. I bambini indossano la kippah. Dei musulmani nemmeno l’ombra.

“Qui non li vogliamo. E’ gente cattiva”, racconta Avi, copricapo tipico in testa, barba incolta e proprietario di uno studio fotografico “da 30 anni”. Le stesse parole, a volte moderate, a volte dure, si sentono dire anche dagli altri ebrei. Ma allora perché nel mondo si pensa che Haifa sia esempio di convivenza civile? “Balle – interrompe il fotografo Avi -. Avranno visto gli ebrei più poveri vivere nella parte basse della città e avranno pensato che così è ovunque”.

Provo a scendere di un girone. Quello che – secondo Abdullah – sarebbe abitato dagli ortodossi dell’Est Europa. I negozi ebrei si diradano fino a sparire. In contemporanea iniziano a dominare le scritte cirilliche. Negozi di frutta e verdura con i prezzi in shekel ma con parole incomprensibili agli stessi ebrei. Supermercati con prodotti che arrivano dalla Russia. O dall’Ucraina. Anche le edicole non vendono Haaretz o il Jerusalem Post, ma quelli che vengono stampati a Mosca. E ancora: negozi di cianfrusaglia di stoffa, parrucchiere ucraine e venditori di bigiotteria e di anelli e orecchini d’oro.

Haifa, dall'alto (foto L.B.)

In questa terra di mezzo di Haifa sono spariti gli alberghi di lusso e i giardini. Così come i ristoranti, le strade bene asfaltate e le abitazioni a molti piani. Ci sono solo case basse, qualche palazzo decrepito, auto targate Haifa, ma anche Kiev. Non c’è nemmeno un ebreo o un musulmano. Alle domande rispondono con monosillabi. O con frasi di circostanza. A volte s’insospettiscono. “Molti vivono da irregolari”, racconta un venditore di bibite fresche. E risponde solo perché in cambio gli ho comprato un succo di frutta. A un prezzo che è aumentato del 50% rispetto ai supermercati normali. “Viviamo bene qui – continua -. Non diamo fastidio a nessuno e non m’interessa sapere perché qui non ci sono nè ebrei nè musulmani”, taglia corto.

In fondo alla strada, da un appartamento, la canzone di un rapper russo invade la strada. Partono urla. Sempre in russo. Poi la musica smette. La polizia? In questo pezzo non si vede. Per oltre due ore abbondanti.

Ancora un passo verso il mare. Ancora centinaia di gradini da percorrere. L’intreccio di strade porta ad HaRav Marcus. A ridosso del porto. Terzo girone: la parte musulmana. La sporcizia domina. I cassonetti sono pieni di immondizia. Le case, per la maggior parte costruite negli anni ’40-’50 (o almeno così sembra) hanno le pareti rovinate o sporche. Le finestre sono blindate da inferriate fisse. Gli odori della spazzatura si mischiano con quelle della cucina. Urla qua e là. Pochissime macchine. E bambini che – pisello in fuori – si mettono a pisciare. Chi dal balcone del terzo piano. Chi dalla finestra di quella che sembra essere una camera da letto. E l’urina va giù, a metri di distanza. Spinta dal vento che – a quest’altezza – c’è, ma è meno forte della parte alta.

A un certo punto le case finiscono. Un appezzamento di terriccio rosso e pietra è stato recintato da anni. Ma non c’è nessuna costruzione. Solo altri rifiuti che qualcuno avrà buttato nottetempo. Nessuno risponde. Le donne non si fermano nemmeno. I bambini sono invece incuriositi. Gironzolano attorno. Parlano in arabo. Vai a capire cosa dicono.

Proprio in fondo, a ridosso della circonvallazione, tre negozi che vendono ferraglia arrugginita stanno chiudendo. Le scritte sono in ebraico. I gestori sono pure loro ebrei. “Abbiamo solo il negozio qui, ma abitiamo sopra”, dicono subito. La convivenza? “Quale convivenza? Noi stiamo per i fatti nostri. Loro pure. A me la convivenza non interessa. Basta che ho da mangiare ogni giorno”.

© Leonard Berberi

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