attualità

Israele, detenuto palestinese riesce a prendersi un dottorato dietro le sbarre

Dietro alle sbarre lui non s’è fatto assalire dallo sconforto. Anzi, ha iniziato a prendere i libri in mano e studiare. Fino ad arrivare a guadagnarsi nientemeno che un dottorato in Filosofia della pubblica amministrazione che gli è valso non solo il plauso della struttura di detenzione, ma anche un piccolo record.

È la storia di Abdel Hafez Saadi Gaithan, un cittadino palestinese detenuto in un carcere nel mezzo del deserto del Negev. Grazie all’assistenza dell’American World University e in collaborazione con la Birzeit University, l’uomo ha potuto studiare tutto questo tempo arrivando a scrivere anche la tesi di dottorato dal titolo significativo: “Pianificazione strategica a Qabilia”. Dove Qabilia è un villaggio palestinese a nord della Cisgiordania, nel distretto di Nablus.

La vicenda ha finito con il contagiare anche gli altri detenuti. Alcuni hanno voluto informarsi sui percorsi di laurea previsti tra le mura del carcere, altri si sono occupati dei festeggiamenti per il dottorato di Gaithan distribuendo dolci, biscotti, bevande zuccherate.

Qualcun altro poi ha preso l’evento e l’ha politicizzato: «Questa è una vittoria sull’occupazione», hanno urlato dalle loro celle. «Anche se fanno di tutto per zittirci e per annichilirci, noi riusciamo sempre a farcela. Anche qui, dal completo isolamento». Purtroppo per Gaithan il dottorato non servirà a fargli avere uno sconto di pena. Dovrà scontare ancora qualche mese.

Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Uno scienziato, il Mossad e un fungo mortale. S’infittisce il giallo di “Mister X”

Un inseguimento tra auto lanciate ad alta velocità per le strade di Los Angeles. Un fungo mortale. Uno scienziato esperto di armi biologiche ed ex agente del Mossad. Uno sconosciuto isolato dal mondo in un carcere israeliano. Sono gli ingredienti di un giallo internazionale che parte da una stanza super-blindata del carcere israeliano di massima sicurezza “Ayalon”, approda negli Stati Uniti e poi ritorna nello Stato ebraico.

Partiamo dall’inizio. In un pezzo pubblicato su Falafel Cafè il 1° luglio, abbiamo raccontato il caso di “Mister X”, il detenuto nel carcere di “Ayalon” senza nome, senza contatti con il mondo e così importante che la sicurezza interna israeliana ha fatto sparire tutti gli articoli usciti sui media. Nessuno riusciva a capire chi potesse essere. Fino ad oggi, forse.

Il giallo inizia il 20 agosto 2009. Le emittenti tv locali della California (sotto il video) trasmettono per oltre otto ore una diretta su un automobilista inseguito da decine di volanti della Polizia. All’interno di una Volkswagen rossa c’è un 56enne. Si chiama Joseph Moshe, è un cittadino israelo-americano e da settimane andava dicendo in giro di essere un microbiologo del Mossad, il servizio segreto israeliano. Non solo. Moshe andava anche rivelando di aver ri-creato in un laboratorio californiano un fungo mortale, il Cryptococcus gattii, che si trova solo nelle aree tropicali e sub-tropicali.

Il video dell’arresto del biochimico israelo-americano

L’antiterrorismo si è messo in moto e ha iniziato a inseguire l’uomo. L’inseguimento ha coinvolto l’Fbi, la Cia, l’esercito, gli Swat. Dopo ore, hanno spento l’auto del fuggiasco con un impulso elettrico che ha messo fuori uso il motore. Poi hanno infastidito l’uomo con gas lacrimogeno e infine l’hanno immobilizzato con il taser per poi arrestarlo.

Solo che invece di comparire davanti al tribunale federale americano, Joseph Moshe è stato trasferito in un ospedale psichiatrico. Da dove sarebbe scomparso poco dopo. Dov’è finito il microbiologo? Qualcuno ha scritto – sull’Huffington Post – che Moshe sarebbe stato trasferito subito in Israele. La notizia non è stata mai confermata.

Saltiamo a maggio 2010. Il nome di Joseph Moshe ricompare in un’inchiesta della rivista “Truth out”. Nel lungo articolo si parla delle morti misteriose di alcuni cittadini statunitensi. Morte dovuta a un fungo mortale, il Cryptococcus gattii, che secondo il periodico sarebbe stato sviluppato nei laboratori dell’Istituto israeliano per le ricerche biologiche di Ness-Ziona, a venti chilometri da Tel Aviv. «Il misterioso Joseph Moshe – scrive “Truth Out” – potrebbe aver condotto esperimenti segreti con il fungo proprio mentre si trovava in California». La stessa rivista, poi, riporta le dichiarazioni di due ex biochimici dei laboratori di Fort Detrick che collegano il microbiologo israelo-americano alla comparsa di una malattia in molti stati federali, California compresa. Malattia classificata come «una rara e mutata forma del morbo di Morgellons» e che avrebbe ucciso o reso invalidi tra i dieci e i venti agricoltori.

