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Economia, “Calcalist” all’attacco: “Gli ultraortodossi? Una zavorra per Israele”

«Non ci sono missili o qualche scudo di protezione spaziale in questa guerra. Questa è una battaglia diversa. Che esiste da tempo, è discussa qua e là, ma è virtualmente nascosta. È una guerra civile». Inizia così una delle analisi più dure del principale quotidiano economico del Paese, “Calcalist”, scritta dall’editore Yoel Esteron. Al centro delle polemiche – tutte squisitamente di economia statale – è quella fetta considerevole di ebrei ultraortodossi che ha preferito la via religiosa a quella “razionale”.

«Questa guerra divide in due la nostra società», scrive Esteron. «Da un lato ci sono gli israeliani che hanno deciso di praticare la religione del lavoro e del guadagno. Dall’altro, invece, ci sono quegli israeliani che si accontentano del minimo indispensabile, che aspettano il Messia e nel frattempo passano il tempo a raccogliere amuleti e a credere agli incantesimi».

Ultraortodossi studiano la Torah (foto di Eliad Levy)

E ancora. «Da un lato ci sono israeliani che incoraggiano i loro figli a studiare e a prepararsi ad affrontare un mondo competitivo e sviluppato. Dall’altro ci sono israeliani che spiegano ai figli che la vera vita è quella vissuta in assoluta povertà». Con quale risultato? Esteron non ci gira molto attorno e va dritto al cuore del problema. «Tutto questo fa sì che ci sono israeliani che si preparano per giorni peggiori e per la pensione, mentre ce ne sono altri che si affidano allo Stato perché questo li salvi da loro stessi, quando verrà il momento». «Questa è una guerra contro la scienza e l’industria, contro le banche e l’agricoltura, contro la cultura e le infrastrutture», continua l’editore di “Calcalist”. «Questa è una guerra contro il nostro futuro».

Quindi i numeri. «Il prossimo anno staremo bene», scrive ancora Esteron. «Ci dicono che l’inflazione si attesterà attorno al 3%, che il tasso di disoccupazione non supererà il 7%, che la crescita sarà del 4% circa». Ma non basta. Perché altri numeri spiegano meglio cosa aspetta lo Stato ebraico nel prossimo futuro. «Il tasso di partecipazione al lavoro e i risultati sull’educazione continuano a calare da almeno vent’anni. Siamo sotto la media dei paesi Ocse».

I grattacieli di Tel Aviv, il cuore economico del Paese

«Quando il 65% degli uomini ultraortodossi in età lavorativa ha deciso di non lavorare e quando al 50%  dei studenti delle elementari è stato detto di vivere con il minimo indispensabile, come possiamo noi sperare che la prossima generazione si prenda sulle spalle quella che l’ha preceduta?».

Questa guerra chi è che la sta vincendo? Secondo l’editore per ora nessuno. Ma a vedere come si sta comportando l’esecutivo con entrambe le parti della società, «non è difficile prevederne l’esito». Anche perché «si sta facendo di tutto per nascondere il problema. Magari ricorrendo ai soliti spauracchi come il terrorismo e l’atomica iraniana. Oppure distraendo la popolazione scrivendo che Leonardo Di Caprio sta considerando di convertirsi all’ebraismo per sposare Bar Rafaeli».

Questa è una guerra che quindi resta sotto la superficie. E il silenzio che la circonda «serve solo a quelli che non lavorano e non risparmiano». Se poi ci sarà qualcuno che alzerà la voce, se ci sarà qualcuno che denuncerà questa società a due velocità (anzi a una, perché l’altra metà non cammina per niente), secondo Yoel Esteron «vincerà sicuramente l’Israel Prize. O uno schiaffo in faccia da parte del capo dei rabbini, Ovadia Yosef».

Leonard Berberi

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economia

Gerusalemme, in vendita (a peso d’oro) appartamenti a due passi dal Muro del Pianto

Il Muro del Pianto (foto di Ron Peled)

A due passi dal centro. Ma dell’umanità. Altro che negozi di marca di via Montenapoleone a Milano. O i palazzi della politica di Roma. Qui si tratta di affacciarsi alla finestra e guardare il Muro del Pianto. E la Spianata delle Moschee. E il cuore delle religioni.

L’idea, strampalata per molti, redditizia per altri, è venuta a un’impresa di costruzioni, la High-Land Company: costruire appartamenti dal costo di circa settemila dollari per metro quadrato.

Il progetto, chiamato “Bianchini Street” (si trova vicino alla sinagoga italiana), consiste in due grandi complessi residenziali dai sei ai nove piani e con un totale di sessanta appartamenti. Dovrebbe costare in tutto circa 29 milioni di dollari. Il luogo è a meno di un chilometro dalla Western Wall, la parte di muro dove ogni giorno migliaia di ebrei – e non solo – si recano per pregare.

