attualità

Continuano i boicottaggi. Anche i Pixies annullano il loro concerto di Tel Aviv

I Pixies (foto di Chris Glass)

E tre. Dopo I Gorillaz Sound System. Dopo i The Klaxons. Ora tocca ai Pixies, famosa band rock statunitense, annullare il loro concerto – previsto mercoledì 9 giugno a Tel Aviv – dopo i fatti alla flottiglia pro-Gaza e dopo le proteste anti-israeliane. Senza considerare un altro dietrofront: quello di Elvis Costello.

«La decisione è stata difficile – hanno scritto i componenti della band all’organizzatore del concerto –. E sappiamo bene che i fan israeliani hanno aspettato a lungo la nostra visita nel vostro paese. Ma gli eventi fuori dal nostro controllo non ci aiutano. Ed è per questo che ci vediamo costretti a cancellare il concerto».

Nella mail, oltre alle «profonde scuse» ai fan dello Stato ebraico, la band si augura «giorni migliori, giorni in cui potremo finalmente visitare il paese e cantare». Anche in questo caso – com’è stato per i due concerti cancellati venerdì, i biglietti verranno rimborsati.

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attualità, economia

Sette arabi su dieci preferiscono i prodotti israeliani

Il boicottaggio no. Nemmeno per sogno. Perché il cibo israeliano è più buono. Perché costa di meno. E perché, tutto sommato, offre più garanzie sulla sua preparazione e conservazione. Parola di consumatore ebreo? No. Parola di israeliano di religione islamica.

Nonostante le azioni di boicottaggio di alcune parti del mondo, loro, gli arabo-israeliani, preferiscono fare spesa nei supermercati ebraici. I conti lo dimostravano. Adesso c’è pure una conferma ufficiale: secondo un sondaggio dell’Istituto israeliano di Geo-cartografia, il 68% dei musulmani di nazionalità israeliana preferisce acquistare prodotti alimentari realizzati in terra ebraica.

Il sondaggio è stato commissionato da una grande catena di supermercati – la Big Zol – che ha intenzione di aprire nei prossimi mesi 15 nuovi centri commerciali nelle città a maggioranza araba, con un investimento di circa 21 milioni di dollari.

Secondo la ricerca, poi, la metà degli acquirenti arabi compra generi alimentari nei mini-market dell’area in cui vivono. Anche se, rispetto agli anni precedenti, la percentuale è diminuita. Più passa il tempo e più aumentat il numero dei consumatori musulmani che vanno a fare la spesa in un supermercato di una qualsiasi città ebraica.

Quanto alla spesa per famiglia nel settore alimentare, questa è rimasta costante negli ultimi quattro anni. Ogni mese, un nucleo arabo spende circa 550 dollari in prodotti alimentari. Un valore che resta molto basso rispetto a quello di una famiglia ebraica, più alta di circa un quinto.

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economia, politica

Palestina, parte il boicottaggio (legalizzato) dei prodotti dei coloni israeliani

Il primo ministro dell'Autorità Palestinese, Salam Fayyad, dà una mano a bruciare i prodotti realizzati nelle colonie ebraiche della West Bank

A volte basta un’immagine. Una soltanto, per dare il senso della politica in Medio Oriente. Nell’istantanea in questione c’è quest’uomo, Salam Fayyad, che tiene in mano una scatola. Davanti a lui un rogo in atto. Di lì a pochi secondi, quella scatola gialla finirà anch’essa nel rogo. E a buttarla sarà proprio Fayyad. Un uomo, un economista. Soprattutto: il primo ministro palestinese.

E’ così, con un gesto che più simbolico non si può, che è partita la caccia legalizzata al prodotto realizzato in una delle decine di colonie israeliane insediate in Palestina. Materiale che da qualche giorno è fuori legge. I controllori volontari, circa tremila, busseranno alle porte di tutti i palestinesi della Cisgiordania per scovare i prodotti sgraditi. “Di casa in casa”, si chiama la campagna, partita da Ramallah per estendersi a tutta la West Bank. Ma ad essere controllati sono anche i supermercati.

Controlli anche nei supermercati, alla ricerca di prodotti indesiderati realizzati nelle colonie israeliane nella West Bank

Nei prossimi mesi alle famiglie palestinesi verrà poi consegnato un vademecum che elenca oltre 500 prodotti da boicottare. I volontari dovranno sensibilizzare la popolazione sulla necessità di non acquistare i prodotti che arrivano dalle colonie, come prevede una legge varata di recente e che punisce severamente la circolazione di questi articoli.

Dopo la visita, i volontari attaccheranno sulla porta di casa un adesivo con la scritta “Qui non ci sono prodotti delle colonie”. Un marchio. Non dell’infamia, stavolta. Ma di bontà. E di fedeltà alla causa palestinese. Non solo. Perché pur di scovarli tutti i prodotti sgraditi, il ministero dell’Economia ha attivato un numero verde che i cittadini potranno contattare per segnalare la presenza di articoli sospetti nei mercati locali.

