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Fratelli, cugini e nipoti: se lo scudetto è un affare di famiglia

Due calciatori-parenti del Wadi al-Nes a bordo campo (foto di Dusan Vranic/Ap)

Due calciatori-parenti del Wadi al-Nees a bordo campo (foto di Dusan Vranic/Ap)

Un minareto, un grande clan e ottocento abitanti lassù, in vetta alla classifica del calcio palestinese. Sopra a formazioni di città da 250 mila residenti. E squadre con alle spalle imprenditori che non hanno problemi a spendere milioni di dollari. Il richiamo, biblico, a Davide e Golia sarebbe fin troppo facile. Del resto siamo in Medio oriente. E raccontata così, questa storia avrebbe poco di eccezionale. Se non fosse per un piccolo particolare: nel villaggio di Wadi al-Nees, a sud di Betlemme, da anni le sorti di questa capolista con la maglia blu e le righe bianche — il Taraji — sono un affare di famiglia. Letteralmente.

(continua a leggere l’articolo sull’edizione cartacea
di domenica 9 marzo 2014 del
Corriere della Sera)

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Il problema d’Israele con il calcio (e la violenza in campo)

E ora è il tempo della riflessione. E delle accuse. E delle denunce. E delle inchieste giudiziarie. Ché quelle sportive sono arrivate in poche ore e si sono concluse con una marea di condanne. Partite perse a tavolino, calciatori sospesi per settimane, allenatori tenuti alla larga per mesi.

Israele come l’Inghilterra di trent’anni fa. Israele come l’Italia degli ultimi tempi. Peggio: Israele come l’Egitto di Port Said, degli scontri sugli spalti e delle decine di vittime. Per carità, qui la vittima non c’è stata. Però più dell’Iran e del gas che non arriva più dal Cairo, ecco più di tutto questo ci sono quelle immagini, quel tripudio orgiastico di calci-pugni-cazzotti-mosse-di-karate-schiaffi-pestaggi-bandierine-negli-occhi che ha finito con l’allarmare un intero Paese. Non sulle bombe iraniane, ma sulla violenza nel calcio – un calcio nemmeno tanto agonistico – che soltanto nell’ultimo mese e mezzo ha visto scene da guerra civile sull’erba, sugli spalti e addirittura nei centri commerciali.

Hooligans made in Israel. Roba che lo Stato ebraico pensava di essersi risparmiata. Tant’è vero che da oltre trent’anni non s’assisteva a certe immagini. E invece, tutto come negli anni Ottanta. Con foto sparate grandi nelle prime pagine. Video a ripetizione dalla mattina alla notte con tanto di replay, slow motion, zoommate, infografiche animate su questo o quel calciatore diventato improvvisamente un pugile, questo o quel dirigente trasformato in incredibile Hulk.

La scazzottata durante la sfida Hapoel Ramat Gan - Bnei Lod della Serie B israeliana lo scorso 20 aprile (foto Associated Press)

E pensare che da qualche anno la Polizia era stata allontanata dagli stadi per lasciar spazio alla sicurezza privata. Ormai non c’è motivo di tenerli lì i poliziotti, pensavano in molti. E per qualche mese avevano avuto ragione. Poi è successo qualcosa. Le sconfitte hanno portato rabbia. Le espulsioni un po’ – un bel po’ – di violenza. Risultato: una quindicina di partite rinviate. Due campionati – di prima e seconda categoria – sospesi per una settimana. Un premier arrabbiato («Mai più scene simili nei nostri campi», ha detto Benjamin Netanyahu) e una Federazione calcistica che ha deciso di usare il pugno duro e di istituire una commissione permanente per vigilare sulle sfide.

Inizia tutto il 5 marzo. A Tel Aviv, nel bel mezzo di una giornata calda, va in scena il derby cittadino tra l’Hapoel e il Maccabi. Quando l’arbitro decide, nei minuti finali, di cacciare con il rosso due giocatori dell’Hapoel. Salim Toama e Avihai Yadin non la prendono sportivamente. Si avvicinano al direttore di gara con fare minaccioso. Mentre sugli spalti i tifosi smettono di vestire i panni dei simpatizzanti e iniziano prima a lanciare oggetti in campo, poi – una volta nell’erba – a inseguire e a picchiare i giocatori. Finisce con l’intervento della polizia. E la sconfitta del derby, per la prima volta dal 2008, dell’Hapoel.