Yossi Melman, un analista esperto di sicurezza nazionale e internazionale, ha riportato (link in ebraico) sul quotidiano israeliano “Haaretz” un racconto che gira attorno al caso del microbiologo. «C’è una voce che spiega che Moshe avrebbe tentato di lanciare un allarme sui prodotti farmaceutici della “Baxter”», scrive Yossi Melman. «Probabilmente si trattava di un allarme che interessava i farmaci per combattere il virus H1N1 in Ucraina. Secondo Moshe si trattava di medicinali contaminati di proposito ed era quello che stava cercando di dire alle autorità statunitensi quando è stato arrestato».

Nel frattempo di Joseph Moshe non si hanno più notizie. Fino al 1° luglio. Fino alla notizia di “Mister X”. Perché poi il mistero s’infittisce. Perché le autorità israeliane impongono il silenzio sul detenuto senza nome e in isolamento. Perché c’è un sito – ora disattivo – che scrive che “Mister X” è Joseph Moshe. Quel sito aveva un nome inequivocabile: www.josephmoshe.org.

In attesa di risolvere il giallo, sono in molti a parlare di un altro caso Klingberg. Guarda caso, un altro biochimico. E un ex scienziato dei laboratori di Ness-Ziona.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Gerusalemme, diciotto mesi di carcere a un musulmano per aver fatto sesso con un’ebrea

Una cosa che capita tutti i giorni, in fondo. Si vede una ragazza, si cerca di sedurla e poi di portarla a letto. Per amore o, più banalmente, per solo sesso. Magari si dice anche qualche bugia. Per nascondere un’altra relazione o un matrimonio. Oppure per rendere il corteggiamento più profondo.

Comunque sia, è quello che ha fatto anche Sabar Kashour, un 30enne musulmano di Gerusalemme Est: ha visto una giovane ebrea per le vie della città contesa, ha iniziato a parlarle e poi l’ha invitata a salire in un appartamento del centro. Lei ha acconsentito e, insieme, hanno fatto sesso.

Sabar Kashour, in manette all'ingresso della Corte di Giustizia di Gerusalemme (foto Ma'ariv)

Quella che però sembrava l’ennesima storia di una ragazza sedotta e abbandonata è diventata un caso giudiziario. Perché lei l’ha denunciato e perché la corte di Gerusalemme ha ritenuto Kashour colpevole. Condannandolo a diciotto mesi di galera.

Il ragazzo, secondo la Giustizia israeliana, ha fatto almeno tre errori: ha mentito alla ragazza sul fatto di volere una relazione seria, non ha detto di essere sposato e, soprattutto, le ha rivelato di essere anche lui un ebreo. «In questo modo – hanno scritto nella sentenza – la ragazza non è stata in grado di valutare appieno le circostanze perché indotta in un grande errore di valutazione per colpa delle menzogne che le sono state dette».

Il tutto è iniziato contestando a Sabar Kashour il reato di stupro. Poi però la ragazza ha ammesso di aver acconsentito all’atto sessuale senza costrizioni perché pensava che il ragazzo fosse ebreo e l’accusa è diventata una sorta di circonvenzione d’incapace.

Restano però i diciotto mesi di galera. Una pena che i giudici motivano così: «La Corte deve tutelare l’interesse pubblico contro i criminali sofisticati con una lingua liscia e una parlantina dolce che possono portare fuori strada le vittime innocenti».

A sentire queste parole, molti hanno storto il naso. «Sembra di essere tornati negli anni Ottanta – ha commentato qualcuno -. Quando il defunto rabbino Meir Kahane aveva proposto al Parlamento israeliano di approvare una legge che rendesse un reato l’atto sessuale tra un’ebrea e un palestinese».

Leonard Berberi

Standard
attualità

La storia / Lo strano caso di Mister X, il detenuto senza nome isolato dal mondo

Chi è Mister X? Cos’ha fatto per meritarsi una delle celle più sorvegliate del mondo? Perché non può ricevere nessun tipo di visita? E soprattutto: perché Israele ha fatto sparire ogni traccia giornalistica sulla sorte del detenuto senza nome?

A squarciare il velo di segretezza sulla sorte di Mister X è stato il quotidiano on line Ynet, del gruppo mediatico del quotidiano più diffuso del paese, lo Yedioth Ahronoth. Citando fonti investigative, il giornale ha scoperto che nel carcere di massima sicurezza Ayalon, nei pressi della città di Ramla (Israele centrale) c’è un detenuto di cui non sono stati resi noti né il nome, né i reati commessi.

Le uniche cose che il giornale ha scoperto sono che Mister X è detenuto in una singola cella dell’Unità 15 del carcere, un’ala distaccata dal resto della struttura da due porte di ferro insonorizzate. Così chi è al di fuori – altri detenuti compresi – non possono né vederlo, né sentirlo.

Piccolo particolare: Mister X si troverebbe nella stessa cella costruita appositamente per Yigal Amir, il terrorista di ultradestra che ha ucciso nel 1995 Yitzhak Rabin. E nella stessa struttura dove è stato detenuto Mordechai Vanunu, il tecnico nucleare israeliano che nel 1986 rivelò al Sunday Times l’esistenza di un piano nucleare israeliano.