I prezzi degli appartamenti (fonte: Calcalist)

Gli appartamenti, anticipa la rivista economica “Calcalist” dovrebbero essere di tre dimensioni: 36, 69 e 139 metri quadrati. I prezzi non dovrebbero scoraggiare i tanti acquirenti, secondo Ofir Dvir, amministratore delegato della High-Land. «Ci aspettiamo di vendere tutti i nostri appartamenti entro una settimana», dichiara sicuro.

Gli acquirenti più interessati? «Soprattutto ebrei conservatori, tra i 30 e i 40 anni», rispondere Dvir. «Si tratta di clienti che vogliono vivere a due passi dal Muro del Pianto e dalla Città vecchia».

Leonard Berberi

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attualità, politica

Shimon Peres, uomo infaticabile e oggetto di culto d’Israele

Shimon Peres, 87 anni ad agosto, capo di Stato israeliano

Un oggetto di culto. Meglio: un brand, un marchio riconoscibile. Una certezza. Perché qualsiasi cosa succeda, in qualsiasi posto bisogna essere presenti lui c’è. Con il suo sguardo rassicurante di chi ne ha viste di tutti i colori. E con la voce del padre di famiglia.

A tre anni dalla nomina alla carica di Capo dello Stato, Shimon Peres, a 87 anni, è diventato oggetto di ammirazione, fra gl’israeliani. «Per sessant’anni sono stato l’uomo più controverso nella politica israeliana – ha detto qualche giorno fa durante un evento pubblico –. Adesso leggo sui giornali che sono il personaggio più popolare in Israele. Fra me e me mi chiedo: quando sono stato più forte? Quando ero controverso, impegnato in lotte e contrasti, oppure adesso? Di certo ora, da presidente, mi godo la vita in modo estremo».

C’è chi ha iniziato a chiamarlo «l’uomo che non invecchia». E con ritmi di lavoro che farebbero impallidire non solo i suoi coetanei, ma anche quelli più giovani di vent’anni. Sveglia alle 3.45 del mattino, lettura dei giornali nazionali ed esteri alle quattro. Quando fuori è ancora buio e lo Stato ebraico dorme. Poi una decina di minuti di attività fisica, quindi un po’ di scrittura.

Al sorgere del sole Peres si concede una colazione veloce e inizia la lunga giornata lavorativa: 14 ore di attività. I numeri di questo 87enne che potrebbe benissimo godersi la vecchiaia in una valle rigogliosa sono impressionanti: in tre anni ha macinato 27 missioni all’estero, 700 meeting politici, 300 incontri con i responsabili israeliani alla sicurezza, 600 interviste rilasciate e 260 eventi organizzati in Israele.

Peres con l’omologo francese, Sarkozy e la premier dame Carla Bruni

«Il presidente è appassionato di nanotecnologie, scienza e high tech», ha detto al quotidiano economico Calcalist – che dedica un lungo servizio al ‘brand-Shimon-Peres’ – Ayelet Frisch, una delle collaboratrici. «Ci sono appuntamenti mondiali a cui Peres non intende rinunciare per alcuna ragione», continua la Frisch. Fra questi ci sono la Conferenza annuale di Davos (Svizzera), quella di Cernobbio, un convegno di nanotecnologia negli Stati Uniti e una conferenza su internet in Francia». «Il suo nome da solo basta a spalancare le porte e spesso uomini di affari israeliani vanno al suo seguito», scrive il giornale.

La tecnologia, poi, è un vecchio pallino di Shimon Peres. Non è un caso che qualche mese fa abbia inaugurato il canale YouTube della presidenza israeliana. Video in due lingue – ebraico e inglese – qualità Hd e messaggi chiari, precisi e sintetici. Una mossa che ai tempi spiazzò il premier Benjamin Netanyahu che dovette poi far ricorso a Twitter, ma non con lo stesso successo.

In questi mesi Peres è impegnato nella stesura di due libri: il primo raccoglie le sue memorie relative all’epoca antecedente alla costituzione dello Stato di Israele (1948). Il secondo descrive invece la sua visione del futuro. «La sua capacità di espressione – continua Calcalist – è straordinaria. Può affrontare con cognizione qualsiasi argomento».

Il giornale fa anche una stima economica: «Se fornisse conferenze a pagamento, potrebbe esigere 100-150 mila dollari a discorso: meno di Bill Clinton (200.000), ma più di Al Gore (100.000)».

Un fattore importante del “brand-Shimon-Peres”, secondo Calcalist, è legato alle sue caratteristiche fisiche. «Peres ha una voce ben riconoscibile, un accento marcato, un aspetto esteriore che non cambia».

Un uomo amato e stimato da tutti. Un uomo a cui faranno gli auguri – ad agosto – in un modo particolare: con un musical al “Cameri Theater” di Tel Aviv. Ci saranno musiche provenienti da Ben-Shemen, dove il presidente ha vissuto per un periodo, canzoni che celebrano gli ottimi rapporti con la Francia. Una celebrazione che ricorderà i suoi inizi al villagio bielorusso di Vishneva (ma polacco prima della Seconda guerra mondiale) fino all’elezione a presidente d’Israele. Un modo di festeggiare un uomo che – forse più di tanti altri – incarna lo spirito israeliano.

Leonard Berberi

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