Due settimane dopo, decine di tifosi del Beitar Jerusalem, una delle squadre più razziste e anti-arabe del campionato israeliano, vengono ripresi dalle telecamere di sicurezza mentre festeggiano la vittoria della formazione rincorrendo e picchiando i clienti palestinesi di un grosso centro commerciale. Le scene, raccapriccianti, portano all’arresto di una dozzina di persone e al loro divieto di ingresso negli stadi per tutta la vita.

IL VIDEO DELLA MAXIRISSA IN CAMPO

Quindi i fatti di aprile. Sfida per la salvezza della serie A israeliana tra il Maccabi Petah Tikva e l’Hapoel Haifa. Finisce in rissa. Tra calciatori e allenatori e dirigenti di entrambe le squadre. Un giocatore dell’Hapoel Haifa finisce pure in ospedale per ferite profonde alla testa e un trauma cranico di media entità. A ridurlo in questo stato l’allenatore del Maccabi Petah Tikva. La giustizia sportiva toglie tre punti alla squadra di casa.

E così si arriva alla sfida, venerdì 20 aprile, che ha fatto perdere le staffe a mezzo governo. Una partita importante, ma per le sorti dei due team, perché la categoria – la seconda (equivalente alla nostra Serie B) – non portava nemmeno a qualche competizione internazionale. E comunque. A fronteggiarsi sono l’Hapoel Ramat Gan e il Bnei Lod. Nemmeno a dirlo finisce in rissa pure questa sfida. Decine tra giocatori, panchinari, allenatori e dirigenti entrano in campo a fare a cazzotti.

Le scene vengono trasmesse in diretta tv. Sulle case degl’israeliani arriva una violenza mai vista prima. La furia non risparmia nemmeno le telecamere a bordo campo, visto che ballano di qua e di là a seconda delle spinte ricevute. Un giornalista – più pazzo che coraggioso – intervista qualche calciatore nel pieno della concitazione. La polizia, aiutata dalla sicurezza privata, cerca di fermare quella mega-rissa. Fino a quando gli animi si calmano. Ma è troppo tardi. La Federcalcio israeliana decide di sospendere il calcio. Di punire. E di cercare di capire se la violenza sia – per loro stessa ammissione – «ai livelli della Grecia e della Turchia» oppure solo un fenomeno passeggero.

© Leonard Berberi

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Israele, caccia all’arabo dei tifosi del Beitar Jerusalem

È stata, dicono i testimoni, una caccia all’uomo. Meglio. All’arabo. Centinaia di tifosi di una delle squadre più di destra d’Israele, il Beitar Jerusalem, hanno smesso di appoggiare la loro squadra a fine partita e iniziato a cercare di linciare il primo non ebreo all’orizzonte. Il tutto, ripreso dalle telecamere a circuito chiuso di un centro commerciale nel bel mezzo di Gerusalemme.

La caccia all’uomo sarebbe andata in scena qualche giorno fa. Ma lo si viene a sapere soltanto ora, sulle pagine del sito Haaretz. Scrive, il quotidiano online, che una decina di dipendenti arabi del centro commerciale «Malha» sono stati circondati e malmenati per una quarantina di minuti dai tifosi del Beitar Jerusalem, prima che i reparti speciali della polizia israeliana riuscissero letteralmente a liberarli. Gli arabi non avrebbero ancora denunciato il fatto. E Haaretz critica la scelta della polizia di non arrestare nessuno, «nonostante le violenze siano state riprese dalle telecamere».