Il ministro dell’Economia Hasan Abu Labdeh ha tenuto però a precisare che la campagna di boicottaggio non riguarda le merci prodotte all’interno di Israele nel rispetto del protocollo di Parigi del 1994, che regola le relazioni economiche tra palestinesi e israeliani. No. L’iniziativa “mira a realizzare un’armonia totale tra le risoluzioni e il diritto internazionali e gli accordi di Oslo da un lato e la posizione politica adottata dall’Olp dall’altro”.

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cultura

Continua la fiera del boicottaggio. Anche Costello rinuncia al tour in Israele

Elvis Costello (vero nome: Declan Patrick MacManus), 56 anni. E' compositore e cantautore. Nel 2004, la rivista Rolling Stone lo ha inserito nella lista dei cento artisti più grandi di tutti i tempi

Va di scena il pacifismo. Ma solo a parole. Perché poi, nei fatti, la realtà è diversa. Molto. Chiedere al cantante Elvis Costello. Che, in un’intervista al Jerusalem Post aveva detto: “L’unica risposta al conflitto israelo-palestinese è il dialogo e la riconciliazione”.

Ma martedì scorso ha deciso di annullare i suoi due concerti programmati per il 30 giugno e il primo luglio all’Anfiteatro di Cesarea, 60 km a nord di Tel Aviv. “La mia decisione vuole rispondere all’appello di boicottare Israele”, ha scritto Costello sul suo sito Internet.

“Ci sono occasioni in cui avere semplicemente il proprio nome inserito in un programma di concerti può essere interpretato come un atto politico che risuona più di tutto quello che può essere cantato e si può presumere che non si abbia memoria della sofferenza degli innocenti”, continua il musicista rock nella lettera pubblica.

Per poi spiegare meglio: “Non credo che riceverò un altro invito a esibirmi sul suo israeliano, ma la guerra che si combatte da quelle parti è troppo dolorosa e complessa da affrontare in un concerto. Ed è impossibile guardare semplicemente dall’altra parte”. “Qualche volta – ha concluso – il silenzio della musica è meglio”.

“Costello rinnega la sua equazione della pace (dialogo + riconciliazione, nda) ed è il primo a tirarsi fuori”, ha scritto in modo molto polemico il Jerusalem Post. La musica di Costello, stavolta, era proprio stonata.

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attualità, politica

“Questa partita non s’ha da fare”. E salta la sfida Israele-Iran

Non sapremo mai come sarebbe andata a finire. Di certo, se fosse finita, avrebbe modificato – anche se di poco – le pessime relazioni tra i due Paesi. E magari avrebbe riaperto una porta chiusa. Una delle tante.

Ma la partita, una sfida Under 19 di pallavolo in un piccolo torneo (il Memorial Cornacchia) di uno sperduto paesino del Nord Est Italia (Pasiano di Pordenone), non ha mai avuto luogo. Perché da Teheran hanno chiamato questa località di poco meno di 8mila abitanti per bloccare tutto. L’Iran non può giocare contro quello Stato. Perchè quello Stato – Israele – il presidente Ahmadinejad si sta spendendo tanto per distruggerlo.

“Nel nostro torneo partecipano le rappresentative giovanili di tutto il mondo – ha spiegato l’organizzatore della manifestazione, Tiziano Cornacchia – e la nazionale iraniana è arrivata in semifinale pronta per affrontare Israele”. Ma qualcuno dalla provincia di Pordenone chiama Teheran.

“Quando le autorità iraniane hanno saputo che l’avversario era la nazionale israeliana agli iraniani è stato vietato di giocare. Abbiamo provato a mediare, ma non c’è stato nulla da fare”.

Domani, l’Iran giocherà la finale per il 3° e 4° posto, dopo aver perso a tavolino la sfida con Israele. Ma più della sconfitta sportiva, pesa l’incapacità umana di saper distinguere tra ciò che è politico e ciò che non lo è.

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attualità

Boicottaggio accademico

L'università di Bergen, Norvegia (foto di Phill Price)

Un boicottaggio accademico ufficiale. Con la totale approvazione del rettore. Perché il Paese (Israele) starebbe mandando avanti una politica di apartheid sul suo territorio.

Dalla Norvegia arriva un nuovo fronte di polemica diplomatica e politica. Più precisamente, dall’università di Bergen (14.500 studenti, 3.200 dipendenti).

In una discussione dell’ultima settimana sui boicottaggi accademici, il rettore Signumd Gronmo ha detto che la sua università “non mantiene nessun collegamento con le colleghe israeliane”. E, ha aggiunto, spera che “questo atteggiamento sia pubblicizzato e supportato anche dai docenti”.

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