«Si tratta di una persona senza identità, messo in uno stato di isolamento totale dal mondo esterno», ha riferito un funzionario del carcere dietro anonimato. «Di lui nessuno di noi sa niente. Quello che si sa è che c’è qualcuno nella cella dell’Unità 15». Il blogger Richard Silverstein, attraverso il suo sito, ha fatto sapere che Mister X sarebbe detenuto per appartenenza a un gruppo terroristico.

Ma poche ore dopo, dal sito del quotidiano on line qualcuno ha fatto sparire ogni traccia dell’inchiesta pubblicata. In molti hanno puntato il dito contro lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano. Che, appellandosi alla possibilità di censurare delle notizie delicate per la sicurezza nazionale, potrebbe aver avuto gioco facile.

Mentre Dan Yakir, consulente legale per l’Associazione dei diritti civili in Israele, ha scritto una lettera al procuratore generale. A lui ha chiesto conto di Mister X, delle accuse che gli muove contro lo Stato ebraico, della condizione del detenuto e, soprattutto, di chi si tratti. È trascorsa quasi una settimana. Ma il procuratore non ha ancora dato alcuna risposta.

Leonard Berberi

Standard
attualità

Un’attivista denuncia: i soldati israeliani hanno usato la mia carta di credito

TEL AVIV – Katherine Sheetz aveva appena messo piede a Woods Hole, California. Ma migliaia di chilometri più a est, e nello stesso istante, la carta di credito «Bank of America» intestata a lei veniva fatta passare attraverso un lettore ottico di Tel Aviv per acquistare bottiglie di birra. Non solo quel giorno. Ma anche quelli successivi. Mentre lei, Katherine, raccontava a parenti e amici cos’era successo.

Sdoppiamento della personalità o clonazione della tessera bancaria? No. Secondo Katherine Sheetz, «semplicemente, sono stati soldati israeliani». Perché lei, Katherine, fotografa freelance di 63 anni, era un’attivista pro-Gaza che si trovava a bordo della nave “Challenger”. Anche lei faceva parte della flottiglia filo-palestinese. E quando è stata fermata, ha dovuto consegnare tutto quello che aveva addosso all’esercito israeliano.

La prova degli acquisti fraudolenti (Falafel Cafè)

Falafel Cafè è entrato in possesso dell’estratto conto che dimostra gli acquisti avvenuti con la carta di Katherine Sheetz nei giorni in cui lei si trovava all’altro capo del mondo.

Fermata il 31 maggio e riportata negli Usa il 2 giugno, Katherine ha scoperto che il movimento bancario della sua carta di credito riportava acquisti in Israele. Acquisti tutti avvenuti tra il 4 e il 7 giugno. Tutti ai distributori automatici. E per un valore di circa 800 euro.

«Visto quello che è successo alla mia scheda, mi viene il sospetto che non fossero soldati israeliani, ma pirati», dice Katherine. Un po’ ci scherza. Ma poi si fa seria. «Ci hanno abbordati – racconta –, poi ci hanno portato ad Ashdod. Lì mi sono rifiutata di firmare l’espulsione perché era scritto tutto in ebraico e io non ci capivo niente».

Il giorno dopo, lei e tutti gli altri vengono portati nel carcere nuovissimo di Be’er Sheva. Passano ventiquattrore e dalle sbarre si passa all’aeroporto internazionale di Tel Aviv. «Avevo tutto con me e non abbiamo fatto nessuna sosta», continua Katherine. «Mi sembra francamente impossibile che con tutto quello che era successo, avessi il tempo e la voglia di fermarmi per comprare della birra». Anche qui la 63enne scherza. Ma con molto sarcasmo.

La lista degli acquisti fraudolenti compiuti nei giorni successivi al rimpatrio di Katherine (Falafel Cafè)

Una volta scoperti gli acquisti fraudolenti, Katherine ha bloccato la carta di credito. Ma non rinuncia a dire la sua su quanto è successo. «La cosa che mi fa orrore è pensare che quegli stessi soldati che qualche ora prima avevano ucciso dei civili inermi, sono andati a festeggiare a suon di birra. E per di più birra comprata con i soldi degli altri».

Non sarà un po’ anti-israeliana, Katherine? «Niente affatto – risponde piccata –. Io mi sono sempre battuta e continuerò a battermi perché israeliani e palestinesi vivano in modo pacifico uno di fianco all’altro. Ma se penso che l’assedio di Gaza sia sbagliato e se penso che anche il muro che circonda la Cisgiordania sia un orrore ho il dovere morale di dirlo e di denunciarlo».

Interpellata sui troppi acquisti fraudolenti eseguiti con carte di credito degli attivisti fermati, la polizia di Tel Aviv non ha fatto altro che ricordare la procedura da effettuare: denuncia, tempo tecnico d’attesa, rimborso. Infine la condanna del colpevole. Con una precisazione: «Ammesso che si riesca a dimostrare chi sia stato».

Leonard Berberi

Standard