Sullo sfondo resta la realtà – sempre meno sopportabile – degli ultras del Beitar, da qualche anno sempre più protagonisti di episodi di razzismo e xenofobia dentro e fuori dallo stadio. Le punizioni, anche in termini di punteggio e multe, non sono servite a nulla. «Il Beitar Jerusalem è una vergogna per questo Paese», scrive in un commento Haaretz. «E non è un caso – secondo l’analista del quotidiano progressista – che nei suoi 76 anni di storia la squadra non abbia mai ingaggiato alcun calciatore che fosse musulmano o cristiano».

© L. B.

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Cori razzisti dalle tribune, penalizzato il Beitar Jerusalem

Piovono cori razzisti e penalizzazioni nel campionato di calcio israeliano. Il fattaccio è successo a Gerusalemme. Dove la commissione disciplinare della Federcalcio israeliana ha inflitto due punti di penalizzazione al Beitar Jerusalem (già in difficoltà tra scandali e una classifica che la vede in zona retrocessione), per le imprecazione razziste rivolte il mese scorso da suoi tifosi a un giocatore avversario.

Scrive la sentenza della Federcalcio: «La dirigenza del Beitar non ha fatto sforzi appropriati per combattere i cori dei tifosi e si è rassegnato ad accettarli». E ancora: «I supporter della squadra di Gerusalemme hanno rumoreggiato, fischiato e insultato ogni volta che l’attaccante dell’Hapoel Tel Aviv, Toto Tamuz, nazionale israeliano ma nigeriano di nascita, toccava palla».

Tifosi del Beitar Jerusalem

Il Beitar è la «bestia nera» per le sanzioni del calcio israeliano. Dal 2005, è stato punito numerose volte con penalizzazioni in classifica, ammende e partite a porte chiuse. Legato alla destra politica israeliana, il Beitar Jerusalem è l’unico club dello Stato ebraico a non aver mai ingaggiato giocatori arabi. È stato anche il più ricco fino a quattro anni fa, quando il suo finanziatore, il miliardario di origine russa Arkady Gaydamak, ha stretto i cordoni della borsa, pur continuando a esserne proprietario. Un personaggio, Gaydamak, che negli ultimi mesi è finito invischiato in più di qualche inchiesta della magistratura israeliana per possibile riciclaggio di denaro e contatti con la mafia russa, sempre più pericolosa nello Stato ebraico.

Il Beitar è quattordicesimo nella classifica della massima divisione israeliana (che ne ha 16 di squadre, di cui tre retrocedono). La penalizzazione lo fa scendere a quota 15 (in 19 partite), a pari punti con l’Ironi Rishon Lezion.

© L.B.

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E anche in Israele scoppia lo scandalo nel calcio

Partite truccate, arbitri accomodanti, presidenti di club coinvolti nell’affaire. Scommesse. E, tanto per non farsi mancare nulla, anche interi pezzi della malavita organizzata. È l’Italia? Non in questo caso. Perché lo scandalo calcistico degli ultimi giorni ha il suo epicentro in Israele. A Petah Tikva, per la precisione, pochi chilometri a est di Tel Aviv. (continua QUI)

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Lieberman a Vinovo fa visita ai giocatori della Juventus

(foto LaPresse / Ferrari)

Dopo Peres il madridista, ecco Lieberman lo juventino. Il vicepresidente e ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, leader del partito ultranazionalista “Israel Beitenu”, è andato anche a Vinovo, il centro di allenamento della Juventus, durante la visita in Italia. Il capitano bianconero Alessandro Del Piero gli ha regalato una maglia personalizzata e autografata da alcuni (non tutti) i giocatori. Lieberman ha assistito anche alla prima parte dell’allenamento. Nel viaggio istituzionale, Lieberman ha incontrato alte cariche dello Stato, tranne il premier Berlusconi, costretto a cancellare gli impegni politici per sottoporsi all’operazione al volto. (l.b.)

