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Londra 2012, il pasticcio di Gerusalemme “capitale” di tutti e nessuno

Quel pasticciaccio olimpico della capitale. O meglio: di Gerusalemme. Chiedere agli organizzatori delle Olimpiadi di Londra 2012, a meno di tre mesi dall’inizio dei giochi. Avevano osato, gli organizzatori, scrivere sulle schede dei Paesi partecipanti all’edizione che Gerusalemme era la capitale dello Stato della Palestina. E alla stessa voce nello spazio riservato a Israele avevano lasciato il vuoto. Uno Stato democratico senza capitale. Possibile? Vedere la foto giù per credere.

E così, nel giro di poche ore al Cio – il comitato olimpico internazionale – sono arrivate migliaia di mail.  Tutte scritte da israeliani da tutte le parti del globo che sbraitavano contro quella «bestemmia geografica». «Gerusalemme capitale della Palestina? Mai e poi mai!», hanno detto in molti. E dal ministero degli Esteri dello Stato ebraico non sono stati zitti. «È una delle cose più vergognose e imbarazzanti che un’entità apolitica come quella delle Olimpiadi faccia la più assurda dichiarazione politica scegliendo la capitale di un Paese che non esiste», hanno detto.

Mentre al di là del muro di separazione tra lo Stato ebraico e la Cisgiordania migliaia di palestinesi ridevano e si divertivano e condividevano quella schermata di una pagina ufficiale del massimo organismo mondiale dello sport che sapeva – perché no – del riconoscimento ufficiale del loro Stato tanto sognato e di una capitale tanto contesa.

Poco dopo le schede dei due Paesi sono state cambiate. Ma invece di correggere, i curatori del sito web ufficiale di «London 2012» hanno fatto un’altra scelta destinata a irritare l’altra parte. E insomma, quando la toppa è peggio del buco. Perché nella seconda versione dei profili-Paese, ora Gerusalemme era inserita come capitale d’Israele. E in Palestina? Nessuna capitale. O meglio: un trattino, di quelli che si mettono quando un dato non è disponibile o incerto (foto sopra).

E allora ecco la rabbia dei palestinesi. Ecco i loro status su Facebook e le proteste. Ancora altre lettere e posta elettronica con destinazione Londra e il Cio. Mentre tutt’intorno in Italia la capitale era Roma e nessuno poteva dire nulla, mentre negli Stati Uniti il centro politico era Washington e in Russia, Mosca. Quindi la decisione finale, almeno per ora: via la voce “capitale”. Dalla scheda della Palestina. Da quella d’Israele. Ma anche da tutti i Paesi.

«C’è stato un errore nell’inserimento dei dati sul sito ufficiale di “Londra 2012”», s’è giustificato un portavoce del comitato organizzatore. «Per questo abbiamo deciso di togliere tutte le capitali e ci scusiamo per gli errori». Ha detto proprio così: «gli errori». Al plurale. Che è, alla fin fine, anche il destino di questo pezzo di terra di Medio oriente dove tutto – anche le ovvietà – sono sempre fatte di tante sfaccettature.

© Leonard Berberi

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Gerusalemme, Tel Aviv e quella polemica sulla vera capitale d’Israele

A.A.A. cercasi capitale dello Stato ebraico. Possibilmente che non faccia arrabbiare né gl’israeliani, né i palestinesi. Vi sembra facile? Provateci. Il punto è che, fuor di gioco, diventa sempre più complicato scrivere – e parlare – d’Israele senza urtare qualcuno. E se nemmeno quelli del Guardian, uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, riescono a evitarsi polemiche e maledizioni – da una parte o dall’altra – allora vuol dire che la sfida è ardua.

Facciamo un passo indietro. Israel haYom – che in ebraico sta per Israele Oggi –, il giornale free press (gratuito) che ormai domina il mercato della stampa da Haifa a Eilat ha scritto un articolo al vetriolo contro il giornale britannico. La colpa, del Guardian, starebbe nel fatto di aver osato scrivere che «la capitale d’Israele è Tel Aviv e non Gerusalemme».

Scrive Israel haYom: «Non sono soltanto i quotidiani arabi a considerare Tel Aviv capitale dello Stato ebraico, ora ci si mette pure il britannico The Guardian a non riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e così, incredibilmente, ha deciso di attribuire a Tel Aviv la funzione di capitale». Tutto nasce da una foto e da una didascalia che, nella versione web e in quella cartacea indicava come capitale Gerusalemme. Ma un paio di giorni dopo, nella sezione degli errata corrige lo stesso giornale britannico spiegava che «per errore è stato scritto “Gerusalemme, capitale d’Israele”. Ma la capitale del Paese è Tel Aviv». La correzione si trova anche nella sezione «Style guide» sul sito del giornale.

(foto di Simone Giovanni Colombo / © Falafel Cafè)

Ora, al di là delle polemiche al limite del nazionalismo – e Israel haYom in quanto ad attaccamento ai valori di certo patriottismo non scherza – ecco, il problema resta. E si pone ogni volta per le cancellerie occidentali e per i protocolli. Non è una novità: le ambasciate europee e quella americana hanno sede a Tel Aviv, non a Gerusalemme. Un po’ per stare alla larga dai guai che spesso arriva(va)no dalla Cisgiordania, al di là delle colline, un po’ per non urtare la sensibilità – sempre più instabile – dei palestinesi. E così uffici tutti sul mare azzurro, ma senza mai sbilanciarsi ufficialmente su quale sia la capitale dello Stato ebraico.

Una cosa simile era successa quasi due anni fa con il servizio meteo di Yahoo. A un certo punto la società americana s’era messa in testa di rispettare alla lettera il politically correct. O, se volete, lo status quo diplomatico che prevede il non prendere posizione. E così, un bel giorno, consultando le previsioni del tempo di Gerusalemme sul sito di Yahoo si potevano vedere  le temperature di Gerusalemme Ovest e di quella Est. Apriti cielo. Critiche incredibili da parte degl’israeliani. Minacce economiche da parte degli ebrei d’America. Tempo qualche giorno e la divisione sparì. Gerusalemme tornò una città unita. E, quindi, capitale d’Israele.

E insomma, si continua di questo passo. E una soluzione, a dire il vero, per ora non s’intravvede. Anche perché, al di fuori dai confini di questo pezzo di Medio Oriente strapazzato nei decenni nessuno s’è davvero deciso a risolvere la cosa. Almeno a tracciare una tendenza. Nulla. Nisba. Nada. Nothing. E lo dimostra anche il fatto che la domanda – «Scusi, ma il suo Paese quale considera la capitale: Tel Aviv o Gerusalemme?» – non troverà quasi mai risposta. Ma qui, dove le distanze mentali spesso superano quelle fisiche, ecco qui la questione è dannatamente seria. E infinita.

© Leonard Berberi

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