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Palestina, la nazionale di calcio debutta in casa dopo 77 anni (ma viene battuta ai rigori)

È iniziata con lacrime, sorrisi e bandiere al vento. È finita meno bene. Nel mezzo, una vittoria – nei tempi regolamentari – per 1 a 0. Poi ai rigori il destino ha deciso altro. Forse va bene così. Perché più del risultato – che comunque era importante – interessava la giornata: per la prima volta nella storia (moderna), la formazione locale ha giocato sul suo terreno di gioco, davanti al suo pubblico, in diretta tv in mezzo mondo arabo. La sfida valeva come ritorno per il primo turno delle qualificazioni alle Olimpiadi di Londra 2012. Di fronte, un avversario non impossibile, ma che partiva in vantaggio: la Thailandia. Vincitrice, a Bangkok, per uno a zero nella partita di andata.

Stadio “Faissal Al Husseini” di Al Ram, Cisgiordania. Terreno bagnato dopo ore di pioggia, cielo cupo, ma spalti caldissimi: c’è il tutto esaurito, l’entusiasmo è alle stelle, le bandiere palestinesi (poche) sventolano che è una meraviglia. Lo speaker non smette di inneggiare alla Palestina (in senso calcistico). Dal pubblico nessuna polemica politica, nessuna frase anti-ebraica.

In tribuna d’onore – mischiato ai ventimila spettatori – il capo del governo dell’Autorità nazionale palestinese, Salam Fayyad, e Jibril Rajoub, dirigente del Fatah, ex capo dei servizi di sicurezza palestinesi, ex detenuto – per 17 anni – delle carceri israeliane e presidente del comitato olimpico di Ramallah. Abu Mazen, il presidente dell’Anp, non s’è fatto vedere. Al posto suo c’erano molte gigantografie.

L’ultimo precedente calcistico in terra palestinese è un insieme di foto sbiadite e in bianco e nero. È il 1934, anno in cui l’Italia di Vittorio Pozzo vinse il suo primo titolo mondiale, quando una Palestina ancora entità coloniale scese in campo contro l’Egitto, a Jaffa, all’epoca centro portuale interamente arabo, oggi cittadina inglobata da Tel Aviv entro i confini dello Stato sionista.

Settantasette anni dopo, a far finire l’esilio, c’è sempre un pezzo d’Italia: è il “ministro degli Esteri” del Cio, Mario Pescante. È lui che in questi mesi ha rilanciato il dialogo fra i comitati olimpici di Israele e Palestina. È lui che ha ottenuto dallo Stato ebraico l’apertura definitiva sulla libertà di movimento degli atleti palestinesi. I risultati non son mancati. Grazie, forse, al buon senso e grazie al salvacondotto firmato dal generale israeliano Eitan Dangot, sei giocatori provenienti dalla Striscia di Gaza – che resta isolata – hanno potuto mettere piede sul manto erboso. Insieme a Muhtar Al Talil, il tecnico tunisino di questa nazionale di una nazione che non c’è.

La partita. Gli undici della Palestina – maglia e calzettoni banchi, pantaloncini neri – sono scesi in campo molto motivati. E quando è toccato all’inno più di qualcuno si è commosso. Dopo dieci minuti di gioco, la formazione palestinese ha già fatto incursioni pericolose nell’area di rigore tailandese. Ma non basta. Va così tutto il primo tempo. Fino a quando, alla fine della prima metà, Abdelhamid Abu Habib si ritrova tra i piedi – dopo la papera di un suo compagno – un’occasione d’oro: a circa trenta metri di distanza, e senza guardare alla porta, calcia al volo la palla, che sembra difficile da domare, mettendola alle spalle del portiere.

Guarda il gol della Palestina

Sugli spalti – e fuori – scoppia la festa. E si va negli spogliatoi già soddisfatti. Forse troppo. Visto che nel secondo tempo, la Tailandia si limita a non prendere gol, mentre la Palestina a festeggiare ancora il primo. Tanto che, il tempo regolamentare finisce e si va ai supplementari. Nemmeno lì succede qualcosa.

Ai rigori – come sempre – è una lotteria. E un’agonia. Perché entrambe le squadre segnano i primi cinque rigori. Entrambe sbagliano il sesto. Ma al settimo, la Palestina fallisce, i tailandesi no. Finisce 6 a 6, vincono gli ospiti e la Palestina può andarsi a fare la doccia. La prima doccia a casa.

© Leonard Berberi

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